C’è una impressionante capacità della politica e del mondo della comunicazione nel mettere in “seconda pagina” – se va bene – le questioni che contano. Mentre infuriavano polemiche sull’apparente deterioramento delle relazioni tra Donald Trump e Giorgia Meloni, ben altro avrebbe meritato titoli cubitali in prima pagina.  E cioè che esiste il rischio concreto che molti paesi, Italia compresa, possano ritrovarsi a dover fare i conti con un inflazione ancora più galoppante e in grado – lo teme persino il Fondo Monetario Internazionale – di balzare al 5%. Inflazione che, contrariamente a quello che dice Trump non è affatto solo dipendente dall’impennata del costo del petrolio. Ed il rischio non si potrà considerare completamente escluso anche se si andrà oltre la tregua dei dieci giorni.

La tregua reggerà? La domanda che ci dobbiamo fare tutti. E, in ogni caso, quanto resterà destabilizzata una intera regione e con essa il mondo? Non è che sia stato risolto il problema, più generale, posto dalla volontà israeliana di diventare una potenza mondiale e quello, più particolare, del bisogno fisiologico di Netanyahu di continuare a mantenerci in uno stato di guerra. Persino, non solo fino alle elezioni del prossimo autunno quando proverà a restare ancora una volta in sella.

La recessione o la stagnazione non dipenderanno cioè dalle sole vicende che si vivono nel Golfo. Resta, infatti, un problema più grande qual è quello della grande imprevedibilità su come si definiscono gli assetti tra i grandi attori presenti sulla scena mondiale. Le portaerei americane si sono allontanate dal Pacifico prospicente la Cina per dislocarsi vicino la Penisola Arabica. Ma là ritorneranno. Perché il problema resta sempre quello del grande concorrente d’Oriente.

Ecco, questi avrebbero dovuto essere i punti dirimenti se ci fosse stata una effettiva verifica sulla condizione dei rapporti tra la Meloni – rappresentante di un paese per cui la Pace, la collaborazione internazionale e la libertà degli scambi e della circolazione di uomini e cose sono fondamentali – e Trump. Non solo la questione degli attacchi di al Papa, il quale sa difendersi benissimo da solo.

Al momento, la polemica con Trump è servita a vedere la Meloni al tavolo dei “volenterosi” con la stessa scioltezza con cui li disprezzava. Adesso, vagheggia addirittura l’aborrita possibilità – allorquando avanzavano l’idea Macron e Starmer – di mandare un nostro dragamine nello Stretto di Hormuz. E, così, mentre lavora ad una ricucitura con Trump, sembra assumere la postura di chi, quasi, intenda dettare l’agenda agli altri europei. Questi ultimi, a partire da Macron,  ovviamente, adesso, … l’abbracciano.

Nelle relazioni internazionali c’è sempre un po’ di commedia pure nei momenti in cui sulla scena resta interpretata una tragedia. Una commedia che stanno facendo  un po’ tutti. Gli europei pronti a partire. Trump più lesto ancora a dire che non li vuole … e, poi, invece sarà felice di lasciare al più presto le grane – e costi – del Golfo ad altri.

Noi italiani nella commedia ci troviamo molto a nostro agio. Sì, l’hanno inventata i greci, ma è nostra la “Commedia dell’arte” del ‘500 caratterizzata dalla recita a soggetto e dall’improvvisazione. E siamo andati avanti così, dando un po’ lezione a tutti, per secoli. Siamo riusciti persino a creare quella stagione del cinema che, guarda caso, si chiama “commedia all’italiana”. Che, però, oggi rischia di essere superata, non solo come risonanza culturale, ma anche politica da una forma di tragedia buffonesca messa in atto e perfettamente adatta alla personalità rivelata da Trump. Con un terribile prezzo che rischia di essere pagato dal mondo intero e dall’Europa per prima.

Giancarlo Infante

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