Cronaca n. 1. I ‘beni comuni’ europei in pericolo? Una prima risposta dell’Unione Europea

Ogni comunità politica fa affidamento su una serie di ‘beni comuni’ (i commons), cioè risorse materiali e immateriali che sono patrimonio indiviso e delle quali gli individui possono godere per il fatto stesso di appartenere a quella comunità. Una minaccia a questi beni costituisce una minaccia esistenziale a quella comunità.

I ‘beni comuni’ sui quali le società europee hanno potuto contare sino ad oggi sono:

a. l’indipendenza e la sicurezza esterna (e interna);

b. un alto livello di benessere economico e di protezione sociale;

c. una elevata qualità democratica;

d. un livello crescente di protezione ambientale.

Questi beni comuni sono stati sviluppati e garantiti dagli stati nazionali, ma ulteriormente rafforzati in misura decisiva dalle istituzioni dell’Unione Europea. L’ambiente internazionale quale si è venuto configurando negli ultimi anni, ma con una accelerazione molto forte nel periodo più recente, mette oggi le società europee di fronte a sfide
inedite e di notevole gravità. Nel contesto dell’odierno problematico assestamento del grande processo di globalizzazione del quale abbiamo apprezzato i non indifferenti vantaggi (pensiamo all’emergere da condizioni di povertà di imponenti porzione della popolazione mondiale, ma anche alla enorme disponibilità di beni a basso prezzo per i paesi sviluppati), ma del quale emergono oggi con più chiarezza anche i non indifferenti costi (processi di deindustrializzazione con i conseguenti difficili riadattamenti sociali, nuove disparità di condizioni economiche, ecc.), si fanno sentire con particolare aggressività alcuni soggetti politici ed economici che intendono gestire con aggressività a loro favore queste nuove condizioni. Le loro azioni hanno conseguenze potenzialmente molto
dirompenti per l’Europa e i suoi ‘beni comuni’. Vediamo meglio chi sono e che minacce rappresentano.

La Russia di Putin, rafforzatasi economicamente grazie alle immense risorse naturali, fondamentale combustibile della globalizzazione, e consolidatasi politicamente nella forma di un regime politico ad altissima concentrazione personale e legittimantesi sulla base di una rivendicazione imperialistica con l’aggressione all’Ucraina ha messo all’ordine del giorno in Europa la questione della sicurezza. La fragilità degli stati nazionali europei e le insufficienze dell’Unione su questo piano sono state brutalmente esposte.

La travolgente crescita economica della Cina, combinata con importanti squilibri del suo modello socio-economico emergenti negli anni della leadership fortemente accentratrice di Xi Jinjping (il ritorno ad un forte dirigismo politico dell’economia, la stagnazione dei consumi interni, il declino demografico), ha alimentato un modello centrato sulla spinta estrema delle esportazioni (ne fa fede il record di mille miliardi di dollari di surplus commerciale raggiunto quest’anno).

L’Europa sta facendo largamente le spese di questa formidabile pressione commerciale con effetti diretti sulla sua produzione industriale che deve affrontare una concorrenza durissima (si pensi all’industria automobilistica per non citare che quella più evidente) con tutte le conseguenze anche sociali che ne derivano (per esempio con la potenziale compressione dei livelli dei salari). Ma c’è un altro effetto di non minor rilievo, anche se indiretto, sulle politiche ambientali dell’Unione che per fronteggiare questa concorrenza devono essere annacquate come nel caso del Green Deal.

Infine gli Stati Uniti sotto la guida di Trump e dei repubblicani MAGA, ben rappresentati dal vice-presidente Vance (in corsa per la successione presidenziale), sono diventati oggi il terzo attore fortemente aggressivo sotto più di un aspetto verso l’Europa. Visto il carattere fondamentale che lo stretto rapporto con gli Stati Uniti ha avuto per la sicurezza europea (per non parlare della integrazione economica e culturale) negli ultimi 75 anni la nuova posizione americana ha introdotto seri problemi di incertezza sul piano della sicurezza del continente. Ma l’isolazionismo doganale di questa amministrazione ne aggiunge anche sul piano economico. C’è poi il prospettato interventismo nella politica interna dei paesi europei a favore delle forze sovraniste che getta minacce sul funzionamento
della democrazia. Non va dimenticato infine il ruolo delle mega-aziende tecnologiche americane che con l’appoggio del governo si muovono contro importanti aspetti della regolazione europea legata a un modello di capitalismo più temperato di quello statunitense.

Poiché su ciascuno di questi fronti le capacità individuali degli stati europei sono limitate, la difesa e promozione del “beni comuni” europei è destinata ad essere sempre più una responsabilità dell’Unione Europea in quanto tale. Contro i molti giudizi pessimistici sulla Unione, nei giorni scorsi sono invece emersi segni importanti della sua capacità di reagire in particolare alle sfide sul piano della sicurezza. Una prima decisione è stata quella di congelare a tempo indeterminato gli imponenti fondi finanziari russi bloccati nei paesi europei (evitando quindi la necessità di rinnovare il blocco ogni sei mesi con il rischio ogni volta di una mancata decisione). Questi fondi restano quindi a
disposizione per le future spese di ricostruzione dell’Ucraina. La seconda è stata quella di erogare, facendo ricorso a una emissione di debito comune europeo, un prestito di 90 miliardi di euro a tasso zero per i prossimi due anni allo stato ucraino.

I significati di questi due passi sono molteplici. In primo luogo, l’Unione ha mostrato di saper accompagnare la propria scelta di politica estera a sostegno dell’Ucraina con la messa in campo di risorse finanziarie adeguate. In secondo luogo per raggiungere questi risultati si sono trovate le strade per evitare che i poteri di veto bloccassero la capacità di azione dell’Unione. Nel primo caso, ricorrendo all’art. 122 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (TFEU) si è deciso a maggioranza qualificata (come è permesso in casi di emergenza); nel secondo caso. si è utilizzato lo strumento delle “cooperazioni rafforzate” (art. 20 del Trattato sull’Unione Europea) (TEU) che ha
permesso a 24 paesi membri di decidere escludendo tre paesi (Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria) dalle potenziali obbligazioni finanziarie relative al debito comune. Di fronte ad una grave criticità la volontà comune della grande maggioranza dei paesi membri ha potuto quindi affermarsi superando l’immobilismo del principio di unanimità. In terzo luogo l’Unione ha ulteriormente indebolito il tabu del divieto del ricorso al debito (gli eurobonds) per affrontare importanti necessità della comunità (come era già stato fatto con il Next Generation EU e con il SURE nella crisi COVID e con il SAFE nella crisi ucraina).

Con le dovute cautele il debito comune può dunque essere utilizzato per non gravare direttamente sulle finanze dei paesi. In quarto luogo con queste scelte l’UE ha mostrato di voler assumersi direttamente le proprie responsabilità in materia di sicurezza continentale e di considerare l’Ucraina già parte di una comunità politica allargata che rifiuta la violenza e la prevaricazione del diritto per risolvere i conflitti. Il messaggio alla Russia e agli Stati Uniti è significativo: l’Europa non può essere esclusa dalle trattative di pace.

Maurizio Cotta

About Author