Uno degli obiettivi, proposti dal Documento preparatorio al Sinodo 2023, è così dichiarato: “accreditare la comunità cristiana come soggetto credibile e partner affidabile in percorsi di dialogo sociale…inclusione e partecipazione, ricostruzione della democrazia, promozione della fraternità e dell’amicizia sociale”. Pare evidente che tali finalità esigano, per essere attinte, un impegno, anche e necessariamente, nell’ambito socio-politico, là dove si concretizza quella che Pio XI per primo e poi san Paolo VI chiamavano “la forma più alta di carità”. In questo ambito, come insegna il Concilio Vaticano II, ai laici “spetta particolarmente di illuminare e ordinare tutte le cose temporali, alle quali sono strettamente legati, in modo che siano fatte e crescano costantemente secondo il Cristo e siano di lode al Creatore e Redentore” (Lumen Gentium n.31).

Ora, tale servizio di carità socio-politica può essere ostacolato e, persino, frenato da situazioni esterne ai laici cattolici o interne ai loro gruppi. Le esterne sono quelle che si verificano, ad esempio, in un regime totalitario ateo con partito unico governativo, quando l’impegno dei cattolici viene spinto nella clandestinità e persino perseguitato. Ma anche in democrazia, tale impegno può essere intralciato all’interno stesso della cattolicità, quando prevalgono confusione d’idee, disorganizzazione, dissennato pluralismo dispersivo.

Allora, per aggirare gli impedimenti interni ai gruppi cattolici, che oggi frustrano il servizio politico, cui sono chiamati da Papa Francesco, o lo rendono irrilevante, una via d’uscita risolutiva consiste nell’interrogare il magistero più attendibile, anche se spesso inascoltato: quello della storia. La storia dell’ingresso dei cattolici nella vita politica italiana risulta illuminante per indirizzare le aspettative, le scelte dei cattolici di oggi e stabilirne le condizioni, in un momento in cui “ricostruzione della democrazia e promozione della fraternità e dell’amicizia sociale” appaiono esigenze urgenti e ineludibili. Esaminiamo le vicende di tale storia che preludono alla costituzione del Partito Popolare e che trovano in don Luigi Sturzo l’indiscusso protagonista.

Dopo un colloquio, nel novembre 1918, col Segretario di Stato cardinale Gasparri, nel quale espone il suo programma politico e riceve la promessa di riferirne a Papa Benedetto XV, don Sturzo convoca 18 amici, tra cui Achille Grandi, Umberto Tupini, Mario Cingolani, per discutere sull’apporto che, in quella convulsa fase dell’immediato dopoguerra, i cattolici potevano e dovevano offrire alla politica. A lui viene affidato l’incarico di preparare una costituente e un appello da lanciare al Paese (sarà il celebre appello “A tutti gli uomini liberi e forti”). La costituente del Partito, composta da quaranta convenuti di ogni parte d’Italia, si svolge nelle sere del 16 e 17 dicembre 1918. E proprio, a conclusione di essa, accade un fatto memorabile. Così lo ricorda don Sturzo: “Quella sera del dicembre 1918, in cui decidemmo la fondazione del P.P.I. non potrà essere dimenticata da nessuno dei quaranta amici che si erano riuniti…Era mezzanotte quando ci separammo, e spontaneamente, senza alcun invito, passando davanti alla Chiesa dei S.S. Apostoli, bussammo alla porta: v’era l’Adorazione notturna; il frate portinaio era spaventato nel vedere tanta gente, ma fu rassicurato nello scorgere la mia sottana. Durante quell’ora di adorazione io vidi passare dinanzi a me tutta la tragedia della mia vita”.

Dunque, la presenza, organizzata e unitaria, dei cattolici in politica viene sigillata e autenticata da due atti, intimamente collegati e compiuti insieme: adorazione eucaristica e contemplazione spirituale. Si tratta di atti che elevano e riflettono al massimo grado gli elementi identitari dei Christifideles: comunione con Cristo e unità tra di loro nel suo Corpo ecclesiale. Questa esperienza dei fondatori del Partito Popolare Italiano evidenzia due verità che trascendono le contingenze di ogni tempo e che vincolano la validità e l’efficacia dell’agire laicale in ogni campo, incluso quello socio-politico.

La prima verità: “operari sequitur esse”. Questo principio di san Tommaso d’Aquino, che coniuga ontologia ed etica, dice che non si può operare da cristiani se non si è cristiani. E l’essere cristiano attinge alla sommità del “Christus sumus-siamo Cristo”, di cui parla sant’Agostino, proprio nella comunione eucaristica e mistica e nella sua contemplazione spirituale.

La seconda verità: l’agire cristiano di conseguenza non può non essere che un agire “insieme”, sinodale, in una comunione interpersonale, procedente da quella con e in Cristo. L’unità viene prima del pluralismo e il pluralismo è legittimo, come insegna san Giovanni Paolo II, solo se articola l’unità e non la frantuma e disperde. E quanto vale questo in una democrazia, dove si è presenti e si incide solo se si hanno i numeri. Ma i numeri si hanno solo se si sta “insieme”! “Historia docet”.

Michele Zappella