La situazione politica nazionale – a maggior ragione, alla luce degli eventi e delle prese di posizione cui abbiamo assistito nelle ultimissime settimane – si sta, infilando, manco a dirlo, ancora una volta, nel cul di sacco della contrapposizione a prescindere. La quale nulla di buono promette in ordine ad un confronto, che, dovendoci accompagnare verso la prossima scadenza elettorale, meriterebbe, una volta tanto, di essere condotto, senza atteggiamenti pregiudiziali che soffochino
ogni possibile dialettica.
La destra, in primo luogo, va costretta a chiarire quale sia il suo effettivo intento e, dunque, sfidata – senza demonizzazioni o alterchi, che, come per lo più succede da sinistra, farebbero il suo gioco – sul piano di un confronto dialettico severo che renda l’opinione pubblica avvertita di quale sia l’effettivo gravità del disegno che la muove.
Il quale, sostanziamente, consiste in un attacco studiato e deliberato alla Costituzione e, come tale, dà conto di una pluralità di azioni e di comportamenti che apparirebbero talvolta incoerenti, se lì non trovassero il punto di sintonia che li tiene assieme.
Per una certa destra la Costituzione – per quanto debba masticare amaro, sapendo di non poterla affrontare di petto, perché gli italiani non lo consentirebbero – e, al di là della sua lettera, soprattuto, il processo della sua genesi storica, continuano a rappresentare una insopportabile “cittadella di valori”, asseverati dalla storia del nostro Paese, da assediare e, se appena possibile, minare un po’ per volta, sperando che, infine, e, possibilmente, in modo indolore, senza svegliare il can che dorme, senza suscitare strepiti ed allarmi, si possa, via via, veder illanguidire il suo baricentro, fatto di principi democratici e liberali.
Lo stesso attacco sistematico alla magistratura – dalla riforma della Corte dei Conti, dalla separazione delle carriere alla riforma del CSM, da una pluralità di altri interventi – non è, come taluni affermano, quel pezzo di programma che la maggioranza deve concedere a Tajani, quale “amarcord” e compensazione postuma dei soprusi che le cosiddette “toghe rosse” avrebbero consumato in odio a Berlusconi. E’ piuttosto la via maestra per avviare quella differente dislocazione dei poteri che la voce profetica del Presidente del Senato invocò, un anno fa o giù di lì, quando ebbe a dire che andavano rivisti i confini tra Potere esecutivo e Potere giudiziario. Insomma, si saggia il terreno e si apprestano i mezzi d’attacco prima di sferrare l’affondo della “madre di tutte le riforme”.
Come su queste pagine è stato scritto in diverse occasioni, a Giorgia Meloni va riconosciuta l’onestà intellettuale di non essere stata reticente, anzi di aver espressamente dichiarato quale sia il nodo essenziale del suo disegno, definendo in quel modo la strategia del “premierato”, che si pretende di argomentare in termini tecnico-istituzionali, orientati alla “governabilità” del sistema ed è, invece, diretta a recare un vulnus sostanziale al complessivo impianto dell’equilibrio costituzionale. Peraltro, anche la partecipazione, sia pure da Paese osservatore, al “Board of peace” di Gaza, messo su da Trump, ha il sapore – oltre che del dovuto omaggio a quest’ultimo – di una forzatura che vorrebbe segnalare come la Costituzione rappresenti un vincolo ed un freno al libero dispiegarsi delle energie del Paese.
Anche l’ “autonomia differenziata”, i cui primi decreti approderanno in Consiglio dei Ministri nei prossimi giorni – per quanto non sia una legge di rango costituzionale e malgrado la palese contraddizione con l’animus “nazionalista” del governo – rientra tra i provvedimenti che forzano le maglie di un ordinamento democratico che non è mai stato concepito se non in funzione dell’unità del Paese.
C’è da sorprendersi? No. Non c’è da sorprendersi che vi sia in questa destra che si sente vittima, esclusa per decenni dal concerto del cosiddetto “arco costituzionale”, un sentimento di rivalsa e di rivincita, una sorta di ripicca o di vendetta postuma da consumare in capo ad una Costituzione sorta sulle macerie di una stagione politica che, pure, l’ha, in buona misura, ispirata.
La destra fa legittimamente il suo mestiere e nemmeno è colpa sua – se mai un premio alla sua accortezza tattica – se molti che la votano, neppure si rendono conto di un tale disegno. La destra conosce la “nazione”, non il “popolo” ed è una differenza sostanziale. Il “popolo” è dato da una pluralità di soggetti individuali che, nella reciprocità delle loro relazioni, raggiungono una organicità di rapporti capace di esaltare, nella cornice di un destino comune, la particolarità di ognuno. La “nazione” è, al contrario, il Soggetto che fa la storia ed in sé assorbe e dissolve la specificità personale e la singolarità di ognuno. Una postura che esigerebbe il rovesciamento dell’ articolo 2 della Costituzione, cosicché i “diritti” non siano “riconosciuti”, ma, piuttosto, concessi dallo Stato e, dunque, come tali non più “inviolabili”.
Del resto – ma bisognerà tornarci su – negli ultimi giorni si sono addensate dichiarazioni e prese di posizione, che – ove fosse ancora legittimo coltivare dubbi – chiariscono come Giorgia Meloni, che, evidentemente non può platealmente scostarsi dal contesto europeo, si lascia, sempre più, assorbire dalla logica autocratica che fa capo a Trump. Nei cui confronti, rischiamo che l’Italia diventi subalterna.
La presa di distanza dal Cancelliere tedesco – neppure ventiquattr’ore dopo una presunta alleanza strategica – l’assenza dalla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, come già detto, la considerazione riservata al “Board of peace”, l’omaggio alla dottrina MAGA, momenti che si sono succeduti in rapida sequenza, chiariscono il quadro e ci dicono cosa frema davvero nelle corde ideologiche del nostro Capo di Governo ed in quale direzione accompagnerebbe volentieri l’Italia.
Domenico Galbiati