Mai come in questi giorni il diritto internazionale e la democrazia ci appaiono come costruzioni fragili contro le quali arrivano bordate distruttive e proprio da soggetti che ne dovrebbero essere i campioni, come il presidente degli Stati Uniti, il capo cioè della più antica democrazia moderna e dello stato che forse ha più contribuito a fondare le istituzioni di diritto internazionale che hanno dato un volto nuovo al sistema globale seguito alla seconda guerra
mondiale. Forse con qualche eccesso di pessimismo, ma non senza ragioni, si diffonde il timore che il futuro della democrazia e del diritto internazionale siano tutt’altro che scontati/solidi.

Che cosa lega insieme democrazia e diritto internazionale? E quale è la minaccia che incombe su queste due grandi realtà? E se vale la pena difenderle che cosa si deve fare per contrastare le minacce odierne? Queste due fondamentali costruzioni istituzionali dell’epoca contemporanea si applicano naturalmente a contesti diversi – la democrazia al contesto domestico di uno stato (unitario o federale) nel quale si vuole garantire la voce dei cittadini sulle scelte pubbliche e tenere sotto controllo la forte concentrazione di potere al vertice della comunità politica; il diritto internazionale al contesto del sistema globale degli stati nel quale manca una significativa autorità centrale sovraordinata a una pluralità di soggetti sovrani i cui rapporti si vogliono ricondurre a modalità cooperative e non belliche.

Questi due contesti così diversi hanno però in comune l’esigenza di mettere sotto controllo il potere arbitrario con strumenti diversi rapportati al diverso contesto ma accomunati dalla loro natura giuridica e dal riconoscimento di diritti e doveri simmetrici per le pareti in gioco. Le costituzioni degli stati sulle quali si appoggiano i regimi democratici, e i vari trattati, consuetudini e pronunce giurisdizionali che hanno costruito il sistema del diritto internazionale sono le fondamenta sulle quali poggiano queste istituzioni. Nei periodi di tranquillità si dà per scontato che le fondamenta di queste realtà istituzionali siano solide e che democrazia e diritto internazionale siano per così dire realtà “auto-applicative” o che comunque abbiano strumenti di “repressione” sufficienti per tenere
sotto controllo i comportamenti in violazione delle regole.

Ci si dimentica però che alla fine sia la democrazia che il diritto internazionale si reggono sul consenso di fondo degli attori principali convinti della bontà di questi sistemi istituzionali e della loro preferibilità rispetto ad altre alternative. Può la democrazia sopravvivere se non ci sono democratici o se questi si riducono a una minoranza? Può il diritto internazionale funzionare se attori di grande peso decidono di sottrarsi ai suoi obblighi? La risposta non può che essere negativa. Manca infatti un’autorità superiore che possa ristabilire “dall’alto” la vigenza della democrazia e del diritto internazionale.

Dobbiamo quindi disperare? No, purché sia chiaro che ci deve essere una reazione vigorosa a queste minacce e che essa deve giungere dall’interno di questi sistemi istituzionali. La democrazia si salverà se si riattiveranno partiti e movimenti popolari a sua difesa e se gli organi giudiziari nazionali non si faranno intimidire; a sua volta il sistema del diritto internazionale potrà sopravvivere se una crescente coalizione di stati convergerà nel respingere l’arbitrio di quei grandi soggetti che pensano di poter imporre la loro volontà.

Sarà in particolare quello che succederà negli Stati Uniti nelle prossime settimane e mesi a dirci se le reazioni a questi attacchi si faranno più forti. Non perché queste minacce vengano solo dai vertici di questo paese, vari altri soggetti importanti del sistema internazionale si distinguono per attacchi altrettanto e ancor più virulenti, ma per l’importanza degli Stati Uniti come antica e vivace democrazia e come maggiore potenza sulla scena mondiale. Per questa esistenziale partita dove si posizioneranno gli Stati Uniti avrà una importanza fondamentale. Ma la posizione dei paesi europei uti singuli, e soprattutto come collettivo di stati rappresentato dall’Unione Europea, avrà una rilevanza di primo rilievo.

Maurizio Cotta

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