“Dobbiamo dunque credere che la storia ci ha ingannati”? Chiede, e si chiede, Marc Bloch nel suo “Apologia della storia. O mestiere di storico” (prima edizione italiana Einaudi 1950). Il grande studioso – e resistente francese – sbotta nella domanda nel periodo più buio del suo vivere nascosto perché ricercato dai nazisti. E non molto prima di ritrovarsi dinanzi al plotone d’esecuzione, a Lione.

La sua è l’espressione di un disagio multiplo. Quella del cittadino francese nella patria inopinatamente  invasa. Del militare che resta sgomento dinanzi alla inattesa e disastrosa caduta del proprio esercito. E quello dello studioso a confronto con i “negazionisti” dei fenomeni storici. Coloro, cioè, che si abbandonano ad una tale attitudine per ritenersi liberi da ogni responsabilità storica, culturale e civica. Un “negazionismo” che, allora come oggi, nasce sempre nei passaggi più critici e controversi delle vicende umane ed ha una valenza politica e motivazioni tali da configurarsi quali fondamenta della giustificazione della propria scelta di campo, o di una non scelta. La Storia forzata al servizio delle “comodità” personali e della politica? Ne abbiamo tante prove quando, specialmente quelli che governano, ma non sono gli unici, fanno iniziare la Storia quando e come loro più aggrada.

Anche noi, adesso, italiani ed europei, dobbiamo porci la stessa domanda di Bloch, sia pure sotto altri punti di vista. Particolarmente immersi come siamo nel cruccio dell’aver creduto nel naturale ed inevitabile processo della crescita di noi stessi – umana, economica, sociale e, soprattutto democratica – destinata a non conoscere interruzioni. E forse anche, persino, nella certezza di non veder risorgere i fantasmi dello scorso secolo.

Possiamo legittimamente parlare di un un sogno? O di una voluta cecità provocata da un qualcosa che si potrebbe definire autoreferenzialità? Il pervicacemente non guardare, cioè, come sarebbe stato invece necessario, oltre i confini di quello che, per ciò che riguarda noi europei, è diventato,  soprattutto – ed in parte solamente – un grande “mercato”. Certo, fortunatamente pacificato come non accadeva da secoli e secoli.

I limiti dell’Europa. Ma è anche altro

E, al nostro interno, non abbiamo valorizzato quel che ci può far dire senza ombra di dubbio che, in realtà, l’Europa è anche ben altro. Come certificano la politica di coesione, con la fuoriuscita dal sottosviluppo di tante aree di quasi tutti i 27; la libera circolazione di persone, idee e merci; la creazione dello Spazio giuridico europeo; l’introduzione di norme a difesa dei diritti fondamentali generali e di quelli particolari dei consumatori. Un lungo elenco, insomma, che parte con l’aver assicurato la pace all’interno dei confini di terre insanguinate continuamente nell’arco di duemila anni.

Eppure, tutti vediamo come manchino una serie di passi che non si è stati capaci di fare, o non si sono voluti fare, per restare ancorati alla logica della salvaguardia dei soli interessi nazionali. Cosa che – assieme al farci spesso dimenticare i risultati raggiunti – ci riempie di un senso di incompiutezza. Un’incompiutezza che i fatti ci mettono impietosamente sotto gli occhi. In particolare, in materia di difesa comune e di fiscalità omogenea tuttora mancanti. Cose che fanno risultare fortemente deficitario e lento quel processo d’integrazione della cui assenza si lamentano, paradossalmente e, spesso, in mala fede, persino quelle e quelli che sappiamo quanto, nella realtà, una Europa degna di questo nome non la vogliono. Come scrive Domenico Galbiati, dunque, l’Europa, deve sapere di più su sé stessa. (CLICCA QUI).

La fine dell’era  dei “buoni sentimenti”

Ci siamo, in ogni caso, cullati in un’era di “buoni sentimenti”? Tanto per prendere a prestito la definizione con cui George Dangerfield  intitolò il suo studio sul periodo della storia americana del secondo e terzo decennio dell’800. “Buoni sentimenti”, si badi bene, tutti esclusivamente interni alle vicende della politica e della società statunitense. Pure in quel caso, infatti, si guardava esclusivamente alla situazione propria degli Stati Uniti e dei loro interessi. Così, invece, non era e non poteva esserlo. E le cose del mondo fecero esplodere le contraddizioni. Difatti, furono quelli i tempi del Presidente Monroe – fautore di un’importante fase di pacificazione nazionale – padre della Dottrina che avviava un fase di moderna colonizzazione a stelle e strisce dell’America latina e delle lontane terre d’oriente  cui, ancora oggi, guarda con sempre maggiore cupidigia l’attuale Amministrazione guidata da Donald Trump. Ma siamo costretti a chiederci se questo errore di prospettiva non lo abbiamo fatto anche noi europei concentrandoci quasi esclusivamente su di una lettura del mondo che rispondeva più ai nostri desideri ed alle nostre esigenze, piuttosto che portarci a misurare con le dinamiche di una realtà in completa trasformazione.

