Questa parte segue le due precedenti già pubblicate CLICCA QUI  e QUI

Le religioni

Per inciso, bisogna dire che le religioni hanno avuto e continuano ad avere l’obiettivo di liberare l’uomo dalla condizione di finitezza della vita, a cui è sottoposto per la morte; finitezza che potrebbe avere come conseguenza l’assunzione della convinzione dell’inutilità di ogni sforzo per la vita, impedendo il processo di evoluzione; più grave ancora sarebbe la convinzione che si possa adottare qualsiasi comportamento pur di vivere secondo i propri desideri, prescindendo dall’etica di rispettare gli altri; una simile convinzione avrebbe avuto come conseguenza l’estinzione del genere umano sin dai primordi.

Le religioni nel passato hanno anche accettato o addirittura promosso comportamenti fondati sull’acquisizione del “potere temporale”, testimone la storia di duemila anni; ma nell’era moderna tali fatti sono stati ampiamente stigmatizzati da tutti, anche se restano ancora gli ultimi epigoni di una religione che nega il Valore della Pace e della convivenza civile e pratica ancora la guerra (i Talebani, gli Sciiti dell’Iran, i Salafiti, ecc.).

Anche la cultura religiosa orientale, che più che trascendente è squisitamente intellettuale e insegna il superamento della dimensione umana attraverso l’esaltazione del pensiero come frutto dell’intelletto, è prevalentemente una cultura di pace, escludendo alcune interpretazioni dello Shintoismo.

L’Imam Ahmad Muhammad Ahmad al Tayyib, 44° Grande Imam della Moschea Università di Al-Azhar,  in tantissimi messaggi ha richiamato il Valore della Pace e ha invitato tutto l’Islam a lavorare per raggiungerla.

Parimenti Papa Francesco, che ha incontrato l’Imam, quotidianamente invoca la Pace, il Perdono, la Fratellanza, l’Amore per il Creato, di cui “siamo custodi” (Laudato Si) per tutto il mondo, compresa l’Ucraina e l’Europa, lo Yemen, il Centrafrica, il Corno d’Africa e tutti i territori dove insistono focolai di guerre.

Le risorse alimentari e minerarie

Esiste il problema delle risorse, che diventano sempre più insufficienti, come ci indica l’andamento dell’Hearts Overshoot Day, che anticipa costantemente la data delle risorse consumate nell’anno, che per il 2022 è stata fissata al 28 luglio.

A fronte del consumo delle risorse tra gli otto miliardi di persone, 820 milioni di persone soffrono la fame nel mondo (rapporto ONU 2021), mentre un terzo (1,3 miliardi di tonnellate) della produzione alimentare diventa spazzatura.

Se con due terzi pari a  2,6 miliardi di tonnellate di risorse alimentari si soddisfano 7,2 miliardi di esseri umani, 1,3 miliardi di risorse alimentari sprecate potrebbero alimentare altre  3,6 miliardi di persone; la realtà invece ci consegna 820 milioni di persone che soffrono la fame.

Non mi pare che anche questo aspetto della globalizzazione si possa approvare, a meno che non si rilevi che 1,3 miliardi di risorse alimentari sprecate siano state prima oggetto di commercio e quindi di scambio finanziario, mentre gli 820 milioni di persone indigenti vivono in stato di povertà e quindi debbano subire la loro sorte, senza che la solidarietà possa sostituirsi alla disumanità.

Peraltro, la vicenda del grano ucraino è eloquente; non si sarebbe nemmeno dovuta porre, fortunatamente si è risolta positivamente; resta in piedi la problematica sulle fonti fossili di energia.

Nessuno mette in discussione l’appartenenza delle fonti energetiche agli Stati che la detengono, facendone commercio legittimo, bisognerebbe però condividere a livello internazionale la natura sociale di una fonte e quindi definire consensualmente un regime particolare, possibilmente anche in termini economici, che escluda le fonti energetiche come quelle alimentari dalla prassi e dalle norme generali per il commercio delle altre produzioni.

Probabilmente queste dovrebbero essere le prime regole per la globalizzazione del terzo millennio, nel quale sono già aperti scenari e prospettive da esaminare con la scrupolosità estrema, perché attengono al futuro dell’umanità e di ogni singola persona.

Una questione diversa pongono le cosiddette “terre rare”, che si troverebbero in alcuni limitati territori del pianeta e quindi sono oggetto di tensione tra gli Stati e in alcune realtà africane hanno scatenato sanguinose guerre.

Non penso che nel terzo millennio si possa agire come nel passato per i metalli nobili, scatenando lotte e guerre negli Stati e tra di essi per accaparrarsi la maggiore quantità.

L’evoluzione della scienza che stiamo vivendo potrà sicuramente individuare e indicare alternative di materiali, senza che ci sia bisogno di aprire ulteriori conflitti; sotto questa prospettiva le “terre rare” potranno essere oggetto di scambio come qualsiasi altro prodotto, facendo salva la regola della valutazione nel confronto tra domanda e offerta.

La storia economica ci ha sempre insegnato che la rarefazione di un prodotto in confronto ad un fabbisogno crescente, nella prima fase fa aumentare il valore del prodotto, ma successivamente, quando il costo diventa troppo esoso, il mercato ricerca delle alternative e dei surrogati e, in alcuni casi come nell’attuale periodo, chiede alla scienza di ricercare nuovi prodotti, per migliorare le produzioni e marginalizzare le fonti in esaurimento (vedi il carbone come fonte energetica, o il nucleare in Italia, o l’idroelettrico per la scarsità di precipitazioni, ecc).

