Non passa giorno che non compaia un articolo, un saggio, un libro divulgativo, una ricerca o uno studio sul tema dell’Intelligenza Artificiale.

Ne hanno scritto in questi giorni Vittorio Possenti su “Avvenire” (CLICCA QUI), Padre Paolo Benanti sul “Corriere” e Mario Morcellini su “Formiche” (CLICCA QUI).

Un argomento che va affrontato con la prudenza che pretende una tecnologia capace di evocare le domande ultime che, per millenni, sono state appannaggio esclusivo della filosofia. In altri termini, un fenomeno che, per molti aspetti, mette in discussione la consapevolezza che abbiamo di noi stessi, lo sviluppo e l’evoluzione
cui va incontro la nostra “auto-comprensione”, la percezione di cosa significhi davvero essere “umani”.

Si tratta di un profilo che, su più versanti, interpella la politica e finisce per essere evocato a conferma e sostegno delle tesi “transumaniste”. La politica ha bisogno, ad ogni modo, di essere illuminata da una riflessione filosofica che – come sostiene Vittorio Possenti – riguardi il concetto di persona. Lo afferma anche Padre Benanti quando scrive che l’IA “pone problemi etici che riguardano l’ unicità degli esseri umani”. La politica deve, in sostanza, porre a sé stessa una domanda che fin qui tutti concordemente – destra, centro e sinistra – hanno accuratamente aggirato: se si debba o meno porre un limite – ed eventualmente quale – ai magnifici e progressivi trionfi della tecnica.
Argomento, quello del “limite”, su cui tornare in altra occasione, restando per ora al tema dell’ “oltre l’ uomo”.

Cosa significa esattamente tutto questo? Da dove nasce l’istanza del trans-umanesimo che pensa di trovare negli sviluppi dell’IA artificiale una conferma dei suoi presupposti ideali e, nel contempo, un potente alleato? Senonché, il tema è mal posto e rischia di risolversi in una sorta di tautologia. In altri termini, l ‘“oltre” non può essere ricercato dall’uomo esattamente da nessuna parte se non penetrando più a fondo la sua interiorità. Scendendo dentro sé stesso, dove trova sterminate praterie di senso, piuttosto che salendo a più elevati livelli di performance delle sue attribuzioni funzionali. Infatti, l’ “oltre” è già lì, tutto e per intero, è lui stesso, senza dover rincorrere chimere.
Il punto, infatti, è che l’ uomo in sé è già un “andare oltre”. Lo è ontologicamente, originariamente, costitutivamente. A tal punto che la “trascendenza” rappresenta la cifra essenziale ed irrinunciabile del nostro essere umani. Ha a che vedere con la nostra facoltà di essere liberi.

Purtroppo, si tratta di una dimensione che abbiamo largamente perduto e questo ci condanna ad un grigiore in cui ogni gesto della vita quotidiana rischia di impaludarsi nella fattualità dell’istante, perdendo quella carico di “ulteriorita’ ” in cui riposa il suo valore simbolico.

Lo smarrimento della “trascendenza” spiega perché, non potendone fare a meno, ne costruiamo quei “surrogati” di cui ci ha detto Papa Leone. Surrogati, sia pure “di speranza”, ma, per forza di cose, “inefficaci” come afferma il Santo Padre, dato che pretenderebbero di recuperare il respiro della trascendenza, in un certo senso, si potrebbe dire “immanentizzandola”, cioè catturandola – operazione destinata a sicuro fallimento – nell’orizzonte ristretto del contingente.

Resta da dire se è o meno giustificato il timore che l’IA possa avocare a sé determinate funzioni quasi potesse fare a brandelli l’essenza del nostro essere umani.

Domenico Galbiati

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