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La “dittatura” del fatto compiuto (cosiddetta “emergenza”)

La combinazione tra la rimozione o paralisi  del pensiero storico diffuso ed il crollo dei moderni miti economici ha aperto la strada a ciò che potremmo definire una “dittatura” dei fatti brutali, la vera “dittatura” culturale entro cui ormai viviamo, dopo il 2022. non solo in Italia, e da cui ci pare sempre più difficile uscire. I fatti compiuti cioè gli eventi estremi e “imprevedibili”, o come tali presentati,  dell’ 11 settembre 2001, la crisi finanziaria del 2008/2010, il Covid 19, l’ “operazione militare russa” in Ucraina, il pogrom del 7 ottobre 2023. il massacro della popolazione civile di Gaza, la guerra israelo-americana   contro l’ Iran, il crollo del diritto internazionale, la crisi energetica dell’ Europa, l’attacco allo stato di diritto da parte della “anomalia Trump” nella democrazia americana appaiono il prodotto di “forze esterne”, astratte, impersonali, incontrollabili, inconoscibili.   quasi  “aliene”, una sorta di  forze “naturali” che, provenendo da un’altra dimensione,  condizionano le nostre vite, facendoci vivere uno stato di “paura globale”. Come la guerra, considerata da alcuni “studiosi” fatto di natura inevitabile.

La velocità dei mutamenti, si dice, è la causa di questa situazione. Una velocità che rende impossibile il pensiero storico ed inutilizzabili i miti storici. Se la “storia” è infatti la “scienza degli uomini nel tempo”, un tempo che è , insieme e sempre,  mutamento ma anche continuità, che senso ha ancora se il tempo come durata non esiste più, ma esiste solo come successione di attimi  ? Cosa altro resta per governare  il mondo se non la tecnica ( affidata ai tecnocrati ovviamente), che si fonda sul principio della innovazione e del rischio e cioè sul superamento di ogni continuità col passato ?  La tecnica, la tecnologia a partire dalla finanza ( non più nemmeno l’economia) pare ‘unico soggetto attivo di un mutamento cui ci dobbiamo comunque adeguare.  “Tutto cambia  spesso senza che l’uomo  sia in grado di comprendere i cambiamenti in corso  e ancor meno di prevederli….L’esigenza di adattamento…per noi contemporanei  è diventata un imperativo politico , economico e persino esistenziale,  cui è sempre più  difficile assolvere. Perché non si tratta più soltanto di riconoscere il mutamento, ma di saperlo interpretare prima che ci travolga , ” ( Francesco Di Ciommo,  Il mondo che muta rapidamente  e l’arte di adeguarsi al cambiamento” ne Il Tirreno,  20 aprile 2026, p.  9) .

Il vero punto di riferimento saranno sempre le condizioni date, da accettare e da utilizzare, al massimo da interpretare per adattarci meglio. Altro comunque agisce al posto di noi umani. La Intelligenza Artificiale ha posto già con chiarezza il problema ai giuristi: è possibile e sensato introdurre la “riserva di umanità”- concetto elaborato dalla giurisprudenza spagnola- entro gli usi che se ne faranno? E’ cioè possibile e utile ancora inserire una finalità umana entro le coordinate dettate dalla tecnica, o magari è impossibile o dannoso ?

La rivoluzione di  Ottobre: un esempio di “paralisi” nella  manualistica storica

Torniamo alla vicenda dei manuali di storia ed alla paralisi della conoscenza storica. Comprendere il presente attraverso il passato è una delle finalità del pensiero storico e dell’educazione storica. E’ ancora utile riflettere, dopo il crollo del comunismo,  sugli eventi russi del 1917, un evento come una rivoluzione politica così lontana da ciò che oggi può accadere?

Prendiamo come esempio ( ma tanti altri non molto diversi potremmo farne) un breve passaggio di uno dei tanti manuali in uso nelle scuole – edito nel 2024- un passaggio dedicato alla descrizione della situazione russa dell’ Ottobre 1917 all’inizio della guerra civile e del “comunismo di guerra”.