La crisi dell’Occidente non ha atteso l’arrivo di Trump

L’Occidente – usiamo questa figura astratta contando su una più facile ed immediata definizione di quello che costituisce un mondo molto composito ed articolato – ha dovuto attendere Donald Trump per porsi degli interrogativi. Eppure, anche nell’intervallo delle due sue presidenze il cosiddetto Occidente ci ha fatto assistere alla rottura ufficiale dei “buoni sentimenti” con la guerra d’Ucraina – comunque avviata da Putin, ma cui si a lungo il doveroso aiuto agli ucraini è stato accompagnato solamente dall’idea della “vittoria” – e il famigerato intervento israeliano a Gaza, andato molto e molto al di là della risposta richiesta dall’attacco terroristico di Hamas del 7 ottobre. Così siamo stati costretti ad interrogarci sul quanto sia stato lungo e profondo il “sogno” in cui eravamo immersi. E l’errore è quello di considerare l’attuale Presidente degli Stati Uniti la causa e non la punta più alta di quel vero e proprio iceberg che galleggia sulle ragioni più profonde di una crisi americana proveniente da tanto lontano ed in grado, però, di coinvolgere l’intero mondo occidentale. E, di sicuro, Donald Trump neppure ne rappresenta la miglior cura. Come del resto è confermato dal suo impantanamento su tutte le cose cui ha messo mano nel corso del primo anno della sua seconda presidenza.

Dell’aggravarsi della crisi del nostro mondo già avevamo avuto tanti segni premonitori cui non abbiamo prestato l’attenzione necessaria. E tra questi – riferendosi ai più recenti degli ulti trent’anni- basti limitarsi a rimandare alla mente le due Guerre del Golfo, la sanguinosa vicenda Jugoslavia e l’intervento in Afghanistan. Tutto da collocare nell’idea “missionaria” dell’esportazione della Democrazia. Cosa per cui ancora … ci ringraziano in tante regioni del Medioriente, a partire dalle genti dell’Iraq e dell’Afghanistan abbandonate al loro destino.

Europa “malato” dei nostri tempi?

Anche questo – con il contemporaneo  allargamento europeo ad Oriente sollecitato dalle forze finanziarie, e quindi gestito solamente con una logica economica- ci ha fatto entrare nella stagione in cui, inevitabilmente, emergono i limiti legati alla costruzione di un certo tipo di Europa. Al punto di essere e finiti, persino, a fare mettere in discussione l’intero progetto europeo ed a prestarsi, quindi, all’opera disgregatrice di coloro – anche vecchi e tradizionali alleati – che puntano solo a metterlo in crisi. Tanto che l’Unione appare come il “malato” dei nostri tempi, come veniva definito l’Impero ottomano agli inizi del’900. Ma è davvero così? O si è ammalata un’intera visione del mondo e, con essa, il sistema di equilibri economici e politici inadatto a rispondere anche ai contraccolpi negativi di quel vero e proprio sommovimento che abbiamo chiamato globalizzazione?

E cosa dire di ciò che davvero di pericoloso emerge pure all’interno dello stesso Occidente con l’idea che la libertà non abbia più bisogno della democrazia. Teoria che i grandi potenti del digitale e del tecnologico perseguono oramai apertamente, alla luce del sole. In particolare, quanti hanno sostituito il sociale con i “social” e sovvertito i criteri del concetto di sicurezza con quello del controllo totale di tutte le persone, dei loro movimenti, delle loro condizioni di salute, dei loro acquisti, della scelta dei loro momenti di svago. Non per migliorare le prestazioni e i servizi da offrire, bensì per decidere, magari utilizzando il quoziente di intelligenza, chi è destinato ad essere un eletto e chi – forse i più – invece destinato a vivere recluso, e come una larva, in un mondo virtuale. Sono queste le tesi di Thiel il guru suggeritore, e finanziatore, del vice di Trump, J. D. Vance. E, quindi, ci resta da considerare cosa davvero ci renderebbe diversi dai modelli concorrenti offerti dalla Russia di Putin o dalla Cina di Xi Jinping. Una oligarchia economica “democratica” che domina la politica a confronto di oligarchie politiche che dirigono l’economia?

Le nostre oligarchie della finanza e del tecnologico provano a giocare, infatti, la carta della diretta gestione del potere assoluto e del sovvertimento e sostituzione dei principi del processo democratico così come l’umanità l’ha vissuti dall’età dei Lumi e dalle rivoluzioni americane e francesi in poi. L’Europa che, per tanti motivi, non è stata al passo dell’evoluzione tecnologica, così, rischia di doversi consegnare anch’essa a questo mondo cui ha affidato la gestione di una parte importante dei propri database e degli strumenti di tutela, persino, della propria sicurezza.

