Lo scontro sui dazi tra Trump e il Canada è oramai vissuto come un fatto di coinvolgimento popolare. E sta interessando il turismo con un sensibile calo già in atto tra i Canadesi che rinunciano a recarsi negli Stati Uniti. Era stato il Presidente canadese Justin Trudeau a dire ai suoi che era venuto il momento di scegliere le zone di casa propria per le vacanze. E i suoi connazionali l’hanno subito ascoltato.

Già a febbraio, gli attraversamenti del confine sono diminuiti di oltre il 20%, secondo Statistics Canada. La US Travel Association stima che anche solo una riduzione del 10% dei visitatori canadesi potrebbe comportare una perdita per gli Usa di  2,1 miliardi di dollari e  di 14.000 posti di lavoro. Ogni anno i canadesi che si recano per turismo oltre confine sono 20 milioni circa. Moltissimi, così, quelli che hanno cancellato i già programmati viaggi negli Stati Uniti e scelto altre destinazioni, come sembra il caso delle Bermude che hanno visto un balzo improvviso delle prenotazioni.

Si è diffuso, insomma, un sentimento popolare che guarda agli Stati Uniti come ad un “paese ostile”. Ma il fenomeno sta riguardando anche alcuni paesi europei come la Germania, il Portogallo, la Danimarca, il Regno Unito, e la Finlandia  i cui governi avvertono i loro viaggiatori verso gli Usa che il Governo di Trump ha reso più severi i controlli dei turisti europei alla frontiera e, pertanto, hanno emesso delle raccomandazioni che di solito riguardano paesi considerati meno sicuri.

Così, Tourism Economics ha recentemente aggiornato le sue previsioni sui viaggi in entrata negli Stati Uniti passando da  una crescita prevista dell’8,8% addirittura ad un calo del 5,1%.

 

 

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