Trovo un po’ strano che, da parte cattolica e non cattolica, non si sia prestata sinora la dovuta attenzione all’uso che si è fatto nell’ultima campagna elettorale, ma anche in fasi precedenti, dello slogan “Dio patria e famiglia”. Pur premettendo che non  hanno alcun senso le unilaterali analogie storiche e le semplificazioni con cui potremmo equiparare chi oggi lancia lo slogan con coloro che, in situazioni molto diverse, lo hanno sostenuto in passato, specie nel “ventennio” fascista, quando, dopo il Concordato,  nelle votazioni-farsa si votava per il Duce e per il Papa, o quando stava scritto sui muri “Credere, Obbedire, Combattere” o anche  “Autorità, Ordine, Giustizia”.

Ci sono ovviamente uomini di Chiesa e teologi che hanno contestato apertamente  il carattere “cristiano” dello slogan, vi è addirittura chi lo ha considerato blasfemo ( una bestemmia). Ma nel dibattito corrente, specie a livello di mainstream mediatico,  è prevalso il silenzio, forse anche l’imbarazzo. Anche perché forse bisognerebbe rispondere a due distinte questioni, entrambe appunto imbarazzanti: la prima, se si tratti davvero di uno slogan cristiano, la seconda , se vi siano e quali siano i motivi per cui, dopo la secolarizzazione e la globalizzazione, quello slogan è  tornato di moda, e non solo in Italia.

Lo slogan, in effetti, accosta all’idea di Dio due termini che riguardano la vita sociale e relazionale, patria e famiglia. Ovviamente l’accostamento mira a suggerire legami logici: analogia, dipendenza, legittimazione, sacralizzazione, mitizzazione….

L’idea di Dio è, per credenti o non credenti, l’idea di un Assoluto, presente da sempre nel pensiero umano, una idea che, nella nostra  società, si concretizza soprattutto con ciò che è stato mostrato e raccontato da Gesù di Nazaret .

L’idea di Patria è, in origine, una idea stoica ( Ubi Bene ibi Patria) l’idea di una collettività, più che di un luogo, costruita in vista del bene umano, non il luogo in cui si è nati ( che è invece la Nazione); per un cristiano, come ci dice la Lettera a Diogneto, sin dai primordi patria è ogni terra, anche ogni terra straniera, il mondo inteso come bene, secondo l’ottica di Colui che ha fatto buona ogni cosa.

L’idea di Famiglia è l’ idea di un’altra  collettività, quella che ci accoglie al nostro nascere, a differenza della Patria forse qualcosa di insufficiente. La persona di solito si realizza uscendo dalla famiglia e creando un altro nucleo familiare. La famiglia in sé non è detto possa contenere tutto ciò di cui la persona ha bisogno. C’è sempre un oltre nella persona, per cui la sua irripetibilità e creatività vocazionale deve esprimersi altrove, all’esterno del nucleo di origine.

Quale legame può scattare allora  tra patria/famiglia e divinità?  Il collegamento deve pur significare qualcosa. Se patria e famiglia non possono essere valori assoluti, sacralizzati, o mitizzati non si capirebbe il motivo dell’accostamento.  Essi sono valori da bilanciare con altri, ma possono anche divenire infatti idoli o miti, qualcosa di assoluto o superiore per cui vale la pena di sacrificare tutto, anche la nostra vita. Oggi abbiamo anche altri idoli, per la verità: denaro, potere, progresso, addirittura la guerra ( non la pace)….Il nostro mondo , vuoto di religioni, è pienissimo di idoli, che si contendono il posto l’uno con l’altro.

Vediamo allora in che senso potrebbe trattarsi davvero di uno slogan legittimamente ascrivibile al cristianesimo.

C’è un testo letterario italiano molto interessante in proposito, anche se poco frequentato purtroppo da studenti e docenti della scuola italiana- Le Confessioni di un Italiano di  Ippolito Nievo- completato dall’autore ventisettenne nell’agosto del 1858 alla vigilia della unificazione italiana.

Quel romanzo, fondamentale per delineare l’auspicata identità civile degli Italiani, contiene  una interessantissima figura di uomo di Chiesa, il gesuita Padre Pendola, che imparte consigli di vita al protagonista del romanzo Carlo Altoviti. Si tratta di ambigue norme di vita “cristiana”, enunciate con un linguaggio astuto, accettabile da liberali e conservatori, che vorrebbe invitare  a servire la causa della religione e della patria. In realtà padre Pendola vorrebbe avviare Carlino alla collaborazione con le autorità austriache nell’opera di denuncia e di repressione dei patrioti che nel Veneto  lottavano per la libertà italiana.

Così dice padre Pendola a Carlino: “ La patria, figliuol mio, è la religione del cittadino, le leggi sono il suo credo. Guai a chi le tocca! Conviene difendere con la parola , colla penna,coll’esempio, col sangue l’inviolabilità  dei suoi decreti, retaggio sapiente di venti, trenta generazioni. .,.,Conviene ubbidire, ubbidire, ubbidire.  Comandi la legge di Dio, la legge che fu, la legge che è; non l’arbitro di pochi invasati….Così religione e patria si danno una mano  e vi preparano un bel campo di battaglia in cui sacrificarvi più degnamente che nella colpevole idolatria  di un affetto o di un interesse privato. “ ( I.Nievo, Le Confessioni di un  italiano . Milano B. Mondadori, 1995 p. 204)

Anche se il linguaggio è ambiguo e insidioso si capisce che siamo di fronte ad una religiosità formale, tutta esterna alla realtà relazionale della persona, che esonera la coscienza personale del cristiano dalla doverosità delle scelte concrete. La scelta è già fatta da altri e ad essa dobbiamo conformarci ! E come la volontà di Dio, dovrebbero prevalere sempre quelle della patria e della famiglia. La patria è dunque una religione ! Dio e Cesare sono intercambiabili e si può dare all’uno ciò che si dà anche all’altro! Nuova lettura degli evangeli, pur nella prudenza astuta del testo.

