La guerra del XXI secolo si allontana sempre più dalle categorie classiche del diritto tradizionale. Conflitti ibridi, attori non statali, operazioni nel cyberspazio e le nove tecnologie innovative quanto distruttive mettono in crisi le distinzioni tra pace e guerra, tra combattenti e civili e tra ambito interno e internazionale.
Questa evoluzione impone di interrogarsi sulla capacità delle norme esistenti di adattarsi a forme di ostilità che rendono incerti i criteri di responsabilità e attribuzione. L’uso di sistemi autonomi, la commistione tra domini fisici e digitali e il crescente ruolo di attori privati introducono dilemmi inediti per la tutela delle persone coinvolte. Da ciò deriva la necessità di un aggiornamento concettuale e normativo che salvaguardi i principi fondamentali del diritto umanitario, fornendo strumenti adeguati a contenere la violenza in uno scenario bellico sempre più complesso.
Oggi il Mondo registra un numero record di conflitti, senza precedenti dalla Seconda guerra mondiale: dalla guerra in Ucraina alle crisi in Medio Oriente, nel Sahel, nel Corno d’Africa e in alcune regioni dell’America Latina.
Le conseguenze per la popolazione civile sono devastanti. Esse vanno dalle migliaia di morti, feriti, sfollati e vittime indirette dovute a crisi sanitarie, carestie e al collasso delle infrastrutture. Nel recente conflitto a Gaza, ad esempio, le stime indicano che il numero reale delle vittime civili potrebbe essere molto più elevato di quello ufficiale, tra dispersi e morti non registrati. Questa realtà mostra come la violenza armata non sia solo un fenomeno militare, ma soprattutto una crisi umanitaria: case, ospedali e servizi essenziali vengono distrutti, mentre intere comunità sono costrette alla fuga.
In questo contesto, il diritto internazionale è messo a dura prova. Le tradizionali categorie di “combattente”, “civile” e “campo di battaglia” risultano sempre meno efficaci a descrivere scenari in cui le ostilità si svolgono in aree urbanizzate, coinvolgono attori ibridi e impiegano droni, cyber-attacchi e strategie asimmetriche. La sfida per giuristi e comunità internazionale è duplice: garantire protezione effettiva alle vittime e aggiornare gli strumenti normativi in modo da riflettere la natura mutata dei conflitti.
Nel 2024, questi scenari hanno provocato più di 233.000 morti e costretto oltre 100 milioni di persone ad abbandonare le proprie abitazioni, molte delle quali in cerca di protezione oltre confine. La crescente militarizzazione e l’impiego di tecnologie avanzate hanno reso gli scontri ancora più letali e difficili da gestire. L’aumento delle violenze rappresenta una minaccia concreta per la stabilità globale e comporta gravi violazioni del diritto internazionale umanitario. Bombardamenti indiscriminati, attacchi a infrastrutture civili e ostacoli agli aiuti umanitari mostrano quanto spesso tali norme vengano ignorate, rendendo urgente rafforzare i meccanismi di controllo e responsabilità.
In questo quadro, il termine “genocidio” ricorre sempre più spesso nel dibattito pubblico. Dal punto di vista criminologico, esso rappresenta “il peso della storia e la responsabilità del presente”, evocando — come osserva D. La Rocca —memorie di atrocità, tensioni politiche e complesse dinamiche sociali. Non è solo una categoria giuridica, ma un concetto che racchiude l’impatto morale dei crimini più estremi contro gruppi umani, con il rischio concreto di persecuzioni sistematiche e distruzioni di massa. Comprenderne la portata significa identificare in maniera tempestiva i segnali che precedono tali crimini e rafforzare gli strumenti internazionali destinati a prevenirli.
Già nel 1998, uno studio dell’Università di Belfast proponeva un manifesto per una criminologia della guerra, evidenziando come — nonostante l’evidente legame tra dinamiche belliche e produzione di crimini di guerra — questo ambito non fosse mai stato analizzato in modo sistematico dalla criminologia. Ciò dimostra quanto a lungo sia mancata una riflessione strutturata sui meccanismi che rendono possibili atrocità di tale portata.
Il manifesto di Belfast enuclea alcune delle ragioni principali per cui una criminologia della guerra è necessaria:
- la guerra rappresenta un drammatico esempio di violenza di massa e comporta numerosi casi di vittimizzazione;
- crimini e violazioni dei diritti umani sono spesso perpetrati “inter alia” con la partecipazione di agenzie statali, configurando una definizione di “crimini di Stato”;
- si riscontrano abusi anche di genere;
- guerra e stato di emergenza comportano frequentemente un aumento del controllo sociale, con un potere punitivo accompagnato da strumenti di controllo ideologico, formando la triade “guerra/crimine/punizione”;
- la conseguenza primaria è la sospensione dei diritti civili, politici e umani.
