E’ stata tanta l’enfasi con cui Giorgia Meloni e i suoi seguaci hanno esaltato il giro di boa compiuto in occasione del giorno in cui il suo è diventato il secondo Governo più longevo. Contenta lei … visto che la celebrazione è giunta a ridosso della cocente sconfitta patita con il Referendum che ha affossato uno dei tre più importanti punti del programma su cui ha puntellato la maggioranza dell’Esecutivo nato all’indomani delle elezioni del 2022. E la bocciatura è giunta dopo quella sancita dalla Corte Costituzionale in relazione alla cosiddetta Autonomia differenziata. Inevitabile, poi, la scomparsa dalla scena della terza gamba su cui si sarebbero dovute reggere le poltrone di Palazzo Chigi e degli altri dicasteri, cioè il “Premeriato”.
Longevo, sì, ma fallimentare comparando attese, impegno e risultati. Non sono riusciti neppure ad uscire dalla procedura di infrazione per eccesso di debito. E questo dopo mesi e mesi di esaltazione della tenuta dei conti in ordine ed aver partorito una finanziaria “lacrime e sangue”.
Per chi teorizza la giustezza del fatto che in campagna elettorale si possono pure promettere mare e monti senza mantenere, è facile non tirare le conseguenze ed avere, almeno, il pudore della decenza. E questo della distanza tra il prima e il dopo – un dopo lungo quasi quattro anni – tra promesse e risultati, è diventato il vero ed importante campo di verifica del bilancio di Giorgia Meloni a Palazzo Chigi.
Erano altissime le aspettative: rilanciare l’economia; rinegoziare il PNRR; abbassare le tasse; ridurre – se non eliminare- le accise; rimettere ordine i bonus; ridefinire il ruolo dell’Italia all’estero per farla diventare “centrale”; eliminare l’immigrazione clandestina; vincere la battaglia culturale con la sinistra. Dovrebbe essere per prima lei a tirare le somme.
PNRR: la grande occasione … perduta?
La gestione del PNRR è subito partita male con l’idea di rivederlo completamente ed accentrarlo a Palazzo Chigi, cosa favorita dalla nomina del Ministro Fitto alla Commissione europea e che ha provocato mesi e mesi di ritardo. La sua gestione è stata sempre caratterizzata da opacità, ritardi, revisioni continue e difficoltà amministrative. Spesso legate alle difficoltà in cui sono da tempo gli Enti locali – ma per cui non vi è stato alcun intervento miglioratore – che hanno denunciato incertezze, bandi riscritti, scadenze rinviate. Il risultato è che in molti settori siamo a realizzazioni di poco superiori alle due cifre di percentuale. Abbiamo attinto più di ogni altro paese ai fondi – di cui la stragrande maggioranza a debito – ma con cantieri che battono la fiacca e davvero nessuno è ancora in grado di valutare se davvero avremo puntato su di una risorsa o se, al contrario, saremo stati buoni solo ad aumentare il nostro Debito.
Economia: produzione e potere d’acquisto
Giorgia Meloni si è insediata mentre da un pezzo la guerra d’Ucraina faceva sentire i suoi pesanti effetti. Non si trattava di cose sconosciute. Ed abbiamo scoperto quasi da subito che non c’era pronta alcuna ricetta che la logica avrebbe voluto veder tirar fuori con il cambio di Governo. Ben note erano pure le conseguenze provocate dalla stagione del Covid e della successiva distruzione della logistica mondiale, dal balzo dell’inflazione, dell’aumento dei costi dell’energia. Eravamo autorizzati ad attenderci dei piani preparati, o almeno teoricamente concepiti che si ponessero in alternativa con tutto quello che Giorgia Meloni aveva contestato al precedente Governo Draghi in cui era stata l’unica a non voler far parte.
