La guerra degli Stati Uniti all’Iran, iniziata con ambizioni massimaliste e un’impostazione quasi ideologica da parte dell’amministrazione Trump, si conclude con un accordo che ha il sapore della resa pragmatica. Tanta stampa internazionale conviene I tre articoli su un punto: Washington ha dovuto accettare molto meno di ciò che voleva, mentre Teheran ha saputo sfruttare al massimo la leva strategica dello Stretto di Hormuz.
Dalle ambizioni assolute alla realtà del campo di battaglia
Trump aveva lanciato la guerra con tre obiettivi:
- eliminare il programma nucleare iraniano,
- smantellare quello missilistico,
- interrompere il sostegno alle milizie regionali come Hezbollah e Hamas.
Ma l’Iran ha risposto con una strategia asimmetrica affinata in decenni, colpendo infrastrutture nel Golfo e soprattutto chiudendo lo Stretto di Hormuz, arteria vitale per il petrolio mondiale. La minaccia di una depressione globale ha costretto gli USA a negoziare rapidamente.
Il Memorandum: un cessate il fuoco che cambia i rapporti di forza
Il nuovo Memorandum of Understanding, firmato da Trump al G7 di Evian e letto solo oralmente alla stampa, sancisce:
- cessazione immediata e permanente delle ostilità su tutti i fronti, incluso il Libano;
- rispetto reciproco della sovranità e non interferenza negli affari interni;
- riapertura dello Stretto di Hormuz con passaggio gratuito delle navi;
- fine del blocco navale USA e ritiro progressivo delle forze americane;
- impegno iraniano a non costruire armi nucleari, con gestione futura dell’uranio arricchito sotto supervisione IAEA;
- fine delle sanzioni economiche e rilascio dei fondi iraniani congelati;
- creazione di un fondo da 300 miliardi di dollari per la ricostruzione iraniana (senza contributo diretto USA).
Il documento è “performance-based”: l’Iran ottiene benefici solo se rispetta gli impegni, ma di fatto gli Stati Uniti hanno già ceduto la leva principale — le sanzioni e il blocco navale — per riaprire lo Stretto.
Il nodo libanese e la vittoria narrativa di Hezbollah
Il cessate il fuoco in Libano, incluso nel Memorandum, è percepito come una vittoria da Hezbollah, che può rivendicare di aver resistito all’offensiva israeliana. Israele, che ha occupato una fascia di territorio come “buffer zone”, non ha ancora reagito ufficialmente, ma il malcontento è evidente.
Le critiche interne negli USA
Molti repubblicani parlano di “disfatta storica”. Bill Cassidy lo definisce “il peggior errore di politica estera in decenni”. Trump, che per anni aveva attaccato Obama per il JCPOA, ora si trova a giustificare concessioni ben più ampie, inclusa la restituzione di fondi iraniani congelati.
Una pace fragile, forse temporanea
Gli analisti sentiti un po’ in tutto il mondo concordano:
- l’accordo era inevitabile,
- evita un collasso economico globale,
- ma non risolve le cause profonde del conflitto.
Il Memorandum è solo un primo passo: entro 60 giorni dovrà essere negoziato un accordo definitivo, che sarà poi ratificato dal Consiglio di Sicurezza ONU. La sensazione comune è che gli USA abbiano perso la capacità di dettare le condizioni, mentre l’Iran ha dimostrato di poter paralizzare il commercio mondiale quando necessario.