Questa che segue è la terza parte dell’articolo di Umberto Baldocchi. Per la prima parte CLICCA QUI, per la seconda CLICCA QUI

Come tutelare  il  ”diritto al passato”

La conoscenza storica,, a differenza dei miti storici,  non può essere immodificabile. Il passato è sì un dato immodificabile, ma la storia come conoscenza del passato  è una dimensione in fieri che  si perfeziona sempre in modo incessante e progressivo. Dell’ Olocausto e della Resistenza o delle guerre mondiali abbiamo oggi una comprensione molto più profonda dei testimoni diretti degli eventi. La ricerca storica vive e funziona solo se dialoga col passato ponendo nuove domande di ricerca, dettate dal presente e dalle inquietudini per il futuro. Vive se non si immobilizza, ma solo se si rinnova, paradossalmente solo se “ ringiovanisce” dando le risposte che sono necessarie per l’oggi. Lo stesso vale per la cultura storica e per il pensiero storico diffuso e per i manuali che muoiono di morte naturale quando “paralizzano”  la conoscenza del passato.

Le società moderne –l’Italia in particolare-hanno urgente bisogno di trovare garanzie per questo diritto al passato che è “una porta di accesso alle esperienze ed alla ricchezza del passato e delle altre culture” oggi molto più necessaria di un tempo per sfuggire ai rischi dell’omologazione e dei social. Come affermava ormai trenta anni fa la Raccomandazione n. 1283 dell’ Assemblea Parlamentare del Consiglio di Europa del 22 gennaio 1996, i cittadini non hanno semplicemente un “diritto alla storia” ma un “diritto al loro passato (come anche a disconoscerlo)” cioè a ricostruire il proprio passato, anche per difendersi dalle manipolazioni politiche che potenzialmente ogni Stato ha perseguito.  Cancellare o  congelare il passato vuol dire imprigionare l’uomo nel presente e sottometterlo al fatto compiuto, che deciderà del suo futuro. Mai come oggi questa Raccomandazione, non raccolta  sinora dalle scuole, dai docenti, dai governi o dagli editori, è importante da ascoltare.

Non si tutela alcun diritto al passato finché la storia divulgata rimane “immobilizzata” nelle “camicie di forza” oggi non più delle ideologie, ma di un “senso comune” rassegnato e privo di speranza. Da decenni nelle scuole italiane si utilizzano, in prevalenza,  manuali ispirati alla storiografia di mezzo secolo fa o ancor più datate, manuali nuovi in apparenza, ma solo perché sistematicamente “rimessi a nuovo” da continue e dispendiose  operazioni di maquillage editoriale e digitale più che didattico( supporti informatici, visivi, auditivi,  podcast. prolungamenti online ).   Omissioni, semplificazioni, banalizzazioni, persino pregiudizi ed assunzioni implicite migrano però da un manuale all’altro, in una sorta di “equilibrio di mercato” che scoraggia le innovazioni nella qualità storiografica, e impone un livellamento della qualità che configura una “concorrenza protetta” in cui contano soprattutto le caratterizzazioni esteriori ed appariscenti che promuovono la “adozione” dei testi sulla base della comparazione delle qualità di immediata evidenza più che didattiche e storiografiche .