La nostra produzione industriale è in continuo calo, l’inflazione reale – soprattutto quella del carrello della spesa e del costo del carburante – invece è in continuità lungo la salita. I salari hanno perso negli ultimi tre anni più di quanto non avessero lasciato per strada in precedenza. Così – colpendo duramente famiglie ed imprese- sono rimasti inadeguati e non c’è speranza di vederli in inversione di tendenza solo perché in occasione del Primo maggio Giorgia Meloni ha parlato di salario “giusto”. Riferendosi a quello della contrattazione nazionale che, però, ci parla di contratti non rinnovati – nel pubblico e nel privato – da anni ed anni. E lasciando sempre in ombra quei larghi settori del mondo del lavoro – come nel commercio e nella parte minuta della fornitura dei servizi, magari alla fine di una lunga catena di subappalti – che non hanno capacità contrattuale alcuna e per i quali continuano ad essere garantire ricompense orarie da fame e da semi schiavitù.
I grandi interventi sono rimasti quelli dei bonus temporanei, dei crediti d’imposta e degli interventi una tantum rivelando una assoluta mancanza di visione del Paese e di un’adeguata strategia strutturale su produttività, lavoro e redistribuzione. Quando Giorgia Meloni capirà che il quel voto per il “No” al referendum ha riunito tante delusioni, tra cui quella del ceto medio rimasto sostanzialmente tra i più traditi?
Accise, bonus e tasse: la promessa dissolta
Uno dei tradimenti – forse tra i più clamorosi – è sicuramente stato quello del mancato taglio delle accise una volta che passata dalla pompa di benzina dove aveva fatto uno degli sport suoi più populisti ed ammiccanti, Giorgia Meloni, in compagnia di Giancarlo Giorgetti, ha scoperto che quella rivoluzionaria promessa era insostenibile per i conti pubblici.
Dopo una valanga di insulti rivolti contro di loro, il Governo Meloni ha moltiplicato i bonus. I grandi interventi “chirurgici” prospettati – all’insegna della promessa di rivoltare l’Italia come un pedalino- sono stati sostituiti dall’uso dei “cerotti”.
Si è subito capito che una riforma fiscale organica per abbassare le tasse non sarebbe mai arrivata. Si è andati avanti con interventi frammentati e aumentando il carico fiscale, invece di ridurlo. E sempre mantenendo la costante di far pagare di più i percettori di reddito fisso. Così, la promessa di “meno tasse per tutti” è diventato “più tasse per i soliti”.
Politica estera: l’ambizione di diventare “centrali” e la dura realtà … di Trump
Il benservito da parte di Donald Trump ha in un colpo solo fatto piazza pulita dei due slogan che hanno caratterizzato la posizione in politica estera di Giorgia Meloni e del suo Governo. Non abbiamo costruito alcun ponte con Washington e non contiamo più di prima nello scenario mondiale. Non ha pagato l’ammiccamento a Trump a scapito dei rapporti con l’Europa. E in pochi giorni sono venuti a mancare il rapporto “speciale” con l’Oltre Atlantico e la sponda con l’Ungheria di Orban. Dopo tante ritrosie anche Roma ha dovuto avvicinarsi a quella E3 (Francia, Germania, Regno Unito) che ha dettato la linea sulla guerra in Ucraina, la reazione a quella scatenata dagli Usa sui dazi e, persino, cominciato a prendere distanza dalla sanguinosa e scellerata guerra condotta dall’accoppiata Trump Netanyahu contro l’Iran.
In conclusione, quello attuale è diventato il secondo governo più longevo della storia repubblicana, ma anche quello che forse presenta la più lunga lista di mancate promesse: da quella sul contrasto alle immigrazioni, sul sostegno alla famiglia e, persino, sulla sicurezza.
Nel corso dei governi di cui Giorgia Meloni non parlato della rottura con il passato su tutti i fronti e questo fa risaltare ancora di più la distanza che passa tra il “racconto” di una esperienza di governo e la realtà effettuale delle cose. A conferma che una comunicazione politica giocata all’insegna dell’esasperazione corre il forte rischio di far vacillare anche le certezze più consolidate che, una volta, tradite è davvero molto difficile recuperare. ![]()