Frank Furedi una scelta interessante
Gratitudine devo alla scelta della traccia del sociologo Frank Furedi da parte del Ministero dell’Istruzione e del Merito nella prova di italiano. Il confronto delle idee è sempre utile, anche quando non si condividono quelle dell’interlocutore. Se fossi stato uno studente alla maturità avrei forse scelto proprio questa traccia non solo per ciò che afferma ma soprattutto per ciò che implicitamente sembra suggerire.
Che si siano smarriti i confini tra maturità e adolescenza e che si idealizzi addirittura l’infanzia è fatto sociologicamente noto da tempo, che indipendenza, responsabilità, impegno non affascinino è più che normale in una società senza adulti, o senza padri, in un mondo infantilizzato in cui i comportamenti anche i più innocui sono gestiti da un immenso potere tutelare che tiene in stato di minorità permanente le persone rinunciando alla loro educazione, non ovviamente alla loro formazione professionale. Non occorreva Furedi per descrivere questa situazione. Bastava leggersi i passi più noti de La democrazia in America di Alexis de Tocqueville o meditare un po’ sulla definizione di illuminismo di Kant. Testi del XVIII e XIX secolo che avevano previsto situazioni del genere, o tanti altri studiosi.
Interessante è però che questo brano sia tratto da un testo intitolato I confini contano. Perché l’umanità deve riscoprire l’arte di tracciare le frontiere. Titolo, del 2021, che non rimanda alla psicologia di massa, ma al fenomeno della “rivalutazione dei confini” in senso storico geografico suppongo. Noi viviamo in una fase di grande rivalutazione dei confini specie in Europa e non solo da oggi o dalla guerra in Ucraina. Cosa altro erano i conflitti della ex Jugoslavia a fine XX secolo ? Un po’ come nella fase che precedette la grande guerra.
Paradossalmente la globalizzazione e la società liquida hanno prodotto il disastro. La diffusione di oggetti, merci, prodotti, idee, oggetti, comportamenti, valori senza condivisione di senso ha portato alla rinascita dei muri e delle barriere per difendersi da ciò o da chi sentiamo diverso senza poterlo comprendere. Globale non equivale ad universale. Vicinanza non equivale a fratellanza o “prossimità”. La reazione politicamente più immediata è stata perciò il ritorno della sacralità dei confini ( più importanti delle persone).Ricordiamoci prima della guerra di Ucraina i migranti respinti dalla Polonia nelle foreste della Bielorussia ed accolti pietosamente in poche case isolate nella campagna polacca.
Difesa dei confini unica via d’uscita dai nuovi drammi della globalizzazione? Le forze di sinistra non si sono nemmeno posto il problema, avendo a lungo aderito ad una idea positiva ed astratta della globlizzazione. Ma il problema c’è. Solo che la soluzione va cercata. Non nella vecchia e bellicista cultura dei confini, ma nella cultura del limite che il mondo politico ha dimenticato da tempo.
Anche Furedi confonde limiti e confini e sembra accreditare la necessità dei confini chiamando confine ciò che confine non è, ma limite. Tra maturità e adolescenza non c’è infatti confine , c’è un limite. Confine è una linea convenzionale che stabilisce una separazione: un monte o un fiume non è un confine naturale – che non esiste- ma un elemento convenzionale che indica una separazione tra Stati o tra regioni o entità diverse. Limite è una linea o una condizione non convenzionale ma individuata razionalmente o implicita in un ordine oggettivo che dà un senso alla realtà e che aiuta a porre relazioni tra entità diverse e persone diverse. Tra maturità e adolescenza c’è un limite, non un confine, un limite che può fissarsi in punti diversi. Per salvaguardare una identità culturale c’è un limite da far valere, non una barriera protettiva che impedisca ogni osmosi. Per difendersi da una “globalizzazione selvaggia” dovrebbe esserci il limite della legislazione messa in essere da entità sovrane. Per governare i popoli c’è bisogno di riconoscere e salvaguardare i limiti che in quanto costitutivi dell’essere umano non vanno affatto superati ma rispettati e tutelati e che sono il contrassegno della umanità ( ved. Magnifica Humanitas).
L’Europa politica non è stata progettata dai padri fondatori come una fortezza circondata da confini impenetrabili in grado di fronteggiare i competitors più aggressivi , ma come un potere fondato sulla autolimitazione e sull’auto-disciplinamento, sulla negazione di sovranità assolute, sulla affermazione del diritto e dei diritti umani. E quindi sulla costruzione della pace.