Lo storico E. Hobsbawm descrive il XX secolo come “l’età degli estremi”, caratterizzata da contraddizioni radicali: grandi conquiste scientifiche e sociali si alternano a tragedie e conflitti senza prece-denti. In particolare, l’ultimo periodo del secolo scorso ha visto una chiara predominanza economica e militare americana. Ci si può chiedere se oggi stiamo assistendo a una sorta di duplica- zione di quel periodo in chiave moderna.
I motivi delle guerre contemporanee sono cambiati assumendosene sempre più carattere economico ed egemonico, ma le trasformazioni più profonde riguardano il modo in cui la guerra viene combattuta e giustificata. In questo contesto, la criminologia della guerra dovrebbe analizzare il comportamento criminale sistematico che può accompagnare un intento genocidiario, osservando aspetti come la distruzione mirata di infrastrutture civili, gli assedi, il blocco degli aiuti e i processi di disumanizzazione.
Questo approccio aiuta a riconoscere schemi ricorrenti di violenza organizzata nei conflitti contemporanei. Tale prospettiva può, ad esempio, offrire strumenti utili anche per comprendere il dibattito internazionale sugli eventi di Gaza, dove diversi organismi sollevano questioni sulla proporzionalità delle operazioni militari e sulle condizioni della popolazione palestinese.
Invero, la criminologia della guerra non fornisce giudizi definitivi, ma contribuisce a individuare indicatori di rischio e possibili gravi violazioni del diritto internazionale. Nondimeno, sebbene non sia compito della criminologia della guerra fornire soluzioni o provvedimenti normativi, essa può interpretare la realtà dei conflitti distinguendo la violenza ordinaria dalla volontà di annienta-mento. Questo lavoro si basa su un vasto insieme di dati: immagini satellitari, prove digitali e testimonianze di medici, operatori umanitari e civili.
Così la criminologia della guerra contribuisce a ricostruire i modelli operativi delle parti, a individuare pratiche sistematiche di persecu- zione e a fornire elementi utili agli organismi internazionali incaricati di accertare eventuali responsabilità, rafforzando la tutela dei diritti umani e la prevenzione di nuove atrocità. In questa prospettiva sta operando anche la Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja, chiamata a esaminare il ricorso presentato nel 2024 dal Sudafrica contro Israele per la possibile violazione della Convenzione che risale al 1948 sulla prevenzione e repressione del genocidio di cui gli stessi erano rimasti vittima nel secondo conflitto mondiale.
L’importante Trattato, adottato dalle Nazioni Unite nel 1948 ed entrato in vigore nel 1951, impone agli Stati l’obbligo di prevenire e punire questo crimine. La CIG non stabilisce responsabilità penali individuali, ma valuta la responsabilità internazionale degli Stati e può ordinare misure urgenti per evitare ulteriori violazioni. In teoria, i Tribunali penali internazionali e le Corti dovrebbero tener conto dei risultati offerti dagli studi criminologici e applicare in modo rigoroso le norme del diritto internazionale umanitario.
Tuttavia, in pratica, queste norme sono state applicate spesso in modo selettivo, colpendo soprattutto attori meno potenti e lasciando ai margini Stati o Governi in grado di sottrarsi al giudizio internazionale. Questa forma di “giustizia selettiva ”finisce per criminalizzare in maniera del tutto sproporzionata gli abusi commessi dagli Stati più deboli, depauperando la credibilità dell’intero sistema e minando la fiducia nella sua capacità di proteggere davvero le Vittime dei conflitti contemporanei.
Eliminare questa disparità di trattamento è una delle sfide decisive per il futuro dell’Umanità poiché solo un’applicazione imparziale delle norme pattizie emanate potrà rendere il diritto internazionale uno strumento reale di tutela e non un meccanismo utilizzato secondo la propria convenienza dai più forti in campo. In molti conflitti, infatti, l’elevato numero di vittime civili ed, in particolare, i bambini, testimonia un chiaro intento distruttivo rivolto dai più forti a povere vite innocenti.
Riconoscere e contrastare questa dinamica è essenziale per restituire al diritto internazionale la sua funzione primaria: proteggere chi non ha alcuna difesa(!!)
Claudia Trani
Fonti:
https://www.theguardian.com/world/2025;
Jamieson-1998; V. Ruggero 2006: Queen’sUniveristy Belfast
Eric Hobsbawm “L’età degli estremi”, 1998);
https://www.processopenaleegiustizia.it