Convinti di poter conquistare in tempi brevi l’appoggio compatto delle masse popolari , i leader bolscevichi  speravano di poter procedere rapidamente alla costruzione di un nuovo Stato proletario ispirato alla esperienza  della Comune di Parigi secondo un modello  di autogoverno delineato da Lenin in una delle sue opere più famose, Stato e rivoluzione….Nella società socialista  non vi sarebbe stato bisogno di Parlamenti e di magistratura, di eserciti e di burocrazia, ma le masse stesse si sarebbero autogovernate secondo i principi di democrazia diretta sperimentati nei soviet ( Sabbatucci Vidotto, Il mondo contemporaneo, Laterza, 2024, p. 212).

A partire dall’estate del 1918 ,il governo bolscevico  cercò di attuare  una politica più energica  e autoritaria che fu poi definita “comunismo di guerra” . Per risolvere il problema degli approvvigionamenti alle città, furono istituiti in tutti  i centri rurali comitati col  compito di provvedere  all’ammasso  e distribuzione delle derrate….Grazie al “comunismo di guerra” il regime bolscevico riuscì ad assicurare lo svolgimento di alcune funzioni essenziali  e soprattutto ad armare e nutrire il suo esercito, Ma sul piano economico l’esperienza si risolse in un totale fallimento La crisi raggiunse il culmine  nella primavera- estate del 1921 quando, per l’effetto congiunto della guerra civile, e di un anno di siccità, una terribile carestia colpì le campagne della Russia e del’ Ucraina , provocandola morte di almeno 3 milioni di persone.” ( Sabbatucci Vidotto Il mondo contemporaneo  p. 242)

In questi testi che tratteggiano l’inizio del regime comunista russo, il modello di “rivoluzione” “progettato da  Lenin” è descritto come un “autogoverno”  una “democrazia diretta”, addirittura “sperimentata nei Soviet”(sic!), un modello  senza Parlamento, senza magistratura, senza esercito e senza burocrazia, quasi nei termini di un tendenziale anarchismo certamente un po’ estremo,  utopistico e di ardua realizzazione. Tutta la narrazione della rivoluzione russa si configura, secondo un profilo consolidato da decenni, secondo  il paradigma del mito progressista ( conservazione vs progresso ) formulato agli inizi del XIX secolo, dopo la rivoluzione francese, e divenuto leit motiv unificante dei manuali storici impiegati nelle scuole prima in Francia poi in Italia. Un mito che in questo caso declina il progressismo nella sua variante estremizzata ed utopistica.  Una presentazione adeguata oggi nel 2026 e rispondente alle conoscenze elaborate dagli storici?

Non si intende qui criticare l’autore del manuale, ma il sistema di elaborazione dei manuali, un sistema sconosciuto al grande pubblico.  Il manuale di storia non è come un testo di storiografia attribuibile in toto all’autore. L’autore dei manuali  non è mai un libero compilatore di sintesi, ma, prima di tutto, un mediatore che deve inserire le  conoscenze storiografiche entro un filo narrativo , un paradigma già predisposto, tenendo conto non solo dei livelli di comprensione degli alunni, ma dei livelli di preparazione dei docenti ( a volta addirittura delle loro simpatie ideologiche!) e delle scelte di “mercato” degli editori, oltre che degli indirizzi ministeriali.  E’ l’  adattamento a questo  paradigma che  costringe spesso ad una narrazione non problematica, tendenzialmente generica, astratta, caratterizzata da omissioni inevitabili e da valutazioni implicite sovrapposte a fatti, come quella qui esposta. Una narrazione che ha difficoltà a convivere con la presentazione delle fonti originali,  delle problematiche interpretative dei contesti comparativi, con un testo cioè descrittivo ed analitico più che narrativo.