 La ricerca scientifica e la tutela della vita

La pandemia ha messo in moto tutta la ricerca scientifica mondiale per trovare un antidoto al Sars- Co.Vi.D – 19 – 2, determinando due aspetti positivi: il primo è attribuito alla concorrenza stabilitasi tra Stati per chi dovesse trovare l’antidoto più efficace; il secondo è attribuito al confronto dei risultati raggiunti e, successivamente, allo scambio di informazioni, ancorché parziale, sui farmaci prodotti.

Per le sperimentazioni sono stati adottati sistemi diversi, così come per il conseguimento della “immunità di gregge”, che probabilmente non si è raggiunta in nessuna parte del mondo (in Cina è stata sottoposta a lockdown tutta l’area di Shanghai).

La ricerca scientifica, comunque, presenta alcune criticità fondamentali che dovrebbero essere rimosse per il bene dell’umanità, ma che finora nessuno ha fatto, perché la precarietà dell’equilibrio mondiale, per nulla garantito e assicurato dalla globalizzazione realizzata, è sempre incombente e quindi gli Stati impongono su alcuni dossiers critici il segreto di stato a propria tutela.

Si immagina e si può anche sospettare che alcune ricerche riguardino il settore NBC a scopi bellici.

Anche se buona parte dei prodotti sono stati messi al bando, in alcune zone di guerra sono stati usati proiettili con uranio impoverito e nell’attuale guerra in Ucraina è stato denunciato l’uso di bombe al fosforo.

La ricerca per uso bellico nel passato alcune volte è stata trainante per l’impiego nell’uso civile dei ritrovati con tanti vantaggi per il progresso, attualmente non si sente il bisogno di una ricerca per usi bellici, che poi si potrebbe trasformare ad uso civile, perché la potenza distruttiva che il prodotto potrebbe avere rappresenta un enorme rischio per l’umanità.

Gli accordi sulle armi nucleari sono stati una pietra miliare verso il disarmo del mondo.

Negli ultimi decenni, nonostante il controllo degli armamenti nucleari, si sono moltiplicate le ideazioni di armi di distruzione di massa; per questo  è assolutamente indispensabile che si continui per trattare un disarmo non solo nucleare, ma di tutte le armi di distruzione di massa in ambito NBC, elettronico, elettromagnetico, psicotronico ,geofisico,  armi ad energia diretta, armi controllate dall’AI, molte delle quali puntano ad hackerare i sistemi di controllo degli impianti di governo del puntamento e del lancio, provocando degli “incidenti”, anche in anonimato, tra Stati, direttamente o indirettamente.

Bisognerà acquisire la consapevolezza che la vulnerabilità dei sistemi informatici è provata e non esistono sistemi di sicurezza inviolabili, nemmeno quelli ad aggiornamento periodico, pertanto, le armi della generazione digitale rischiano di essere un grave problema per l’umanità, al di là della volontà di chi le progetta, le costruisce e le detiene.

Un’altra criticità della ricerca scientifica attiene all’etica tanto sulla ricerca stessa che sulla sperimentazione; infatti, alcuni esperimenti potrebbero sconfinare nell’eugenetica, che bisogna vietare a livello mondiale, perché di Menghele contemporanei se ne trovano in tutte le parti del mondo.

L’EFSA – European Food Safety Authority – ha un proprio protocollo, ma il suo ambito è limitato al settore alimentare, mentre sarebbe necessaria l’istituzione di una autorità mondiale che riesca a monitorare tutta la ricerca per governarla con un protocollo generale e con degli addenda per ogni settore di indagine.

Le popolazioni Europee, attraverso la “Convenzione per la protezione dei Diritti dell’Uomo e della dignità dell’essere umano nei confronti dell’applicazione della biologia e della medicina: Convenzione sui Diritti dell’Uomo e la bio-medicina” – Oviedo 4 aprile 1997, sottoscritta dai Paesi del Consiglio d’Europa e dall’Unione Europea, hanno una base normativa, che le tutela dall’applicazione di pratiche eugenetiche.

Sarebbe importante promuovere un confronto mondiale istituzionale, per impedire che centri di ricerca indipendenti o anche strutture statali attivino ricerche e applicazioni dei risultati in contrasto con le regole generali, consensualmente approvate, al solo scopo di perseguire illeciti guadagni o il controllo di intere comunità assoggettandole.

I rischi sono altissimi e non si possono sottovalutare, per evitare che l’umanità di ritrovi vittima di dinamiche di manipolazioni genetiche fuori controllo.

Conclusioni

Alla luce delle succinte considerazioni fatte, tutte quante meritevoli di approfondimenti, non si può non concludere che la “globalizzazione” realizzata è completamente inadeguata per rispondere alla sfida del ventunesimo secolo e superare le discriminazioni, le emarginazioni, le colonizzazioni, le omologazioni, la standardizzazione e la robotizzazione dell’uomo.

A partire dal WTO e coinvolgendo tutte le Agenzie internazionali, attraverso l’ONU,  sarà necessario fissare delle regole che valgano per tutti gli Stati del mondo (196 riconosciuti e 11 non riconosciuti o parzialmente riconosciuti), avendo come obiettivo il benessere delle popolazioni, in ogni ambito e nel rispetto delle culture di riferimento, secondo la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo.

La vita, la dignità, la nutrizione, la salute, la tutela dell’ambiente, la libertà, la giustizia, l’eguaglianza, l’educazione e la formazione per tutto l’arco della vita, sono i Principi fondamentali che dovranno governare le comunità del terzo millennio per raggiungere e garantire una Pace durevole per tutti gli esseri umani, dove ciascuno potrà trovare il suo spazio e la sua dimensione in un confronto continuo, finalizzato a migliorare le condizioni di benessere per tutti.

Vitaliano Gemelli