Lo spettro delle guerre di religione e civiltà

Eravamo anche convinti di aver definitivamente superato la commistione tra politica e religione e che le tante guerre avviate a causa di una fede potessero definitivamente essere dimenticate. E tanto abbiamo criticato la nascita dell’Iran teocratico di Khomeini in sostituzione della Persia dello Scia. Salvo, comunque, ignorare che un altro Stato si stava sempre più trasformando, da laico e socialista, in una simile sorta di teocrazia democratica ebraica. E la stessa compiacenza la elargivamo ad altri paesi islamici da noi definiti “moderati”, ma solo perché nostri fornitori di indispensabile petrolio.

Tutto ciò – con una certa quale confusione culturale e di prospettiva storica, oltre che contraddittoria con l’evoluzione dell’economia e delle fasi della produzione e del commercio mondiali – portò trent’anni orsono alla nascita della teoria de “Lo scontro delle civiltà” di Samuel P. Huntington. Secondo il quale le grandi divisioni dell’umanità e le fonti principali dei conflitti si sarebbero rivelate la cultura e le religioni. E’ esagerato dire che accettando e compiacendo quel pensiero – che nasconde anche una paura di fondo di natura psicologica ed economica – siamo ad un passo dal tornare a prima della Rivoluzione Francese? Con la sola differenza che i conflitti religiosi non li scatenano più solo monarchi e principi, ma anche quelle che si definiscono democrazie.

E fu in qualche modo paradossale leggere quel libro di Huntington del 1996 quando erano già in corso da un decennio le trattative con la Cina affinché entrasse a far parte del Wto ed accettasse, dunque, le regole che sovrintendono il commercio mondiale. Commercio in cambio di coesistenza pacifica. Trattative, poi, conclusesi cinque anni, nel 2001, dopo l’uscita di quel volume che ha plasmato non poche menti e, in qualche modo, reso palmare una evidente contraddizione con l’essere già nel pieno dell’avvio della globalizzazione. La quale faceva coesistere l’ostilità politica e culturale verso la Cina con il massimo degli sforzi affinché il grande gigante – ma allora ancora troppo debole – si adattasse alle nostre regole e soddisfacesse i nostri bisogni.

Ma era inevitabile che la globalizzazione fosse, invece, destinata a tracimare oltre la logica dello scambio e l’intero mondo andasse lungo la strada già percorsa sin dalla loro nascita dagli Stati Uniti con il cosiddetto “melting pot”. Il crogiuolo, cioè, in cui ribollono culture, etnie e tratti somatici diversi. Su scala globale, insomma, si ripeteva finalmente ciò che era stato per l’Impero romano – ad esempio, con l’idea del progressivo allargamento della cittadinanza – e, poi in parte, pure per quelli britannico e francese.

Le contraddizioni e la possibile risposta dell’impegno politico

E il fenomeno Trump ci consegna il frutto di tutte queste contraddizioni e di quelle di un populismo che reagisce alle paure portate dalle conseguenze negative provenienti dal mondo sempre più piccolo. Ma lo fa portando nelle mani degli oligarchi della finanza e della tecnologia americana multinazionale un potere basato sul sovvertimento del rapporto tra economia, produzione e servizi e la politica e le istituzioni. Cosa di cui si sono accorti  pure Steve Bannon e i suoi più accaniti sostenitori Maga – Make America great again – costretti a vivere la sofferenza di un loro condottiero da cui vedono tradito l’impegno a sostenere la cosiddetta economia reale anche rispetto a Wall Street e ad i miliardari della Silicon Valley.

Al tempo stesso c’è da dire che i popoli, ma anche i singoli individui, non hanno mai avuto potenzialmente nelle loro stesse mani il proprio destino come ai nostri tempi. E che, dunque, la risposta a molti dei mali dell’oggi resta pur sempre nella politica e nella riassunzione nel processo democratico di chi se ne è chiamato fuori. Già dieci anni fa avemmo le cosiddette “primavere arabe”, ma che si rivelarono un fuoco di paglia, se non addirittura fenomeni strumentalizzati da chi intendeva solo cambiare regimi sgraditi. Poi, abbiamo avuto esempi più strutturati quali quello della reazione del popolo ucraino all’invasione russa ed alla grande mobilitazione mondiale per fermare Israele impegnato nel massacro di Gaza. Non è un caso se taluni paesi occidentali sono stati costretti a mutare l’atteggiamento pubblico nei confronti del Governo Netanyahu e, almeno, a spingersi verso espressioni di condanna troppo spesso mancate nel passato.

Con risultati più immediatamente tangibili è anche giunto un’importante novembre elettorale negli Stati Uniti. Servito a registrare un cambiamento profondo di umore e di sensibilità che può costituire la base per una riflessione sul futuro e sull’agire che l’intero mondo Occidentale, e le sue democrazie, devono reinterpretare e rinnovare.

Le cose ci costringeranno a tornare su questi temi, ma già tutto ci dice che è la partecipazione alla vita pubblica ed all’impegno sociale e civico ad aiutare a trovare la risposta al quesito di Bloch dinanzi ad un mondo che, comunque, andrebbe avanti senza di noi e, se necessario, contro di noi.

Giancarlo Infante

 

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