Nel caso sopra citato nessun cenno al fatto che il potere bolscevico operi al di fuori del diritto ( cioè con decreti estemporanei, non con leggi, come è logico per chi ritiene il diritto una sovrastruttura da superare!),   nessun riferimento alle squadre annonarie, di solito formate da personale proveniente dai centri urbani, incaricato di requisire ( non di acquistare !) il grano, squadre cui si aggiungevano, è vero,  dei “comitati”, che però andrebbero chiamati per nome, i cosiddetti   Kombedy  cioè i “comitati dei contadini poveri” cui era conferito il potere di distribuire, non è difficile  immaginare con quali criteri, il grano requisito ai cd. “contadini ricchi”. Nessun cenno alla ormai consolidata  rilettura critica di una distinzione dottrinaria che, come la storiografia, da Teodor Shanin ( 1930-2020) in poi,  ha mostrato,  non aveva alcuna base nella realtà economica delle campagne, ma serviva soltanto ad alimentare una dinamica di guerra di classe (contadini poveri vs. contadini ricchi), una distinzione che lo stesso Lenin abbandonò temporaneamente nel 1921 di fronte al fallimento del comunismo di guerra. Non si dice infine che le requisizioni forzate delle cosiddette “eccedenze di grano” (vale a dire di ciò che superava il consumo di sopravvivenza) erano la causa prima della mancanza di grano, più che il rimedio ed una causa che favorì la carestia del 1921. Una carestia per cui la Russia dovette accettare l’aiuto alimentare addirittura di una organizzazione americana la ARA American Relief Administration , una istituzione di soccorso internazionale promossa nel 1919 dal Congresso americano, il cui direttore era all’epoca  addirittura il futuro presidente USA  Herbert Hoover,  che mobilitò risorse per garantire in Russia cibo e pasti a oltre dieci milioni di persone quando ci si trovò al culmine della carestia e sino al 1923. Evento non irrilevante, ma che cercheremmo invano nei manuali  scolastici.

Pensare storicamente  una “ rivoluzione”   

Rileggere questi come gli altri  fatti della Russia di inizio XX secolo può aver senso oggi solo se facciamo tesoro della ricchissima rilettura che storiografia e letteratura  scientifica hanno prodotto. Se non ci fermiamo alla lettura imposta dal paradigma “progressista”. Solo in quel senso il passato ci può parlare ancora.

Nella Russia del XX secolo vi sono state più rivoluzioni ed anche nel 1917 vi sono stati grandi ed enormi sommovimenti di immane complessità e di enorme portata culturale e sociale, che solo parzialmente è possibile analizzare nel contesto di una lezione di storia. . Ma a tali sommovimenti si è intrecciato  il fenomeno antitetico- e per altri versi rilevante-  della costruzione della tirannide comunista  e della sperimentazione  delle più abiette forme di ingegneria economico-sociale, ciò che potremmo chiamare rivoluzione bolscevica, che ha poi dato vita ad un disastroso sistema politico durato oltre un settantennio che ha tanto influito sulle culture politiche dell’Europa occidentale e del mondo. E di cui è utile conoscere i tratti essenziali.

Il paradigma progressista/razionalista nato dopo la rivoluzione francese  mostra qui evidenti interne contraddizioni. Quale la vera natura del sistema costruito dai bolscevichi? La questione non è secondaria toccando alle radici il rapporto essenziale di coesistenza e convivenza tra Russia ed Europa nel XX secolo ed anche nel XXI. Su cosa può fondarsi oggi il rapporto culturale ed umano tra Russia ed Europa che ha peraltro consolidate tradizioni, a prescindere dai regimi che hanno dominato il popolo russo ? Questo il problema non proprio marginale che è qui messo in gioco.

