La crisi politica sembra aver persino derubricato la questione ucraina sul piano dell’occupazione dei titoli dei giornali e il tempo dedicato dalle televisioni. La politica interna torna di prepotenza sulla prime pagine e inonda i dibattiti in tv più di quanto non facessero fino alla settimana scorsa Putin e la sua sanguinosa invasione dell’Ucraina.

A mano a mano che il confronto è sempre più diventato scontro vero e proprio, se non altro, c’è stato di buono che si è cominciato a sentir dire e a capire che il problema non è quello legato alle banalità del termovalorizzatore di Roma. Noi lo stiamo dicendo da quando siamo nati: è finita un’intera stagione e bisogna fare in modo che il “nuovo” emerga e si possa, così, lavorare a quella autentica trasformazione che serve al Paese così come indicato in maniera netta sin dal lancio del nostro Manifesto, legato al nome di Stefano Zamagni (CLICCA QUI).

Quello che il Paese è chiamato a fare serve in sé e per salvaguardare gli interessi degli italiani. Smettiamola davvero, e definitivamente, con il provincialissimo “lo vuole l’Europa” o qualcun altro dall’estero. No. Lo vogliamo noi e con noi il 50% di quelli che si astengono dal voto. Così come gran parte dei votanti che lo fanno per forza d’inerzia, turandosi il naso, oppure per votare contro quelli dell’altra parte.

Intanto, pensieri, idee, sentimenti, speranze degli italiani restano al di fuori di ogni considerazione. Sostituiti solamente da retorica, ristretta esclusiva attenzione ai posizionamenti del proprio partito nei sondaggi, rappresentanza di interessi, più o meno commendevoli, scontri pregiudiziali contrapposti seguendo schemi mentali che appartengono, addirittura, al secolo scorso.

Così, a Mario Draghi dovremmo proprio chiedere un definitivo sforzo di chiarezza e di gratuità personale quando oggi si presenterà nuovamente dinanzi al Parlamento per spiegare la bizzarra situazione in cui si trova dopo che la fiducia non è tecnicamente venuta meno, ma lui ne avverte una mancanza sostanziale. Il suo atteggiamento, che fa parlare qualcuno di una sua “sfiducia” nei confronti della sua stessa maggioranza, denuncia il peso derivante dal condizionamento da parte di forze politiche che non avvertono la gravità della stagione che stiamo vivendo. E di tutte le ambiguità che essa comporta per una classe dirigente preoccupata quasi esclusivamente della propria continuità, personale e di partito. E un pezzo di una tale ambiguità sta anche tra quelli che non hanno voluto Draghi al Quirinale, ma che, adesso, lo descrivono l’unico possibile salvatore della Patria. D’altro canto, non dobbiamo dimenticare che la maggioranza, di cui si parla con un enfasi davvero sconosciuta nel corso dei circa 18 mesi della sua durata, anche perché vide la luce in uno stato di estrema criticità, non è mai esistita politicamente: si è solo trattato di un punto di equilibrio inusitato raggiunto esclusivamente per una diffusa e convergente contrarietà al voto anticipato.

E’ probabile che dalla situazione in cui siamo finiti si esca con un accordo legato alle indicazioni che Mario Draghi considererà imprescindibili per impostare la prossima Legge di Bilancio. Limitarsi al brevissimo e breve termine è sicuramente l’unica via d’uscita, oggi, in grado di evitare lo scioglimento anticipato delle Camere, un lusso che proprio non ci possiamo concedere.

Ma è proprio una situazione come questa in cui la classe politica, e l’intero Paese con essa, possono essere portati a cogliere l’occasione per guardare al di là del proprio naso. Che le elezioni si tengano il prossimo 2 ottobre o alla scadenza naturale della legislatura, iniziata malamente il 4 marzo del 2018, poco cambia. Lo sforzo dovrebbe essere quello di avviare un confronto in Parlamento sulle scelte cui sarà chiamata la prossima Legislatura, grazie al quale l’Italia rinascerà oppure, al contrario, finirà affossata definitivamente.

Oggi, Draghi e il Parlamento intero potrebbero cominciare ad andare oltre la pochezza del dibattito politico di questi ultimi anni e delineare i grandi, e gravi, scenari che abbiamo di fronte per ciò che riguarda le questioni economiche, finanziarie e di collocazione in Europa e nell’Occidente. Ma oltre tutto questo andrebbero posti al centro del confronto tre, quattro punti dirimenti da cui dipende il nostro futuro e su cui, quindi, dev’essere concesso agli italiani di scegliere in scienza e coscienza a chi affidarsi per i prossimi cinque anni.

Non si può non prendere le mosse dalle gravi questioni istituzionali e di mancato funzionamento del sistema politico italiano oramai finito in una crisi profonda che dura da più di 11 anni. Gli italiani devono sapere che votare il centrodestra a guida Meloni nella prossima legislatura, con molta probabilità, potrebbe trasformarsi in un tentativo di stravolgimento del nostro assetto costituzionale, cito solamente la proposta del presidenzialismo che Giorgia Meloni continua ad evocare, e di accompagnarci ai bordi del perimetro europeo e della cultura politica occidentale. La Polonia e, soprattutto, dell’Ungheria di Orban con cui, non a caso, sia dalla Meloni, sia da parte di Salvini sono sempre stati curati rapporti particolari possono farci da esempio. E abbiamo ben visto cosa significa questo “sovranismo” applicato nel concreto per ciò che riguarda il rispetto del ruolo della magistratura e, persino, per la libertà d’informazione.

La crisi della politica italiana dovranno portarci a porci la necessità d’applicare l’art.49 della Costituzione e regolare così la vita interna dei partiti e il loro ruolo in relazione alla loro responsabilità, e responsabilizzazione, alla guida delle istituzioni e della cosa pubblica.

In questo Paese sta montando lo scontro sociale. Non facciamoci distrarre dal fatto che giornali e televisioni parlino d’altro. 11 milioni di persone compongono quell’enorme area che viene definita di povertà più allargata in cui è precipitata una discreta parte del ceto medio. E che contiene di tutto, a partire da chi ha perso il lavoro nella mezza età, ai giovani disoccupati, in maniera particolarmente distruttiva nel Mezzogiorno. Questione che non si risolve accapigliandosi sul Reddito di cittadinanza al punto che, da una parte e dall’altra, il tema è diventato strumento di “distrazione di massa”. In connessione, finiamo per parlare di educazione e della formazione, e quindi del suo sistema oramai è allo sbaraglio. Anche perché non si è più ripreso dai grandi scandali degli anni scorsi in cui è stata coinvolta la struttura formativa delle Regioni travolto, invece che rafforzato, dall’arrivo dei fondi europei finiti spesso preda di bande in cui si mischiava di tutto, politica e malaffare.

La prossima legislatura non potrà ignorare tutte i temi della transizione che sono ambientali, tecnologiche e per quanto interviene sulle trasformazioni che riguardano il lavoro e i rapporti dentro i luoghi di lavoro. Ci sarebbe ancora tanto da mettere sul tavolo, ma basterebbe poche aree d’intervento affinché, a partire dalla convocazione del senato di oggi, ci si decidesse ad avviare un’operazione di “verità” politica e, su quella base, far partire un vero, serio confronto affinché ad ottobre, o dopo il marzo prossimo, non si parli di leader in lotta tra di loro, ma di quello di cui l’Italia e gli italiani hanno davvero bisogno.

Giancarlo Infante