Le voci (come quella di Giuseppe Ladetto  su “Rinascita popolare” CLICCA QUI) che ripetutamente sollevano preoccupazioni sulle conseguenze della guerra in corso in Ucraina, scatenata dall’invasione russa decretata da Putin, meritano certo di essere ascoltate seriamente. E la domanda di pace deve restare al centro della nostra riflessione. Ma per affrontare seriamente il tema della pace è necessario porsi alcune gravi domande preliminari.

La prima domanda riguarda il destino dell’Ucraina, Paese che ha subito e continua a subire da parte della Russia un attacco feroce e sanguinoso alla sua popolazione, alle sue infrastrutture civili fondamentali, alla sua economia. La seconda riguarda le condizioni per un più ampio equilibrio pacifico in Europa che coinvolga non solo quel Paese ma tutto il continente. La terza e sottostante domanda riguarda la natura e gli obiettivi dell’attuale potere russo. In realtà a ben vedere le tre domande si intrecciano strettamente ed è necessario vederne le connessioni.

Cominciamo dall’Ucraina. Qui non è in gioco un problema certo serio ma pur sempre limitato di “regolazione” di confini tra due Paesi e di sistemazione delle condizioni di minoranze etniche in alcune province dell’Ucraina. È in gioco la sopravvivenza stessa di un intero Paese minacciata da una grande potenza confinante. Nelle parole espresse con grande chiarezza e ripetutamente da Putin l’Ucraina non sarebbe un Paese degno di una sua piena sovranità, ma dovrebbe essere riportato entro l’ambito di una grande Russia. E questo dovrebbe essere realizzato attraverso la “denazificazione” e “demilitarizzazione” del Paese, cioè attraverso una presa di controllo da parte della Russia del potere politico dell’Ucraina. D’altra parte che queste non fossero solo parole lo conferma lo svolgimento dell’attacco russo del 24 febbraio. Il tentativo di colpire al cuore il Paese con una azione-lampo, occupando Kiev e decapitando la dirigenza politica (una truce somiglianza con quello che Hitler voleva fare con l’Unione Sovietica occupando Mosca), era chiarissimo. Come sappiamo il coraggio del presidente Zelensky e la pronta ed efficace reazione delle forze armate ucraine hanno reso vano questo tentativo, ma non hanno potuto impedire che su tutto l’arco territoriale che va da Charkiv a nord-est fino a Cherson a sud-ovest l’invasione russa estendesse la sua presa su ampie regioni dell’Ucraina, ben oltre quelle già occupate dal 2014, e sperasse di raggiungere Odessa così da tagliare il Paese completamente dallo sbocco al mare. Questo attacco, assolutamente illegale sulla base di ogni norma internazionale, è stato per di più condotto da uno stato membro del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e che nel 1999 aveva in cambio della rinuncia dell’Ucraina alle armi nucleari garantito la sovranità dell’Ucraina stessa. È stato inoltre accompagnato da brutali attacchi alla popolazione civile e da un diffuso ricorso a crimini di guerra.

Di fronte a tutto questo come possiamo non solidarizzare e non solo verbalmente con la resistenza indomita di un popolo nei confronti di chi vuole piegarlo? Come potremo festeggiare il nostro 25 aprile che ricorda la vittoria sull’invasore nazista della resistenza italiana sostenuta dall’impegno delle forze alleate, se non avremo riconosciuto il dovere di aiutare anche militarmente il popolo ucraino?

Bisogna dunque essere chiari: l’Ucraina ha il pieno diritto di chiedere che la sua integrità territoriale e la sua piena sovranità siano ristabilite; quindi che l’annessione di quattro sue province (oltre a quella della Crimea nel 2014) illegalmente decretata dalla Federazione Russa sia cancellata. E ancora che la sua sicurezza gravemente colpita dal potente vicino (che paradossalmente era lui a dichiararsi minacciato nella sua sicurezza!) sia assicurata in maniera solida.

E veniamo ora alla prospettiva europea. Dopo le devastanti guerre del Novecento i principali Paesi europei occidentali hanno rinunciato all’uso della guerra per la risoluzione dei conflitti e costruito progressivamente con l’Unione Europea un solido sistema istituzionale di cooperazione economica e non solo. Il progressivo allargamento dell’UE ha consentito a un numero crescente di Paesi via via liberatisi da dittature e domini stranieri di trarre beneficio da questo fondamentale strumento. Si tratta di uno strumento che si basa sul principio del libero consenso e della rule of law. In questa prospettiva i Paesi dell’Unione, contando sulla protezione militare garantita dagli Stati Uniti e poi sulla fine dell’imperialismo sovietico, hanno a lungo ritenuto di poter fare a meno di una vera e propria politica di sicurezza anche militare comune.