La storiografia soprattutto dagli anni ottanta del XX secolo in poi- “anticipata” dalle riflessioni di storici e filosofi russi degli anni venti e trenta del secolo scorso-  ha prodotto sull’analisi della rivoluzione bolscevica risultati straordinari, certo difficili da inserire entro una  “manualistica immobile”. Per presentare i nuovi approcci storiografici basterebbe leggere qualche pagina di un libriccino coordinato da Vittorio Strada, edito ormai un ventennio fa ( Vittorio Strada, La rivoluzione svelata-  Una lettura nuova dell’ Ottobre 1917, Liberal Edizioni, Roma, 2007). Qui l’autore  ha raccolto e sintetizzato le riflessioni di alcuni dei grandi  studiosi russi degli anni Venti ( in genere poi tutti espulsi dalla Russia) che avevano fatto uno sforzo iniziale per identificare i modelli paradossalmente “religiosi” su cui si era costruita la filosofia progressista ed ateistica dei “rivoluzionari”  bolscevichi. Si descrive qui una “ideocratismo” dalle caratteristiche kafkiane  che si sarebbe manifestato fin dall’inizio dello sconvolgimento rivoluzionario. Aveva scritto, in termini diremmo orwelliani,  ad esempio Fedor Stepun ( 1884-1965)  “ I bolscevichi  di propria volontà irrompono nella storia come clandestini, misteriosi , terribili congiurati. …Fin dai primi giorni del loro regno in Russia tutto comincia a sdoppiarsi e a vivere di una vita particolare, chimerica . La richiesta della pace viene introdotta nell’esercito  come preparazione alla guerra civile. Sotto la maschera della fraternizzazione col nemico si conduce una campagna di istigazione per massacrare i propri ufficiali.  La lotta appassionata contro la pena di morte si associa alla completa disponibilità interiore ad applicarla “ ( La rivoluzione svelata, p. 73)

Nelle frasi e nelle intenzioni di Lenin , insieme all’indiscutibile talento per l’analisi teorica, continuava a vivere la forza elementare di un’antica anima russa  e “viveva qualcosa  di russo antico,  che veniva non solo da Sten’ka Razin” [ personaggio vissuto tra 1630 e 1671 capo della rivolta cosacca contro lo zar del 1670] …  vi era  “qualcosa di decisamente religioso….  Era riuscito a fondere insieme l’antico tema della religiosità russa  col tema moderno dell’ateismo europeo-occidentale”( La rivoluzione svelata pp. 77.78). Alle radici del leninismo per Stepun stavano Petr Tkacev ( 1844- 1886) sostenitore di una élite intellettuale di rivoluzionari  e Sergej Necaev ( 1847-1882)- l’ autore del Catechismo del rivoluzionario (edito nel  1869) i due teorici estremi dell’azione rivoluzionaria e della lotta implacabile col vecchio mondo. “ Nessuno sentì nel necaevismo il della futura rivoluzione bolscevica russa, nessuno , tranne un solo uomo  Dostoevskji “ ( La rivoluzione svelata p. 78).

In effetti, come poi la storiografia più recente ha confermato,  “Lenin finiva  per recuperare , con cenni ambigui, anche  i risvolti più cupi e sinistri della tradizione rivoluzionaria russa: l’armamentario organizzativo, da lui concepito per il nuovo  partito dell’emancipazione dei lavoratori, era quanto mai arcaico  e sapeva di società segrete e disperate congiure” ( Ettore Cinnella, La vera rivoluzione russa, Pisa, 2008, p. 110). Lenin aveva scritto con grande chiarezza nel Che fare? che i rivoluzionari di professione, “i membri dell’organizzazione rivoluzionaria …sentono vivissimamente la propria responsabilità , sapendo inoltre per esperienza che , per sbarazzarsi di un membro inadatto, un’organizzazione di rivoluzionari autentica non si fermerà di fronte ad alcun mezzo”( Ivi, p. 110). Indicazioni da “catechismo rivoluzionario”, che sarebbero poi state ereditate nella lettera e nello spirito negli anni settanta dal leninismo che in Italia alimentò il fenomeno del brigatismo rosso, ovviamente nella più completa ignoranza delle radici arcaiche del fenomeno.

