Un secolo e mezzo di evoluzione sociale del pensiero cattolico. “Sono molte le possibilità a disposizione per indicare i compiti cui è chiamato l’apostolato dei laici“, spiega il professor Luca Diotallevi, autore del saggio “La chiesa si è rotta” (Rubbettino). Sottotitolo: “Frammenti e spiragli in un tempo di crisi e opportunità”. Spiega l’ordinario di sociologia all’Università di Roma Tre: “C’è la politica, certo, ma allo stesso titolo si potrebbe parlare di economia, di scienza, di famiglia, di arte o di altro ancora. Poi alla fine, soprattutto in Italia, quasi sempre si finisce per parlare di politica”. Prosegue il sociologo della religione: “La ragione è semplice. La stragrande maggioranza dei cattolici italiani è statalista. Che poi siano di destra o di sinistra è secondario. Dalla Rerum novarum a oggi, con poche e importantissime eccezioni, la maggioranza dei cattolici dalla politica si aspetta non solo qualcosa, ma tutto. Se si chiede tutto alla politica, è perché la si immagina come Stato. Hai voglia tu a mostrare che con il Concilio Vaticano II le cose – persino in termini di magistero – sono cambiate, anche sulla scia delle coraggiose svolte del popolarismo di don Luigi Sturzo e di Alcide De Gasperi. Oltreché del ressourcement della teologia. Oggi stiamo tornando all’antico”.
Dimensione sociale
Osserva il professor Diotallevi: “Neppure il gran parlare di ‘corpi intermedi‘ riesce a dissimulare lo statalismo cattolico. Del resto ‘intermedi’ rispetto a cosa? Intermedi tra lo Stato che deve stare sopra e intorno e gli individui i quali di conseguenza debbono stare sotto e dallo Stato essere accerchiati. Magari si chiede allo Stato di allentare un po’ la presa. Questo è in genere uno dei principali intenti della retorica dei ‘corpi intermedi’. La struttura però resta quella dello statalismo“. Alla politica, aggiunge il sociologo della religione, si assegna il compito del bene comune. “I corpi intermedi ambiscono a qualche briciola in più, a volte a molte briciole in più. Spesso i ‘corpi intermedi’ non sono altro che una variante delle coalizioni estrattive che ambiscono a drenare trasferimenti lungo la direttrice centro/periferia e lo fanno accampando pretese giustificate da ‘valori’. Mai che chiedano di ridurre il carico fiscale. E così, grazie ai ‘corpi intermedi’, gli individui diventano sudditi due volte e la periferia due volte periferia“. A questa prima ragione, che merita di essere presa in considerazione “solo per contestarne anche teologicamente gli argomenti”, Luca Diotallevi ne aggiunge altre.
Nodi da sciogliere
“La modernizzazione italiana ha avuto e in qualche misura ancora ha nella ‘questione romana’ un nodo decisivo – puntualizza l’autore del saggio-. Già ovunque il modo di sciogliere il nodo del rapporto tra poteri politici e poteri religiosi è decisivo rispetto alle forme localmente assunte dal processo di modernizzazione”. A maggior ragione, secondo Diotallevi, ciò è stato ed è vero in Italia dove è localizzato il quartier generale della organizzazione egemone sulla dimensione religiosa della principale tradizione cristiana – principale se non altro quantitativamente –. Questa organizzazione ecclesiastica basata a Roma per lunghi secoli ha aggiunto ai suoi diritti alla autonomia (di per sé caratteristici della modernità e di questa costitutivi), quello (invece estraneo) ad una sovranità anche territoriale da esercitarsi su di una cospicua porzione della penisola. Sicché, in Italia, la soluzione della “questione romana” è per il sociologo della religione parte integrante non solo del rapporto tra politica e modernità, ma anche di quello tra Chiesa e modernità. A questo si aggiunge il fatto che una soluzione italiana al rapporto tra poteri politici e poteri religiosi, per il fatto che riguarda la sede di Pietro, finisce per avere una portata molto più ampia di quella delle soluzioni che allo stesso problema si possono affermare altrove. A Parigi o a Berlino, a Londra o a Mosca.
Modernizzazione
“L’avventura della modernizzazione italiana è partita da una condizione di povertà e di marginalità della penisola nel suo insieme rispetto al resto delle società occidentali – puntualizza il professor Diotallevi-. In queste condizioni lo Stato ha avuto un ruolo maggiore che altrove nel percorso di modernizzazione italiana. Un ruolo in parte inevitabile, in parte, e, in parte forse maggiore, dannoso. Tant’è; impossibile, però, non fare i conti con il nesso tra politica in forma di Stato e via italiana alla modernizzazione”. Inoltre la penisola è storicamente un luogo “straordinariamente ricco” da punto di vista sociale. Per cominciare a rendersene conto è sufficiente contare il numero delle sue città o misurare il volume del patrimonio artistico che essa custodisce. “Se fare Stato ha un certo grado di difficoltà persino in Francia, dove storicamente Parigi pacificamente surclassa tutto il resto del Paese, il fare Stato nella penisola italiana è impresa enormemente più ardua”, evidenzia il professor Diotallevi. Per queste e altre ragioni, in Italia molto più che altrove la relazione tra poteri politici e poteri religiosi “decide non solo della forma che la politica assume nella modernità”. Ma anche dell’atteggiamento che “la Chiesa assume verso la modernità”. E addirittura del modo in cui nella modernità la Chiesa stessa si autocomprende e comprende la propria missione e i contenuti del Vangelo.
Apostolato dei laici
“La vicenda storica e teologica del rapporto tra Chiesa e libertà religiosa sta lì a dimostrarlo oltre, molto oltre ogni ragionevole dubbio – sostiene lo studioso-. Per questo il caso della politica ha una portata e una influenza sugli altri che lo rendono, allo stesso tempo, un poco più influente e molto più istruttivo”. Inoltre, sottolinea il professor Diotallevi, “le ragioni storiche e ormai anche teologiche e magisteriali della preferenza del cattolicesimo per la libertà religiosa, per la distinzione tra diritto e legge, per le società aperte secondo il modello della Civitas (e non della Polis), per la democrazia liberale, per una Unione Europea post-statuale, per una realistica considerazione della importanza della difesa anche militare dei diritti minacciati costituiscono perciò altrettanti casi urgenti da affrontare e paradigmatici quando si tratta di parlare in Italia di apostolato dei laici. Ciò basta per vincere la noia di continuare a parlare di cattolici e politica”.
Giacomo Galeazzi
Pubblicato su www.interris.it