La politica estera della UE si è sostanzialmente limitata al campo certo non irrilevante della politica commerciale. In particolare i rapporti con la Russia sono stati primariamente guidati dalle interessanti prospettive di scambio tra le abbondanti materie prime dalla Russia e i prodotti tecnologicamente avanzati e i beni di consumo di alta gamma dell’Europa. Tutto questo era mutuamente profittevole ma supponeva un contesto pacifico e di stabilità dell’assetto europeo. La trasformazione progressiva del Russia sotto Putin in una potenza “revisionista”, orientata a recuperare un ruolo di superpotenza e con l’ambizione di restaurare un’influenza penetrante su territori limitrofi anche con operazioni militari coperte di occupazione attraverso interposti soggetti politico-militari (Transnistria 1992, Abcasia e Ossezia del Nord 2008, Donbass 2014) o invece diretta e palese (Crimea 2014), ha segnalato (anche se molti leader europei non se ne sono accorti o hanno fatto finta di non vedere) che un presupposto fondamentale dei convenienti rapporti economici si stava indebolendo. E il quadro europeo si stava annuvolando tra tensioni politiche e sanzioni. L’invasione del febbraio 2022 e i propositi putiniani di controllo sull’Ucraina hanno drammaticamente evidenziato che quel quadro sistemico era compromesso. In sostanza con un impero “tranquillo” si possono fare affari, ma con un impero (dotato di armi nucleari) con ambizioni espansive la pace economica dell’Europa non è più possibile. La risposta militare ed economica dei Paesi europei insieme agli Stati Uniti in difesa dell’Ucraina ha segnalato che ormai è in gioco non soltanto la sorte di un Paese sovrano ma anche quella di un più esteso ordine pacifico europeo. La ricerca della pace in Europa richiede quindi che si ritorni al pieno rispetto delle frontiere e delle regole giuridiche internazionali.

La terza domanda non è se sia possibile giungere ad una pace con la Russia, ma se sia possibile con l’attuale Presidente della Federazione Russa. La domanda è precisa: nel corso degli ultimi anni con un crescendo inesorabile la concentrazione del potere nelle mani di Putin e del suo ristretto entourage e la cancellazione di ogni pluralismo politico hanno fatto sì che tutte le scelte fondamentali siano riconducibili all’attuale Presidente. Emblematica fu la comunicazione della decisione di iniziare l’invasione dell’Ucraina di fronte ai vertici della Russia che ne erano in gran parte ignari. Di Putin è stata la scelta di annettere alla Russia le quattro province ucraine di Donetsk, Lugansk, Zaporigia e Cherson dopo referendum fasulli e di proclamarle russe per sempre quasi a volersi tagliare i ponti alle spalle (1° ottobre 2022). Di Putin la decisione di distruggere con bombardamenti sistematici le infrastrutture civili dell’Ucraina per compensare gli insuccessi sul fronte militare.

Certo la pace si fa con il governo di una nazione, ma il governo attuale della Russia sembra essersi votato senza possibilità di uscita ad un progetto che è totalmente incompatibile con i diritti dell’Ucraina ma anche con le condizioni indispensabili per un assetto di pace europeo. E, aggiungiamo, un progetto che rappresenta un danno enorme per la stessa Russia, il benessere attuale e futuro dei suoi cittadini nonché la reputazione internazionale del Paese. La domanda allora è: quando arriverà il momento in cui una parte della classe dirigente russa capirà che è tempo di separare le proprie sorti e quelle del Paese dalla disastrosa scelta di Putin?

La determinazione ucraina e quella dei Paesi occidentali nel respingere anche sul piano militare il progetto putiniano sono oggi le condizioni necessarie per arrivare a una pace che salvaguardi i diritti fondamentali del popolo ucraino, le basi per uno stabile assetto pacifico in Europa e anche i veri interessi del popolo russo. Prospettare una trattativa di pace è necessario ma avendo ben chiaro che una vera pace non può non tenere conto delle domande qui sollevate.

Maurizio Cotta

Pubblicato su Rinascita Popolare dell’Associazione I Popolari del Piemonte (CLICCA QUI)