Lo slogan “Dio, Patria e Famiglia” è dunque una formula astuta che consente lo  “scambio delle vesti”, permette cioè al potere politico di usare la religione per consolidare il suo potere  e per converso consente, o dovrebbe consentire, alla religione di sostenersi con l’appoggio politico.  E’ l’uso strumentale della religione- la religione come instrumentum regni, non come instrumentum libertatis–  che facilita  il divorzio tra cittadinanza e coscienza morale ( così forte nella storia italiana )  e finisce  per rimuovere la essenziale e fondamentale distinzione della norma morale rispetto a quella civile, e quindi la distinzione tra reato e peccato( nel senso originario cristiano ed ebraico del termine), cioè tra  danno o violenza recata all’’altro o a sé medesimo  e disarticolazione dell’unità della persona umana, quella che Dante ci ha descritto con straordinaria lucidità, usando il termine “peccato”. In altri termini ci impedisce di vedere il male dentro di noi, distinguendo il male dell’azione in sé e il male da esso prodotto, dato  che “ …non c’è azione che si esaurisca nel suo oggetto,sia esso una cosa o una persona, ogni azione afferra anche colui che la compie. E’ una terribile illusione pensare che l’azione rimanga  al di fuori di chi agisce, poiché in verità quell’azione penetra anche in lui , anzi in lui stesso prima che nell’oggetto del suo agire” ( Romano Guardini Il Potere, 1951, p. 178). E’ il meccanismo di una perversione della natura umana che non conosce limiti finendo per tradursi in un dominio che si può esercitare solo nella violenza e quindi nella guerra.

Si crea allora per la società civile quella condizione terribile in cui nessuna ribellione al potere ingiusto può nascere anche di fronte agli abusi più terribili, allorquando la vita non è soltanto sofferenza e umiliazione, ma anche totale cancellazione della dignità umana , accettazione dell’inferno quotidiano. Nessun  moralismo, privo di questo sostrato di dignità e coscienza della dignità, non può mai mettere in discussione il potere, anche quello più disumano. L’accettazione impotente del male morale, vale a dire l’esatto opposto del Cristianesimo! Ecco il risultato finale dell’applicazione rigorosa dello slogan.

Ma vediamo l’altra questione: perché oggi lo slogan è tornato di moda?  Per quale motivo esso può produrre consenso? E qui anche c’è un aspetto su cui riflettiamo di rado.  Paradossalmente nella nostra società post secolare, liquida, globalizzata e post-umana ecc. si avverte il bisogno che la patria ( lo Stato) e la famiglia funzionino sulla base di un elemento umanizzante che  sottragga le persone al potere  livellante e disumanante della tecnica e della Potenza oggettivizzata che tiene oggi nelle mani l’umanità , quella potenza che chiamiamo “Progresso” che guida l’uomo dall’esterno o dall’alto , quasi da un “inconscio caotico” in cui “le possibilità di distruzione sono almeno forti quanto le possibilità di salvezza e di costruzione” ( R. Guardini, La fine dell’epoca moderna, p. 82). Che questo progresso si imponga mediante gli idoli che volta per volta adopera, siano essi  il denaro, il mercato, la nazione ( come mutazione totalitaria della patria), l’impero mondiale,  o la guerra, le cose poi non cambiano molto.    Siamo di fronte al rovesciamento della modernità, alla sua crisi epocale. La potenza scientifica e tecnologica portata all’estremo si rivela distruttrice più che creatrice.  La libertà sganciata dalla responsabilità ha conferito alle potenze umane , ed in particolare a tecnologia e scienza, possibilità di distruzione che non hanno l’eguale nel passato recente o lontano. Nella società del “rischio”, assoluto e crescente,  e della infelicità necessaria l’uomo si trova di fronte agli abissi delle sue origini.

Non c’è da stupirsi allora se in modalità contraddittorie e fuorvianti,  si cerca di ritornare a riportare alla luce i fondamenti cristiani della costruzione collettiva che abbiamo poi chiamato Europa.

Probabilmente oggi nel 2022 non siamo di fronte alla crisi, ma alla fine della modernità, quella che avevano previsto Heidegger e Guardini.  Quello che succede in Italia è un episodio piccolissimo, anche se significativo, di un’epoca che si sta chiudendo producendo disastri, ormai anche materiali e non soltanto culturali o spirituali.  Non si tratta di partiti che finiscono, di sistemi politici che non funzionano,   e nemmeno della crisi di sistemi economici, o del capitalismo. Se guardiamo in faccia le cose si tratta di un tracollo più generale. Per questo oggi dovremmo guardare con coraggio la realtà  per ricostruire, poco alla volta, le basi per  il futuro, ripartendo però dalle radici e dai fondamenti, dal coraggio dell’intelligenza, non dagli slogan semplificanti o fuorvianti. Che però nascono da questa rinata esigenza di tornare a disciplinare e umanizzare il potere dell’uomo.

Umberto Baldocchi