Nel contesto attuale questo pensiero storico può vivere davvero solo se istituzioni,  editori, insegnanti e studiosi intelligenti e coraggiosi si aprono a iniziative come quella realizzata recentemente in un lavoro collettivo ( in questo caso addirittura transnazionale) di riscrittura dei manuali di storia nel progetto  denominato “ Joint history textbooks project” coordinato dalla studiosa e accademica greca  Christina Kolouri e curato dal Centro per la Democrazia e la Riconciliazione nell’ Europa sud orientale avviato nel 1998 e portato a fine nel  2025  e finanziato grazie al Ministero degli Affari Esteri tedesco e dal Fondo Europeo per i Balcani. Si tratta di un primo vero e serio tentativo di realizzare dei manuali con una “storia europea dell’ Europa” o almeno di una sua parte, trattandosi  della storia del passato comune di tredici paesi dell’ Europa orientale e balcanica, dalla Slovenia a Cipro, una regione drammaticamente divisa da guerre e rivalità sanguinose, fucina e laboratorio di due guerre mondiali. Un progetto che ha coraggiosamente rotto i paradigmi tradizionali proponendo quell’approccio fondato sulla lettura parallela delle fonti diverse ed opposte e rese accessibili nelle lingue di ogni Stato. Un progetto che ha realizzato senza esitazioni e compromessi la grande proposta lanciata in Francia da Jules Isaac negli anni trenta del XX secolo- la proposta  “dei due punti di vista”,  mai accolta, credo,  con tale coerenza dagli editori di manuali.

Il pensiero storico “arma” culturale, contro la “distruzione del tempo”  

 Noi oggi viviamo nell’epoca dell’immediatezza ed anche di una politica “istantanea” priva della prospettiva del tempo, grottesca, “guidata” dai “piloti automatici”, dagli algoritmi e dai numeri, a partire dalle “leggi dei numeri” imposte dalla governance UE.  E nell’epoca della geopolitica che accetta la  tragica “dittatura” dei fatti compiuti e ripropone come soluzione unica il conflitto o il riarmo  per conquistare lo “spazio vitale”. Per operare nella storia e perseguire un bene comune è essenziale invece ripartire dal principio che “il tempo è superiore allo spazio”  un principio essenziale “per lavorare a lunga scadenza senza l’ossessione dei risultati immediati” (Papa Francesco, Evangelii Gaudium  223). “

La dittatura del fatto compiuto ha invece fatto l’opposto, ha fatto in modo che sia lo spazio a fagocitare il tempo, ormai sostituito dall’ emergenza, che elimina l’ambito in cui progettare i futuro e costruire condivisione. Si  può certamente cercare di “prevenire” una emergenza. Ma la strada peggiore per farlo sarebbe forse quella di  inseguire un “futuro” che è imposto da un  passato recente cui dobbiamo solo adattarci, ignorando la prospettiva del tempo lungo che viene dalla storia

Non è un caso se di questa tematica, della distruzione del tempo storico, si sia occupato tra i primi un Papa della Chiesa cattolica; in fondo, come scriveva Marc Bloch, “il cristianesimo è una religione di storici” e “nella durata dunque e perciò nella storia , si svolge, asse centrale di qualsiasi meditazione cristiana, il gran dramma del Peccato e della Redenzione” ( Marc Bloch Apologia della storia, Einaudi, PBE, 1978 p. 24, Ed. or. 1949). Ed è per questo che un pensiero storico diffuso, senza bisogno di educazione scolastica, è fortunatamente a lungo esistito anche in Italia, anche come“ effetto collaterale” della presenza cattolica.

La distruzione del tempo storico che è  tempo/durata non è un mutamento insignificante. E’ essa stessa una manifestazione della “guerra ibrida”, della weaponisation entro cui viviamo, di una competitività che tende a erodere, per meglio dominare, persino la resilienza intellettuale e morale della società. In una competitività globale che è una guerra non dichiarata,  in cui ogni cosa può diventare un’arma per indebolire o annientare il competitor, vi sono armi che non servono a distruggere i corpi o le infrastrutture ma a distruggere le anime e le menti. Un popolo che non sia più in grado di sperare e progettare un futuro collettivo, che abbia perso ogni fiducia in se stesso,  che consideri se stesso come massa di consumatori ed attribuisca più valore alle cose che agli esseri umani, non è un popolo in grado di difendersi o di reagire ai colpi della sorte avversa ed alle prove della vita collettiva. E’ facile preda per ogni potere predatorio.

