Negli ultimi decenni, delocalizzare le imprese per lucrare su una manodopera a basso costo, è sembrato un escamotage originale e vincente. Tutto questo è avvenuto  a scapito dei lavoratori nazionali, favorendo, invece,  il processo di globalizzazione che ha abilitato alla industrializzazione aree una volta “out”. Sono nati, così, i “contenitori” di manodopera a basso costo.

Oggi, però, questo postulato può essere messo in discussione. Se finora l’evoluzione delle telecomunicazioni, dell’informatica e dell’IA ha favorito la delocalizzazione di stabilimenti e l’esternalizzazione di funzioni aziendali, nuove considerazioni possono suggerire un’inversione di tendenza. Questa può avere il suo punto di partenza nell’interesse alla difesa del segreto industriale che diventa necessaria anche nei siti decentrati ritenuti, invece, esenti da questa criticità fino a pochi anni fa. Il dinamismo tecnologico di  questi ultimi anni ha fatto sì  che si verifichi un trasferimento del “knowhow” incorporato nei processi delocalizzati e/o nei semilavorati rilavorati nei vari  punti della filiera. Pericolo analogo corrono le funzioni esternalizzate che, sempre più, contengono arricchimenti tecnologici per effetto degli sviluppi dovuti alle applicazioni di IA.

Ne consegue che la Casa madre non può permettersi che avvengano, nei trasferimenti interni, fughe del proprio  sapere, che è alla base della competitività dell’impresa. Il segreto industriale va tutelato rivedendo la filiera produttiva, anche riposizionando in “casa” delocalizzazioni diventate strategiche. Ciò modifica un punto fermo, almeno finora, della strategia aziendale, soprattutto se è globale : si delocalizza quando si può ottenere una minimizzazione del costo del lavoro. In merito  a ciò, la proprietà di un’impresa (il capitale), senza più i vincoli tecnici ed economici del passato, può decidere con facilità e rapidità la delocalizzazione di una unità produttiva, se la convenienza dell’investimento era prima basata, prevalentemente o esclusivamente, sul basso costo del lavoro. In questa direzione, sono state molto frequenti le decisioni di fare impresa in Italia utilizzando  manodopera a basso costo. Infatti, le opportunità che rendono conveniente la delocalizzazione sono numerose in giro per il mondo per effetto  della globalizzazione. Per cui, viceversa rispetto a ieri, la Casa Madre può avere l’interesse a riappropriarsi dei processi decentrati, che presentino  del ”knowhow” incorporato, riportandolo  nel territorio d’origine.

A questo proposito, l’Italia è molto fragile; ha  già perso battaglie industriali molto importanti: dal nucleare negli anni cinquanta all’informatica negli anni settanta, per proseguire con la chimica fine, con i semiconduttori e infine con l’automotive. Per citare solo alcuni dei comparti dove l’insufficiente investimento in innovazione tecnologica ha marginalizzato le imprese italiane, concentrate sulla minimizzazione dei salari. Così, anche una assente politica di sviluppo dei servizi ha peggiorato il quadro: si pensi alla carente mobilità casa-ufficio; alla insufficiente assistenza alle donne lavoratrici; e così via.

Il risultato di questo scenario, in Italia, è di disporre di un apparato produttivo poco strutturato in R&S , in centri di formazione professionale, in infrastrutture di assistenza alla mobilità sul lavoro delle donne, degli studenti, degli operai, di coloro che saggiamente non vogliono inquinare con l’auto.

Sappiamo, anche, che gli insufficienti investimenti produttivi e tecnologici non hanno avuto come contropartita una abbondanza di mezzi finanziari da impiegare significativamente nelle strutture dei servizi sociali, dalla  sanità alla scuola.

In particolare, è bene insistere nel sottolineare che la via per disincentivare la delocalizzazione passa attraverso una politica di elevati investimenti tecnologici, partendo dalla ricerca di base da sviluppare nelle università.  Su “ Politica Insieme”, si è  proposta una politica di riforma della ricerca pubblica, perché possa essere l’ossatura del dinamismo tecnologico del capitalismo italiano. La proposta, in sintesi,  è di realizzare  un sistema territoriale a rete, in sinergia con il sistema produttivo privato; sistema che dovrebbe avere, come punto di riferimento, un piano decennale , espressione delle priorità formulate dal Governo e articolato per aree socio-economiche.

Disincentivare la speculazione  da parte del capitale nella localizzazione delle imprese significa anche formare, formare, formare. È  la sfida allo Stato, alle Regioni ed agli Enti Locali che l. A. sta lanciando.

Gli investimenti immateriali da fare sono elevati e urgenti. È interesse anche degli operatori sviluppare politiche  formative; in primis , a ridurre gli squilibri nel”mismacth” occupazionale. È parimenti interesse di tutta la Comunità locale poter  disporre di un’offerta di lavoro altamente qualificata, indispensabile per la realizzazione di prodotti e processi competitivi a livello globale. Significa creare le condizioni per il radicamento tecnologico di  alto valore aggiunto.

L’Italia è, dunque, vulnerabile sul fronte della fuga delle imprese, soprattutto multinazionali, dalterritorio  nazionale. È necessario, cioè,  creare, come sottolineato, le condizioni di convenienza a lavorare in Italia, iniziando dalla tecnologia digitale e dalla formazione.

La riflessione qui proposta mira ad individuare una strategia di valorizzazione del fattore lavoro a scapito del capitale. Può avere fondamento? Così facendo, la disuguaglianza tra lavoratori e capitale accelera oppure diminuisce? L’ attuale incremento può essere invertito?

La storia economica ci dice che il capitalismo, di per sé, produce una disuguaglianza crescente a favore del capitale; che i capitalisti tendono ad impossessarsi di tutti i profitti. In passato,si era ritenuto che l’aumento del reddito, nel suo complesso, avrebbe comportato una diminuzione della disuguaglianza.E’ avvenuto, invece, il contrario.

Si può ritenere che questo inarrestabile  trend possa essere modificato? E’ inesorabile che produca un’élite globale ( capitalisti statunitensi e cinesi insieme), che gestirà la stragrande parte del prodotto lordo, secondo il loro esclusivo interesse? L’avanzata del capitale cinese in Italia, in settori nevralgici come l’energia e le telecomunicazioni , favorirà i lavoratori italiani oppure la finanza cinese?

Roberto Pertile

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