Commentando recentemente un intervento di Andrea Riccardi sulla cosiddetta “questione cattolica” è stato ovvio ricordare come essa “possa essere guardata da diverse prospettive” (CLICCA QUI). E questo è necessario farlo con grande cura per evitare di incorrere nel concreto rischio indicato da don Luigi Sturzo di non tenere ben distinti il piano religioso da quello politico.

A differenza di cent’anni fa, in Italia non esiste più una “questione cattolica” intesa come lo potè essere all’indomani della breccia di Porta Pia. Oggi vi è pieno riconoscimento della libertà della Chiesa, così come da parte dei fedeli verso lo Stato italiano. Possiamo proprio dire che tra famosi punti dell’Appello ai Liberi e forti quello della “questione”, allora detta romana, è l’unico a potersi considerare pienamente, e fortunatamente,  superato.

Restano in gran parte tutti gli altri. Alcuni, perché mai completamente risolti da un Paese cresciuto portandosi dietro gravi squilibri e disuguaglianze, sopra di tutto ciò che riguarda il Mezzogiorno. Altri, perché si ripresentano in un’Italia che mai è riuscita a realizzare una  democrazia sostanziale e a completare pienamente i processi di ricomposizione economica, geografica e sociale. E’ attorno a questo che, a mio avviso, ha oggi un senso parlare di “questione cattolica” e di un’adeguata rappresentanza dei cattolici in politica che, comunque, va conquistata.

Lo sfacelo del sistema politico cui stiamo assistendo porta una sempre più ampia parte dei cattolici interessati alla cosa pubblica ad interrogarsi sulle condizioni del Paese. Finalmente, e in molti, cominciano a toccare con mano quello che da tempo noi sosteniamo, cioè la necessità di andare oltre il bipartitismo, su cui invece anche in queste ore si stanno arroccando centrodestra e centrosinistra. Felicissimi che stenti a decollare, o fallisca del tutto, ogni tentativo di dare corso a posizioni “altre”, in quanto espressione di un ben più ampio sentire all’interno di una società civile sempre più tenuta compressa ed emarginata.

L’interrogarsi corretto, dunque, è l’andare oltre la pratica consumata finora di porre la “questione cattolica” in termini non di un “pensiero forte” per cui valga la pena di battersi, ma di ricerca di un riconoscimento, e di posti, elargiti da qualcun altro sulla base dell’assunto che una quota parte dovrebbe spettare sulla base del solo dirsi cattolico o in virtù della rappresentanza di questa o di quell’altra entità che del mondo cattolico fa parte. Questa pratica, infatti, è del tutto sbagliata. Perché parte dal presupposto dell’accettazione di una posizione subalterna, concettuale e pratica. Lo abbiamo abbondantemente sperimentato nel corso degli ultimi trent’anni nel corso dei quali chi si dichiarava cattolico e sedeva in Parlamento finiva poi, inevitabilmente, per subire il peso della “ospitalità” di cui aveva beneficiato nei partiti degli altri.

Se si giustifica una presenza politica sulla base di un’ispirazione cristiana non c’è bisogno di fare tanti giri di parole. L’impegno è diretto a far respirare alle istituzioni, all’economia, all’intero corpo sociale più solidarietà, più sussidiarietà, più ricerca della salvaguardia della dignità umana, per tutti, anche per gli immigrati, e della Giustizia sociale. C’è qualche partito che a ciò punta ricercandone la pienezza, la coerenza e la continuità sul piano legislativo e della gestione della cosa pubblica?

Affrontare la “questione cattolica” in politica, per superare irrilevanza ed indifferenza, significa allora rispondere a questa domanda ed essere conseguenti. Nel modo in cui risposero Sturzo, De Gasperi e Moro prendendo sulle proprie spalle un difficile fardello come quello di rispondere ai problemi che l’oggi pone agli italiani sulla base del particolare sentimento pubblico che viene dalla tradizione della cultura politica popolare.

In questi giorni, è un gran parlare della “neutralità” della Chiesa. E come non essere d’accordo. Ma il problema non riguarda gli uomini di chiesa. Loro fanno bene a parlare a tutti e noi speriamo che, prima o poi, siano ascoltati. La responsabilità di un impegno pubblico richiama la presenza attiva, se vogliamo anche spinti dalla forza delle cose, di quella grande porzione di gente che non può restare neutrale. E la ricerca di un’altra politica non può che essere esclusiva responsabilità dei laici. Di coloro che hanno il diritto e il dovere di porsi il problema della partecipazione attiva alla cosa pubblica consapevoli della forza trasformatrice di una voce di solidarietà che è cosa ben diversa dal “conservatorismo compassionevole”.

Giancarlo Infante