La cultura del limite, non la cultura dei confini è la vera cifra della costruzione europea. Va detto alto e forte anche agli “europeisti” che citano, senza conoscerlo bene, Jean Monnet e lo considerano erroneamente il teorico delle “crisi necessarie”. E’ anche a lui che risale questa cultura europea.
Jean Monnet ( 1888-1979) e la cultura dei limiti
Figura singolare di economista, imprenditore, uomo di Stato francese, Jean Monnet ha svolto una attività di grande rilievo nella costruzione della realtà comunitaria europea, oltre che nell’organizzazione e nella costruzione della pace in Europa e nel mondo. Figlio di un commerciante di cognac (marca J.G.Monnet), ed originario di Cognac nella Charente, eredita anche dall’ambiente familiare quell‘apertura alla realtà internazionale che ha poi caratterizzato la sua singolare attività “politica” e culturale. Il viaggio all’estero fa parte della sua esperienza di vita sin dall’adolescenza. Dall’età di sedici anni- evidentemente il limite della “maturità” per lui si è abbassato- , proprio nello stesso periodo in cui milioni di europei attraversano l ‘Atlantico per raggiungere le Americhe, viaggia fuori di Francia, per gestire gli affari della ditta paterna, in Inghilterra, poi in America ed in Canada, a Winnipeg, dove scopre, nel 1906, una realtà totalmente diversa da quella francese ed europea. Una realtà che lascerà su di lui un’impronta duratura.
Qui fa conoscenza di “un popolo la cui occupazione non era di amministrare ciò che già esisteva, ma di ingrandirlo senza tregua. Non si pensava ai confini, non si sapeva nemmeno dove fosse la frontiera”1 . E ‘un mondo in cui i confini non hanno più senso, quei confini “sacri” in nome dei quali si sta invece per scatenare la tempesta in Europa.
Nel 1914, di fronte all’esplosione di un conflitto, le cui proporzioni i vecchi capi di Stato non sono lontanamente in grado di prevedere, c’è il suo primo coinvolgimento negli affari pubblici, la responsabilità assunta, grazie all’interessamento di un amico che lo presenta al presidente del Consiglio francese, Viviani, come organizzatore della cooperazione interalleata che si rivela necessaria per affrontare un conflitto terribile e senza precedenti, in cui ci si accorge che sono l’organizzazione e l’economia a decidere tutto. La guerra dimostra con una evidenza palmare che i problemi della gestione degli Stati hanno superato la dimensione nazionale. E questo varrà ancor di più per i problemi dell‘organizzazione della pace.
E ‘infatti nell’organizzazione e nell’amministrazione della pace che Monnet si misura coi compiti più impegnativi, quali quelli di rimediare ai dissesti di una guerra dalle dimensioni colossali e di ricostruire un affidabile sistema di relazioni internazionali. Dal 1920 al 1923 è segretario generale aggiunto della Società delle Nazioni, un organismo di cui egli intravede le grandi potenzialità, piuttosto che i limiti, che tuttavia sperimenta ben presto. E in questa funzione, nella Slesia del 1921, fa l’esperienza che sarebbe stata, come lui stesso racconta , fondamentale per costruire la CECA trent’anni dopo2 . L’alta Slesia , bacino carbonifero abitato da una popolazione mista tedesca e polacca, è una sorta di “triangolo industriale omogeneo” come quello della Ruhr, della Lorena e del Limburgo, per il quale si sarebbe inventata trenta anni dopo la CECA. Nel 1921 si tratta per Monnet non soltanto di fissare dei confini di stato-il compito principale che era stato assunto dalla Conferenza della pace di Parigi-, ma soprattutto di stabilire uno statuto comune per uomini e prodotti posti dall’uno e dall’altro lato di un confine artificiale che paradossalmente deve esser tracciato proprio dalla S.d.N. sulla base dei risultati dei plebisciti. Il ferro tedesco ha bisogno del carbone polacco e gli operai polacchi hanno bisogno di mantenere il loro posto di lavoro nelle fabbriche tedesche. La gente e i prodotti devono poter passare liberamente i confini. Monnet intuisce la necessità di stabilire un insieme di regole concrete e accettate da entrambi gli Stati e gestite congiuntamente sotto il controllo e la decisione finale di un arbitro. Si delinea la possibilità di una limitazione al potere sovranazionale che richiede la creazione di organismi permanenti di nuovo tipo. Tali sarebbero stati la Commissione mista tedesco-polacca ed il Tribunale arbitrale che avrebbe funzionato fino al 1937, veri embrioni del futuro potere comunitario.