Non è un caso che alla distruzione del tempo storico, alla “dittatura del fatto compiuto” e del “nemico esterno” (all’epoca  le incursioni “barbariche” )si sia opposto, alla fine dell’ Impero Romano, uno dei fondatori della coscienza europea, Sant’ Agostino, quando, di fronte al crollo apocalittico di un grande impero plurisecolare ( per alcuni l’ “ultimo impero” della profezia di Daniele), la cui fine avrebbe potuto esser letta come fine dell’umanità , non esprimeva affatto timori o smarrimenti, ma coglieva l’occasione per leggere ancora più in profondità il senso -sempre drammatico- della vicenda umana e  della umanizzazione del mondo. Agostino individuava questo senso non in un progresso lineare e “provvidenziale”, ma nel conflitto e nella tensione inesauribile tra le due “civitates” tra loro indivisibili ed intrecciate, esse sì in perpetuo conflitto, la città dell’uomo e la città di Dio, cioè tra la realtà fattuale in cui  l’uomo finisce per rimanere  imprigionato – talvolta persino sacralizzando il potere politico o economico-  e la dimensione della speranza che come una forza attrattiva lo libera e lo spinge verso quell’orizzonte futuro, che il mondo antico non conosceva, verso una cittadinanza da realizzare, così come è delineata la vicenda storica nelle pagine del  De Civitate Dei.

E’ questo il  “conflitto” la “tensione” che produce progresso e perfezionamento umano senza postulare l’esistenza di alcun  Impero del Male  contrapposto ad  un Impero del Bene, senza attribuire alla vicenda umana le “magnifiche sorti e progressive”, delineate  dai provvidenzialismi laici, dai “progressismi” semplificanti o dai fondamentalismi ideologici e religiosi e ovviamente senza assolutizzare la guerra come elemento “naturale”. E non è nemmeno la storia lineare e unidirezionale  o le narrazioni storiche dei manuali  come narrazioni dotate di un senso e di una direzione preconfezionate e rassicuranti. E’ questa la visione che ci può aiutare a porre davvero fine alla “fine del pensiero storico”, che stiamo vivendo. E’ la cultura storica che può essere uno strumento di difesa che aiuti a capire, a decidere liberamente a resistere e ad opporsi ad ogni dittatura del fatto compiuto. Paradossalmente è nella “guerra ibrida e dissimmetrica”, la guerra che rende indistinguibile aggressore e aggredito, e che fa un’arma di ogni strumento umano, che le “armi della critica”- la forza dei “senza potere”- potrebbero essere talvolta più decisive della “critica delle armi”, ribaltando la vecchia osservazione di Karl Marx.

Tra i lupi e gli sciacalli che si affrontano nell’arena internazionale sta forse venendo l’ora dell’ Europa, che non potrà certo trovare il suo spazio assumendo il ruolo di un’altra ennesima belva, non è chiaro quale.  E’ l’ora dell’ Europa nel senso profondo, culturale, del termine.  E’ l’ora di tornare a quella antropologia dirompente e sanamente “realistica” di Sant’ Agostino  da cui essa è nata. Proprio il fatto che oggi essa  dubita di se stessa e di ogni sua prospettiva futura, può essere l’opportunità, il kairos, per interrogare di nuovo il passato, per comprendere ciò che non abbiamo ancora compreso, recuperando i propri tratti distintivi, a partire dalla consapevolezza delle radici delle tragedie dell’agire umano e della necessità del disciplinamento di ogni potere, che deve trovare limite nello iustum e non nello iussum, nella costruzione di un potere frenante e non di un ennesimo potere imperiale. Ricostruendo il pensiero storico, necessario alla formazione dei giovani, ma necessario anche a restituire  realtà concreta  ad una vita pubblica ormai prigioniera da un lato della astrazione tecnologica e dall’altro dalla immaginazione dispotica coltivata da un “manipolo di tiranni” ( handful of tyrants per dirla senza ipocrisie  con Papa Leone XIV) ed al ripristino della speranza come forza sociale. Il pensiero storico come anomala “arma”( senza offese senza vittime e senza odio)  essenziale  per ogni progresso umano.

Umberto Baldocchi

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