Donald Trump sta facendo di tutto per non essere costretto ad onorare la sua ultima minaccia all’Iran di bombardare le sue infrastrutture, dopo che Teheran ha contro risposto di essere pronto a distruggere -oltre che quelli petroliferi – gli impianti per la desalinizzazione utilizzati in tutta la regione. Se dalle minacce si passerà ai fatti, il valore dell’acqua soppianterà – e di gran lunga – quello del petrolio e le lussuose città del Golfo torneranno ai tempi di Lawrence d’Arabia.
Gli impianti di desalinizzazione, infatti, sono vitali in una regione dove piove pochissimo e non esistono fiumi ed assicurano una buona parte della fornitura d’acqua necessaria a circa 57 milioni di abitanti di Arabia Saudita, Emirati, Baharein, Qatar e l’Oman. Mettere in crisi il sistema idrico, su cui devono contare molte delle città costruite nel deserto o sulle coste inospitali dello Stretto che divide l’Iran dalla Penisola arabica, avrebbe degli effetti catastrofici anche per quel mondo dorato e finanziario creato dai paesi arabi negli ultimi decenni. Ma sarebbe un brutto colpo anche per le basi americane che, certo, non possono andare avanti per le loro necessità con le bottiglie d’acqua minerale, di Coca o di Pepsi.
Al momento, nella parte costiera della Regione su cui volano i missili vi sono 172 impianti di desalinizzazione dell’acqua con l’Oman al primo posto (65 impianti), seguito da Arabia Saudita (44), Emirati Arabi Uniti (40), Qatar (9), Kuwait (8) e Bahrein (6). La loro produzione giornaliera è di circa 22 miliardi di litri al giorno, con una produzione annua effettiva di acqua desalinizzata pari a 6.053 miliardi di litri.
I paesi maggiormente dipendenti dagli impianti di desalinizzazione sono il Qatar e il Bahrein con il 50% di copertura del fabbisogno idrico, mentre il Kuwait e gli Emirati Arabi Uniti ne soddisfano il 40, l’Arabia Saudita e l’Oman meno, ma ne sono sempre fortemente dipendenti.