Nel 1940 , di fronte al nuovo conflitto scatenato dal nazismo, Monnet immagina e progetta il piano di unione franco-britannico, appoggiato da Churchill e De Gaulle, un piano che sfuma in conseguenza della disfatta francese e delle dimissioni del presidente del consiglio Reynaud. Membro del governo provvisorio francese a Algeri, è nominato commissario generale alla pianificazione nel 1946 e, in tale veste, supervisiona la ricostruzione della Francia .
Nel 1950, di fronte alle difficoltà e ai nuovi timori generati dalla paura di una guerra fra i due blocchi- una guerra ritenuta inevitabile nel clima della “guerra fredda”- dal problema della rinascita tedesca, dai timori per la continuità della rinascita francese, propone a Robert Schuman il progetto di dichiarazione del 9 maggio da cui sarebbe nata la CECA. Ancora una volta Monnet – che assumerà la presidenza dell’Alta Autorità della CECA – si propone di intervenire per creare un interesse comune laddove le politiche nazionaliste hanno fallito ed hanno approfondito le divisioni fra i popoli. Il carbone e l’acciaio del bacino franco-tedesco, la chiave della potenza economica e la posta in palio dei conflitti mondiali, potevano divenire la chiave della pace, se si costruiva una Autorità internazionale capace di organizzare la gestione di quelle risorse strategiche nell’interesse di tutti gli Stati confinanti e di quelli che volessero prender parte all’impresa.
Dopo il fallimento della CED è lui a creare, nel 1955, il Comitato d’azione per gli Stati Uniti d ‘Europa che, per un ventennio, riunirà politici, sindacalisti e industriali dei principali Paesi europei e rilancerà la costruzione europea. Consapevole dello scarso sostegno di Parlamenti e opinioni pubbliche alla prospettiva europea, Monnet sceglie di operare attraverso una élite di politici e sindacalisti (non più di un centinaio) dotati di un’autorità morale e culturale più che di poteri concreti. Al tempo stesso mette in piedi una rete di prestigiosi opinion-makers della grande stampa internazionale per dare la più ampia risonanza alle iniziative del Comitato. E ‘dalle sessioni di questo Comitato, la prima delle quali si tiene nel gennaio del 1956 che prendono avvio le iniziative politiche che portano ai trattati di Roma, alla CEE ed all‘Euratom, alla realizzazione della prima fase della Comunità Europea..
Persuaso che “niente è possibile senza gli uomini, niente è duraturo senza le istituzioni”3 Monnet ha svolto un’azione di stimolo e di influenza costante, specialmente negli appuntamenti decisivi della costruzione europea, sugli uomini politici e di governo dei vari Paesi europei. La sua esperienza dimostra che la costruzione dell‘Europa – e più in generale quella delle relazioni pacifiche fra i popoli- può nascere solo da una conoscenza concreta dei problemi comuni di tutti gli Stati e dal riconoscimento delle legittime esigenze di ciascuno di essi. Solo su questa base si possono costruire interessi comuni. Creare progressivamente i più larghi interessi comuni, questo è il segreto di quella dinamica “funzionalistica” che ha dato vita, sino ai tempi più recenti dell’unificazione politica e monetaria, alla costruzioni europea, spezzando i pregiudizi, cancellando le frontiere, allargando a dimensione continentale quei processi che nei secoli precedenti avevano portato alla formazione delle nazioni. Gli interessi economici- a differenza di quanto è diffuso nel senso comune- non sono né fini in sé, né determinanti assolute dell’evoluzione storica. Essi sono piuttosto mezzi e strumenti la cui influenza dipende dalle finalità generali che li guidano. Ciò che è essenziale è trovare le strade per costruire interessi che uniscano davvero gli uomini, più che i governi o gli Stati. Proprio per questo sono stati spesso non le grandi e tradizionali forze politiche, ma uomini singoli, semplici e concreti, ed anche pazienti e determinati nelle loro iniziative, come Monnet, i pionieri dalla costruzione europea. Solo le persone lontane dal fatalismo e dal determinismo di chi vede il futuro come campo d’azione dominato in esclusiva dai remoti misteriosi e onnipotenti poteri globali e supernazionali- il primo dei quali è quello della guerra-, hanno la possibilità di essere i pionieri dell’innovazione umana e umanizzante”.
Umberto Baldocchi