Laddove mancano scuole, trasporti e opportunità culturali si generano circoli viziosi che ingigantiscono i divari tra persone e territori. Ma non si tratta di una condanna senza appello. In diverse zone del Paese la nascita di imprese di comunità sta permettendo di rispondere “dal basso” ai bisogni sociali apparentemente insormontabili. Questa l’introduzione di Percorsi di Secondo Welfare ad un ampio intervento sul problema delle aree interne a firma di Giuseppe Pignataro
Quando si va a tracciare la geografia delle opportunità in Italia, come abbiamo spiegato in un precedente articolo di introduzione al tema (CLICCA QUI), emergono profonde fratture e contraddizioni che caratterizzano il nostro Paese. Oggi infatti intere zone sono ai margini dei servizi e dello sviluppo ma, al contempo, nuove forme di iniziativa locale provano a cucire numerose ferite che derivano da tali situazioni. In questo articolo vorremmo approfondire due casi emblematici che illustrano, da un lato, il dramma dell’abbandono delle aree interne e la povertà educativa, e dall’altro le sperimentazioni civiche di secondo welfare come iniziative di comunità che nascono per contrastare queste disuguaglianze.
Scuole perdute nelle aree interne: il circolo vizioso dello spopolamento
L’Italia dei borghi montani e delle campagne lontane dai servizi è il laboratorio più crudele delle nostre disuguaglianze. I dati del Rapporto Aree Interne 2024 di Istat mostrano che nei comuni periferici e ultraperiferici la popolazione è crollata del 19% dal 1951 ad oggi, con punte di oltre il 25% nelle zone più isolate . Questo spopolamento ha una causa e insieme una conseguenza: la povertà educativa. Le indagini INVALSI – come mostra il Rapporto nazionale 2023 – confermano che gli studenti delle aree interne hanno performance sistematica più basse rispetto a quelli delle aree metropolitane. Non solo: nelle province dove oltre la metà dei comuni non ha un asilo nido, la natalità è destinata a crollare entro il 2030 di oltre il 15%1. Meno bambini, meno scuole; meno scuole, meno famiglie che scelgono di restare. È un circolo vizioso che si autoalimenta, e che trasforma i territori in aree del non ritorno.
Non si tratta di un destino naturale ma di una costruzione sociale: l’assenza di trasporti, mense, palestre, servizi di prossimità priva i giovani di opportunità formative, condizionandone l’intera traiettoria di vita. La scuola, che dovrebbe essere il motore della mobilità sociale, diventa nelle aree interne una lente che ingigantisce i divari. Se la Costituzione proclama l’uguaglianza come diritto universale, questi dati ci ricordano che l’uguaglianza educativa oggi è ancora fortemente condizionata dal codice postale.
Alcuni dati chiave elaborati da OpenPolis e Con i Bambini aiutano a delineare la gravità del fenomeno e individuare alcuni elementi di riflessione.
- Meno bambini, meno futuro: le province con più alta percentuale di minori che vivono in aree interne sono proprio quelle destinate al peggior declino demografico nei prossimi anni. In 10 province italiane si prevede entro il 2030 un calo di oltre il 15% dei bambini sotto i 4 anni.
- Carenza di servizi educativi: questi territori scontano anche un forte deficit di servizi scolastici e per l’infanzia. In 9 province su 10 tra quelle a maggior spopolamento, meno del 50% dei comuni offre un asilo nido.
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