Il cosiddetto “Qatargate” sta appassionando tanto tra gli strepiti, imbarazzi e reticenze. Reazioni trasversali che nascondono il timore di un allargamento della vicenda e che, com’è stato autorevolmente detto, possa finire per coinvolgere persino le istituzioni europee: in parole povere che la macchia d’olio si allarghi e raggiunga lidi fino al momento rimasti nell’ombra.

In effetti, stando alla lettura dei giornali, nessuno è in grado oggi di dire dove si potrebbe finire a parare e non è detto che la questione del modo di operare dei gruppi di pressione non c’immerga in un tormentone senza fine con la scoperta che quello addebitato agli accusati di oggi faccia parte di una pratica comune e diffusa che riguardi tanti paesi e tanti interessi.

Ovviamente, fa colpo sapere che solo nella disponibilità di un paio di politici siano state trovate banconote in euro per un ammontare di un milione e mezzo. E che sia adesso invalsa la moda di risparmiare sulle famose valigette di una volta per utilizzare le borse di plastica dei supermercati. Più facile e, verrebbe da dire, più familiare. Ma nonostante questi aspetti variopinti il punto di fondo resta quello della constatazione che neppure la regolamentazione del cosiddetto lobbismo sembra essere servito a molto e a porre un argine a fenomeni corruttivi.

Le lobby hanno fallito il loro compito? Quello, appunto che avrebbe dovuto essere di fare emergere alla luce del sole una legittima e trasparente tutela d’interessi che società, gruppi organizzati, siano essi economici, sociali o culturali poco cambia, esercitano nella relazione con i cosiddetti decisori? Stando attenti a non gettare l’acqua sporca della bacinella con il bambino, si deve riconoscere che, evidentemente, qualcosa comunque non funziona. E questo vale in maniera particolare per il nostro Paese dove siamo ancora molto lontani dall’introdurre una regolamentazione utile a fare emergere alla luce del sole quello che oggi è frutto esclusivo di furtivi incontri al bar o in qualche ristorante. E’ interessante notare come il “Qataregate” appaia come una questione ancora preminentemente italiana, per quanto svolta in sede europea.

In queste ore emergono dei dati interessanti sul sistema, e sui numeri, dei gruppi di pressione operanti a livello mondiale e, in particolare, negli Stati Uniti e a Bruxelles. Nella capitale statunitense risultano censiti 11.641 soggetti che fanno questo mestiere. Fino a qualche tempo fa Washington era considerata la capitale mondiale del “lobbismo”. Adesso sappiamo che è stata scavalcata da Bruxelles con 11.801 iscritti al “Registro per la Trasparenza”. Un Registro di cui non sappiamo se facciano parte tutti o alcune delle persone coinvolte nell’ultimo caso che sta per ora coinvolgendo Qatar e Marocco.

Il Registro in questione serve comunque per avere un’idea della composizione dei rappresentanti degli interessi esterni che cercano di influire sulle decisioni dell’Unione europea. E così sappiamo che parliamo di 5.996  industrie e società che comprendono 2.337 imprese, 2.430 associazioni commerciali e di categoria, 907 sindacati e associazioni professionali e 322 altri tipi di organizzazioni. Vi sono poi 3.141  Ong e associazioni dei consumatori, 1.124  società di consulenza, 913  istituti accademici e di ricerca, 576  enti pubblici e 51  organizzazioni religiose. Insomma, non ci facciamo mancare nulla, anche se non ci sono elementi per poter tout court sostenere che le persone coinvolti e i funzionari della Ue, o i rappresentanti eletti nel Parlamento europeo, non seguano disciplinatamente le regole fissate perché una legittima rappresentanza d’interessi non si trasformi in forme, più o meno “familiari” di corruzione. Per inciso, vale la pena di registrare il dato secondo cui ben 841 soggetti, tra quelli menzionati, sono italiani.

Il “così fan tutte” è reso possibile anche dalla solita diversità di comportamento che i singoli stati hanno in materia perché ancora manca una regolamentazione omogenea e in molti paesi, inclusa l’Italia, o che dev’essere considerata davvero limitata e piena di manchevolezze.

Non è venuta forse l’ora, anche alla luce dell’ingente mole di finanziamenti che dovranno essere gestiti per il Pnrr, oltre che sdegnarsi per quanto apprendiamo in questi giorni, di mettere insieme la volontà di “fare, fare” e norme più stringenti in modo da far diventare le occasioni di corruzione un incidente di percorso e non un sistema che continui a dispetto di tutto?