Parlare di tratti arcaici- persino “plebei”- entro una rivoluzione dell’era contemporanea pare una assurdità se  vogliamo rispettare il paradigma “progressista” corrente. Eppure  nella cultura russa sono sopravvissuti ai secoli i tratti di quella autocrazia  che arriva sino a Putin, partendo dai primordi della “terza Roma” dalla “translatio imperii” cioè dal  trasferimento ideale del potere dell’impero autocratico e legittimato da mitologie religiose  da Costantinopoli a Mosca.  Verità assoluta e dogma dominano ovviamente le società autocratiche, non le democrazie. Ma il caso russo, ed il bolscevismo,  ci mostrano come esse possano convivere non con un semplice conservatorismo anti-progressista, ma col nichilismo della persona, con lo scetticismo assoluto  e con la distruzione di ogni autonoma fede o fiducia di fondo, con quanto è il portato del “progresso” oltre-umano e della modernità annunciata da Nietzsche.

Esiste dunque una “modernità” che non si concilia in alcun modo con un progresso/promozione della persona umana. La “rivoluzione” questa costante distintiva della storia europea assume, nell’ottobre 1917, il volto di una astrazione concettuale che delinea un salto dal regno della necessità ad un presunto regno della libertà in cui la persona finisce per essere una sorta di “protomateria” ed il concetto di persona è inteso in modo riduzionista privato di diversità, unicità, irreversibilità ed omologato entro il “popolo” inteso più come oggetto che come soggetto. Ce lo dice uno dei pensatori fuorusciti dal marxismo che così descrive il profilo del bolscevismo nel 1909:

“La vita non ha alcun senso oggettivo, interiore ; l’unico bene in essa è la sicurezza materiale , la soddisfazione delle necessità soggettive….Il nichilismo e il moralismo , l’incredulità e la fanatica severità delle esigenze morali, l’assenza di principi in senso metafisico ( poiché il nichilismo è anche la negazione  delle valutazioni di principio, della differenza  oggettiva tra il bene e il male ) e la più crudele coscienziosità  nell’osservanza dei principi empirici ….questa fusione sui generis ….è la forma mentis che  noi chiamiamo moralismo nichilista. ’” (Semen Ljudividovjch Frank 1877-1950  S.L. Frank , L’etica del nichilismo in: Vechi- L’intelligencija russa tra il 1905 e il 1917, Jaca Book, 19090,  p. 177)

Alla base di questa perversione dell’idea di progresso vi era il concetto pervasivo ed assolutizzato di “lotta” che aveva prodotto una visione astratta e de-umanizzata della realtà .“La vita umana , come anche quella cosmica,  è permeata dal principio della lotta. La lotta è quasi  una forma immanente dell’attività umana e  a qualsiasi cosa cui l’uomo tenda,  qualsiasi cosa crei, dovunque si imbatte in difficoltà, incontra nemici  e deve continuamente scambiare l’aratro  e la falce con la spada e la lanci (S.Frank, p. 185) “Tirando le somme delle argomentazioni sviluppate  sopra possiamo affermare: l’errore filosofico morale fondamentale  del rivoluzionarismo  è assolutizzare  il principio della lotta e di conseguenza trascurare il principio universale e superiore della produttività” (S. Frank,  p.  186).

Il pericolo della “ideocrazia” e del nichilismo fusi insieme entro il rivoluzionarismo bolscevico- legato al principio di una  “competitività universale” e di una “guerra totale” che dall’ambito dei rapporti internazionali si trasferiva nel confronto interno tra le classi sociali all’inizio del XX secolo-  è evidentemente ancora nel XXI secolo alla base delle autocrazie contemporanee, ma nella sua componente  nichilistica,  è penetrato  nelle democrazie occidentali e forse nella “democrazia” tecnocratica post-ideologica: la grande lezione della cultura russa di Turgheniev,  Dostoevskji e di  questi pensatori dimenticati  ce lo ricorda.   Senza la tragedia del nichilismo emerso  così evidentemente nella storia russa e del matrimonio tra nichilismo e dogmatismo  non comprendiamo molto della Russia attuale ed autocratica e molto poco  della Russia del totalitarismo comunista.

