La Costituzione italiana, sin dal suo primo articolo, afferma con forza che l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro. Non è una formula retorica né una dichiarazione d’intenti priva di sostanza: è il principio cardine su cui si fonda l’intero impianto democratico del nostro ordinamento. Il lavoro, infatti, non è inteso solo come mezzo di produzione o fonte di reddito, ma come strumento essenziale di realizzazione della persona, di partecipazione alla vita collettiva, di supporto alla stessa Repubblica e di espressione della propria dignità.

L’articolo 4 riconosce ad ogni cittadino il diritto al lavoro e promuove le condizioni che lo rendano effettivo. L’articolo 35 ne tutela la funzione, assicurando formazione e retribuzioni adeguate. L’articolo 36 stabilisce che il lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata e sufficiente, nonché a un’esistenza libera e dignitosa. Questi precetti non sono semplici affermazioni giuridiche: sono il riflesso di una visione alta dell’essere umano, in cui la persona non è mai mezzo ma fine.

Difendere il lavoro significa, dunque, difendere la persona nella sua interezza garantendo condizioni eque, di salute e sicurezza, di protezione dalle discriminazioni e l’equilibrio tra vita privata e quella professionale. Significa riconoscere il valore di ogni lavoro da quello più umile e manuale a quello intellettuale, dal lavoro autonomo, a quello di cura, e contrastare ogni forma di sfruttamento, di lavoro nero, o precarizzazione che ne mortifichi la funzione sociale.

E’ indispensabile che le istituzioni, i sindacati, i datori di lavoro, la società civile, riaffermino con determinazione la centralità della dignità umana, perché l’economia digitale, tramite l’intelligenza artificiale, cambierà la natura del lavoro e le prestazioni lavorative, così, come i tempi e le modalità della sua organizzazione, creando nuove sfide. E se molto è il potenziale alla riduzione della fatica e alla ripetitività del lavoro, i rischi reali sono quelli dati anche dalla spersonalizzazione del lavoro.

Oggi le imprese non riescono a trovare le competenze necessarie, mancano profili come tecnici, operatori sanitari, ristoratori, operai specializzati, ingegneri, manutentori delle abitazioni, solo per fare alcuni esempi. Le cause sono diverse vanno dalla scarsa integrazione tra il mondo della formazione e quella del lavoro, ad una retribuzione non adeguata e alla riduzione del numero dei giovani a causa delle trasformazioni demografiche. Per migliorare il mondo del lavoro è fondamentale allora investire con decisione nella formazione e nell’innovazione. Inoltre, nel nostro Paese, sebbene in diminuzione, abbiamo 1,3 milioni di Neet, ragazzi e ragazze che non studiano, non lavorano e non sono inseriti in percorsi formativi. Questo è uno dei motivi per cui i soggetti pubblici e privati devono collaborare sulle politiche attive, anche perché ci sono alcuni temi che non si possono rimandare come la formazione, il welfare e le politiche per i giovani e le donne.

La mancanza di adeguati percorsi formativi, l’estrema modernità delle tecnologie digitali e un’organizzazione del lavoro diffusa ancora basata sostanzialmente su un modello taylorista-fordista, con mansioni parcellizzate e ripetitive, a bassa competenza, mantengono i lavoratori in condizione di passività. L’impatto delle tecnologie aumenta il fabbisogno di aggiornamento delle competenze dei lavoratori e delle persone che cercano lavoro.

Come sappiamo, le nuove tecnologie possono ridurre la fatica fisica, ma anche sviluppare la creatività delle persone, utilizzare le tecnologie digitali vuol dire valorizzare le professionalità e le competenze tecniche, ma serve una adeguata remunerazione.

La transizione ecologica, digitale e demografica, se orientata unicamente al profitto, rischia di generare ulteriori forme di esclusione e disuguaglianza. Al contrario, una formazione continua, accessibile e disposta allo sviluppo integrale del lavoratore e sinergica ai servizi del mercato del lavoro, può diventare strumento di emancipazione e di crescita. Per questo motivo il lavoro deve essere ripensato non solo come mezzo di sussistenza o di mera produzione ma soprattutto come realizzazione della persona e dello sviluppo sociale, attraverso occasioni di vero coinvolgimento e partecipazione nelle imprese. La dignità della persona, infatti, non può essere tutelata solo a parole. Richiede politiche attive per l’occupazione, formazione continua, contratti giusti, strumenti di conciliazione e attenzione alle fragilità. Richiede, soprattutto, una cultura del rispetto e della corresponsabilità. In questo senso, la Costituzione non solo indica una direzione, ma chiede un impegno quotidiano per attuarne lo spirito.

Tra crisi geopolitiche, transizioni digitali, demografiche, e sfide economiche globali, tornare al cuore della nostra Carta fondamentale alla tutela del lavoro come espressione della dignità della persona – è un dovere civile e morale. Perché solo così è possibile costruire una società giusta, coesa e umana. Una società che non lasci indietro nessuno e che riconosca, in ogni lavoratore, il volto della Repubblica.

Angelo Colombini

Pubblicato su www.interris.it

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