C’era una volta Pontida, la “Mecca” politica del leghismo. Lì, ogni anno, si consumava il rito fondativo di un movimento che prometteva di ribaltare l’Italia, per darle un Nord sovrano, prima secessionista e poi federale. Umberto Bossi parlava alla pancia di milioni di piccoli imprenditori, artigiani, commercianti e contribuenti che non volevano più “pagare per Roma ladrona”. Era il linguaggio di una rivolta fiscale e culturale, che nei primi anni Novanta si trasformò in un vero terremoto politico.
La Lega, con la sua simbologia padana, le ampolle del Po e i giuramenti medievali, sembrava destinata a cambiare la geografia politica del Paese. Oggi, però, quel mondo non esiste più. Pontida è ridotta a scenografia stanca, la Lega a una forza politica che, secondo gli ultimi sondaggi, fatica a superare l’8 per cento. Non è più il “movimento” che minacciava l’unità nazionale, ma un partito ripiegato su se stesso, diviso tra nostalgie nordiste e pulsioni sovraniste, con la leadership di Matteo Salvini ormai logorata da anni di scelte insensate e contraddittorie.
Lo ha detto con parole dure Pier Ferdinando Casini: la Lega non è più motore di riforme, ma un ingranaggio arrugginito del potere. E lo ha confermato anche l’ex ministro leghista Roberto Castelli: l’originario sogno federalista si è dissolto, lasciando spazio solo alla conservazione di qualche poltrona.
Dalla rivoluzione mancata al compromesso
Il paradosso è che proprio nel momento in cui il governo di centrodestra ha portato in Parlamento l’autonomia differenziata – una vecchia bandiera del leghismo – la Lega non riesce a capitalizzarne il valore politico. Anzi, l’approvazione della riforma è apparsa come un atto tecnico, privo di slancio ideale. Bossi parlava di “rivoluzione” e di “orgoglio padano”. Salvini, da par suo, la riduce a un comma nel contratto di governo.
Nel frattempo, l’elettorato del Nord, quello che un tempo si riconosceva nei gazebo verdi e negli slogan contro Roma, sembra guardare altrove: molti votano ormai per Fratelli d’Italia, altri si rifugiano nell’astensione. Come se non bastasse, a indebolire ulteriormente la Lega è emersa la figura del generale Roberto Vannacci. Il suo successo editoriale e mediatico, con posizioni spesso radicali, ha trovato spazio proprio dentro il partito, che ne ha fatto un candidato di punta. Ma più che rafforzare la Lega, Vannacci ne ha messo in luce la fragilità: un partito senza identità, pronto ad accogliere tesi xenofobe, russofile, apertamente euroscettiche, in un miscuglio ideologico che rischia di alienare non solo l’elettorato moderato, ma anche gli alleati di governo.
Non è un caso che Giorgia Meloni, pur senza dirlo apertamente, tema che questa deriva possa indebolire l’intero centrodestra, facendogli perdere le prossime elezioni.
Dopo il crollo alle europee, un partito senza più identità
Il lento declino della Lega ha dunque radici storiche e politiche precise. Dal sogno di un Nord autonomo si è passati alla corsa per diventare partito nazionale con Salvini, capace di raccogliere voti al Sud grazie alla retorica anti-immigrazione e anti-Europa. Ma quel consenso, che nel 2019 aveva portato il Carroccio oltre il 30 per cento, si è dissolto in pochi anni.
La Lega non ha saputo governare il proprio successo: troppo subalterna alla destra sovranista, troppo lontana dalle sue origini federaliste, troppo impegnata a difendere posizioni di potere locali e nazionali. Pontida resta, certo. Le bandiere verdi sventolano ancora, i militanti si radunano e ascoltano i discorsi dal palco. Ma il mito fondativo si è trasformato in nostalgia, la fiamma dell’utopia padana si è spenta.
Quello che rimane è un partitino stanco, lacerato e in cerca di una nuova ragion d’essere. La Lega di oggi non è più il movimento che sfidava l’Italia unita, ma un pezzo minore del sistema politico nazionale, sopravvissuto solo per l’inerzia di una classe dirigente attaccata al potere. E forse, a ben vedere, questa è la vera agonia: non la fine improvvisa, ma il lento trascinarsi di un partito che ha smarrito la sua identità e che rischia di diventare irrilevante.
Da Bossi a Vannacci, la parabola della Lega racconta non solo la crisi di un movimento politico, ma anche la disillusione di un Paese che, dopo aver inseguito tante bandiere, si ritrova con un partito che non ha più nulla da dire né ai padani, né tantomeno agli italiani.
Michele Rutigliano