E forse comprendiamo poco della storia dell’ Occidente che ha costruito la sua cultura in stretta connessione col suo “polmone orientale” come lo chiamava Giovanni Paolo II, così essenziale per aver conservato le tracce gli esempi  della assolutizzazione e sacralizzazione della “città dell’uomo” ed insieme gli elementi culturali essenziali per analizzare a fondo il fenomeno, a partire dal concetto di persona intesa come diversità, unicità, irripetibilità, originalità, eccedenza rispetto a qualsiasi realizzazione propria o a qualsiasi tentativo di riduzione.  E’ per questo che va superato il paradigma progressista. E’ necessaria, per così dire, una ecologia del progresso.

Pensare storicamente la guerra ( e anche  la pace)

Ci sono tematiche che, a differenza delle rivoluzioni,  rientrano con difficoltà nella nostra manualistica storica e nei suoi paradigmi narrativi.  Diciamolo con chiarezza  i manuali tradizionali sono stati costruiti  quasi dovunque attorno alla narrazione di  vicende dello Stato nazionale, per assolvere a finalità di nation-building  di formazione dell’identità nazionale. Più che legittimo. Anche se per questo essenzialmente, sono costruito attorno a vicende di guerra: la storia manualistica si genera laddove si genera lo Stato e lo Stato moderno ha sempre a che fare con la guerra, nasce spesso da una guerra e si fonda sulla dottrina della ragion di Stato. per cui esso, qualunque sia la sua forma, cioè il suo regime e le sue dimensioni, ha una organica tendenza a ricercare il continuo incremento  e consolidamento della propria potenza, a scapito, in ultima analisi, di ogni altra finalità.   E’ Stato/ persona non Stato/comunità così come vuole la nostra Costituzione.

In questo paradigma narrativo la pace segue sempre la guerra e ne legittima i rapporti di forza  entro le sistemazioni geopolitiche proprie di ogni fase storica.  Gli Stati-nazione sono di solito personificati ed i confini nazionali di solito sono sacralizzati, anche se poi ci si rende conto, come avviene alla fine della grande guerra, quanto sia  difficile stabilire linee di demarcazione nazionale entro territori in cui gruppi umani di diversa provenienza si sono così socialmente intrecciati tra di loro, specie nell’ est europeo, ma non solo. L’unica  pace di cui ha senso parlare è quindi di solito solo quella dei trattati. La pace del resto per i latini era essenzialmente un patto, un trattato e poco di più ( pax, dal verbo greco pegnumi che vuol dire, fissare, fermare, stabilire ciò che evidentemente prima era oggetto di incertezza e di contesa  ). La storia insegnata è stata perciò essenzialmente histoire-bataille.

Tanto è vero che oggi per alcuni il “ritorno della guerra”  significa “ritorno della storia”.  Con la necessaria precisazione che la guerra non era davvero mai uscita di scena, mentre la “guerra” che torna si presenta con tratti nuovi, quelli di un fenomeno tendenzialmente permanente e globale, non più solo come un evento ricorrente.

Il paradigma costruito attorno alla nazione, al progresso o anche alla guerra ha a lungo finito per escludere dalla trama narrativa i principali fenomeni economici (  la rivoluzione industriale ad esempio è stata introdotta nei manuali scolastici italiani solo dagli anni cinquanta del XX secolo), i fenomeni istituzionali ( pensiamo alle Costituzioni e alla nostra Costituzione)  i movimenti transnazionali, le migrazioni e la mobilità dei popoli, una mobilità tanto intensa quanto ignorata, persino  all’interno del territorio europeo.  E soprattutto ha escluso o emarginato la storia delle relazioni internazionali. In Europa quindi ha escluso la vicenda dei numerosissimi fenomeni che hanno costruito il tessuto culturale comune, evidente persino nelle architetture urbane, nei monumenti, nell’identità sociale e in gran parte della cultura, frutto degli interscambi che sono sempre stati intensissimi. In effetti una  Europa priva di confini interni era esistita prima degli Stati nazionali, l’opposto di quanto è avvenuto negli Stati Uniti di America. Ed opposti sono anche i due motti paralleli: unità nella diversità per l’Europa, E pluribus unum-Dalla pluralità unità-  per l’ America.

