A fine febbraio, non tanto tempo fa quindi, i giornali di tutta Europa hanno riportato la notizia che l’Italia di Giorgia Meloni e soci spingeva attivamente perché l’Unione Europea sospendesse l’applicazione delle regole che impongono a chi inquina l’ambiente di pagare una sorta di indennizzo per ogni tonnellata di anidride carbonica scaricata nell’atmosfera. Secondo il Ministro delle imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, si tratterebbe infatti di un dazio sulle aziende europee che incide sui costi e danneggia la competitività.
La canicola di questi giorni dovrebbe aver fatto definitivamente giustizia di argomenti di questo genere, mostrando tutta l’ignoranza la stupidità di chi li aveva proposti. O c’è ancora qualcuno che, come rappresentante dell’Italia – più, si dice, anche qualcuno che rappresenta la Germania – che ne sostiene la razionalità e l’opportunità? Una domanda che é comprensibile susciti una forte reazione, specialmente in un’estate caratterizzata da temperature estreme che rendono ancora più evidente la realtà della crisi climatica.
Il ministro Adolfo Urso ha presentato le sue geniali convinzioni a Bruxelles presso un gruppo informale dei “Friends of Industry“, ricordando a tutti i presenti quanto, con amici così, nessuno avrebbe bisogno di nemici e concorrenti per essere mandato in malora. L’ineffabile Urso ha infatti avanzato la proposta di una sospensione temporanea del sistema ETS (Emissions Trading System).
Il convincimento del Governo italiano, condiviso (pare) da alcuni altri stati membri, è giustificato sulla base della valutazione che l’attuale configurazione del sistema pesi eccessivamente sui costi industriali, minando la competitività delle aziende europee sui mercati internazionali, in una fase di transizione energetica complessa.
Fortunatamente, la risposta da parte delle istituzioni europee, in particolare della Commissione, è stata ferma: l’ETS è considerato il pilastro centrale della politica climatica dell’Unione, cosicché una sua sospensione non non solo non è in discussione, ma non é neanche immaginabile. Tanto che un mese dopo, la presidenza della Commissione ha confermato il ruolo centrale del sistema, pur aprendo alla possibilità di discutere misure “temporanee e su misura” per affrontare specificità nazionali legate al costo dell’energia, cercando di conciliare le istanze di competitività con gli obiettivi climatici.
Forse, di fronte ai fenomeni di questi giorni, persino Urso ha capito quali bestialità era andando proponendo. Ma un suo ipotetico pentimento non basterebbe. Molto importante è anche, in questa materia, far capire alle ineffabili autorità del nostro povero Paese perché, dal 1° gennaio 2026, sia diventato pienamente operativo, entro le frontiere dell’Unione, il cosiddetto CBAM (Carbon BorderAdjustmentMechanism), il meccanismo di adeguamento del carbonio.
Questo strumento è nato proprio per evitare che le imprese europee siano svantaggiate: applica infatti un prezzo del carbonio ai prodotti importati da paesi extra-UE, garantendo che anche i produttori esteri sostengano oneri simili a quelli dei produttori europei. Il dibattito attuale, infatti, si è spostato molto sul rafforzamento e l’estensione del CBAM per chiudere le falle (come l’inclusione di ulteriori prodotti a valle) piuttosto che sullo smantellamento dell’ETS.
Nonostante il ministro Urso abbia tentato di coagulare attorno alle sue balorde tesi un fronte auto-denominatosi – come abbiamo visto – niente di meno che dei “Friends of Industry” (che dovrebbe include nazioni come Germania, Francia, Spagna e Polonia), il suo fallimento era scontato. Perché non è pensabile che si formi un qualche consenso unanime per una sospensione dell’ETS. Perfino in un paese in pieno revival neo-nazista, come la Germania. I cui rappresentanti ed agenti, pur manifestando preoccupazione per la competitività industriale e la burocrazia eccessiva, si muovono più su una linea di richiesta di semplificazioni amministrative o di correttivi tecnici, che di uno stop al mercato della CO2.
Sull’impatto degli attuali eventi climatici estremi sul dibattito politico, non c’é ovviamente nessun dubbio. Ed è evidente che essi pongono una pressione crescente sui decisori, forzando spesso una riconsiderazione tra la difesa dei margini industriali a breve termine, e la sostenibilità del modello di sviluppo nel lungo periodo.
Ma la vera morale della favola è che la richiesta italiana di “sospensione” si è conclusa con l’ennesima figuraccia fatta dalla “nostra Nazione”, come direbbe la povera Premier. Mentre largamente consensuale é apparsa la preoccupazione per i terribili fenomeni climatici attualmente in atto, che non solo non hanno fatto trovare alle “nostre” stupide e zotiche proposte alcuno spazio nell’agenda politica europea, ma hanno portato a ribadire con chiarezza quali siano le scelte che, a livello dell’intero Vecchio Continente, possono rendere la transizione meno gravosa per il tessuto industriale.
Fortunatamente, insomma, mentre il patetico governo italiano continua a spingere per la semplificazione normativa e per correttivi che tutelino le imprese, il quadro normativo europeo rimane saldamente ancorato ai pilastri climatici definiti dal Green Deal.
Mercurino Gattinara