Senza questa conoscenza delle relazioni internazionali semplifichiamo e banalizziamo persino il fenomeno guerra specialmente in epoca contemporanea. Dopo le guerre di religione, quelle di espansione, quelle di successione, o quelle patriottiche, si è affermato un paradigma deterministico che ha tendenzialmente spiegato la guerra con un fattore unico, il militarismo prima, il capitalismo o il totalitarismo poi. Abbiamo peraltro una storia delle guerre europee ma non una storia dei fattori sociali, culturali, economici politici ed artistici  che hanno costruito la concordia, il tessuto sociale, psicologico ed umano, che nel XX secolo è stato  alla base di una  pax  europea , certo un intervallo tra le guerre, ma un  intervallo fecondo che ha proposto in modo concreto per la prima volta una costruzione politica comune, che sta reggendo ai colpi del destino. .

Non abbiamo in effetti ancora nella scuola e nella divulgazione diffusa una storia “europea” dell’ Europa, benché nel 1999 sia finalmente comparsa una Un histoire européenne de l’Europe ( Touluse, Privat, 1999)  coordinata da Charles Olivier Carbonell, dichiaratamente una storia dell’ Europa al singolare e non al plurale, come  si è narrata sinora. Fino ad oggi i manuali sono stati  sensibili soprattutto alle diversità ed alle grandi fratture che l’hanno caratterizzata . Gli autori di questo volume hanno reagito a questo modo di presentare le cose, non perché sia falso, essendo anzi fin troppo vero, ma perché in quanto figlia della tradizione nazio-centrica essa finisce con l’essere arbitrariamente riduttiva. Si tratta di liberare  il tronco comune delle memorie europee e di sfrondarlo dalle memorie nazionalistiche e stataliste infittitesi al punto da fargli ombra. ( Charles Olivier Carbonell, Insegnare la singolarità  dell’ Europa, in:Falk Pingel, Insegnare l’ Europa, Fondazione Agnelli, Torino, 2003, p. 7)

Significativo   lo scarso rilievo manualistico della costruzione europea, messa sempre  ai margini della narrazione storica, quando non presentata in modo astratto ed apologetico, in genere attraverso una piatta descrizione di istituzioni e figure esemplari,  disconnessa dalle costruttive tensioni e dalle conflittualità della storia vera che le ha prodotte e che non è dato agli studenti conoscere. Col risultato perverso che ogni critica a Trattati e istituzioni europei è stata sempre censurata o derubricata ad antieuropeismo, essendo stato dogmatizzato appunto l’europeismo. Il paradigma nazio-centrico prima  e quello progressista poi  hanno  promosso una narrazione focalizzata sulle cause, spesso “cause uniche”, come  la causalità economica divenuta un po’, grazie anche al diffondersi dell’approccio  marxista in versione semplificata,  la spiegazione corrente di progressi e disastri. Il lato “oggettivo” della storia- i condizionamenti prima di tutto materiali- ha tagliato fuori un’area essenziale del pensiero storico, quella delle finalità. Abbiamo dimenticato che per spiegare le relazioni internazionali non è sufficiente esaminare le cause storiche ed i precedenti storici.

Divulgare una storia senza finalità- e quindi senza il problema della scelta umana e razionale- è divulgare una storia che rinuncia a se stessa, è un esempio di quel pensiero convergente ( come quello dei social) che assimila passato e presente, per renderlo magari affascinante, ed accetta il dogma del fatto compiuto.  Solo una storia vera, una storia di qualità, può proteggere le società dalla creazione e diffusione degli stereotipi e luoghi comuni , basati sul “buon senso”- che è di solito un misto di postulati irragionevoli e di esperienze frettolosamente generalizzate-. Quel “buon senso”  che deforma l’ “altro” e alimenta illusioni ed equivoci sui fondamenti  reali del vero progresso umano. (Segue)

Umberto Baldocchi

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