Chi l’avrebbe mai detto che il destino dell’Europa non si gioca più solo sui confini orientali o nelle acque del Mediterraneo, ma anche tra i ghiacciai perenni dell’Artico? Le recenti dichiarazioni del Presidente americano Donald Trump, che ha ribadito la volontà di acquisire la Groenlandia “con le buone o con le cattive”, hanno scosso le cancellerie del vecchio continente. Quello che un tempo pareva un eccentrico desiderio immobiliare si è trasformato in una sfida aperta alla sovranità della Danimarca e all’integrità territoriale europea. In questo scenario, la difesa della Groenlandia diventa il banco di prova per un progetto rimasto nel cassetto per settant’anni: la Difesa Comune Europea.
L’eredità di De Gasperi e il ritorno della “Comunità di Difesa”
Il ragionamento politico non può prescindere da un richiamo storico fondamentale. Negli anni ’50, Alcide De Gasperi fu tra i più strenui sostenitori della CED (Comunità Europea di Difesa). La sua visione era chiara: l’integrazione economica, sfociata poi nell’Unione Monetaria e nel mercato unico, non sarebbe stata completa né sicura senza un pilastro militare condiviso. Il fallimento della CED nel 1954 lasciò l’Europa “zoppa”, un gigante economico ma un nano politico-militare, dipendente per decenni dall’ombrello statunitense. Oggi, la pressione di Trump sulla Groenlandia — giustificata da Washington con la necessità di “sicurezza nazionale” — agisce da acceleratore storico. Se l’America di oggi non garantisce più la stabilità dei confini alleati ma ne mette in discussione la sovranità, l’Europa è costretta a rispolverare l’intuizione degasperiana. Proteggere Nuuk non significa solo difendere un territorio autonomo sotto la corona danese, ma affermare che la sovranità europea non è in vendita, né soggetta a logiche di annessione forzata tipiche del secolo scorso.
Mire egemoniche e terre rare: la morsa di Russia e Cina
La fretta di Washington non nasce nel vuoto. La Groenlandia è diventata l’epicentro di una nuova “corsa all’oro” geopolitica. Da un lato, la Russia ha massicciamente rimilitarizzato le sue coste artiche, vedendo nello scioglimento dei ghiacci l’opportunità per nuove rotte commerciali e basi d’attacco. Dall’altro, la Cina si è autoproclamata “stato quasi-artico”, investendo pesantemente in infrastrutture e miniere di terre rare sull’isola. In questo scontro tra titani, la Danimarca e la Groenlandia rischiano di diventare pedine di un gioco più grande. La sovranità danese, pur salda formalmente, fatica a reggere da sola l’urto diplomatico e militare di superpotenze che ignorano il diritto internazionale. Un “Esercito Europeo” non sarebbe dunque una provocazione, ma una necessità difensiva per bilanciare queste mire egemoniche e garantire che le risorse dell’Artico siano gestite secondo standard di sostenibilità e legalità europea, piuttosto che estratti sotto la minaccia di un protettorato straniero.
Il paradosso di Londra: Starmer e il “bozzolo” della difesa comune
Il dato politico più sorprendente di questa nuova fase è il ruolo del Regno Unito. Il Primo Ministro Keir Starmer, dopo aver verificato con mano i limiti strutturali e l’isolamento diplomatico causati dalla Brexit, sta promuovendo con vigore quello che potremmo definire il “bozzolo” di un esercito europeo. La Gran Bretagna ha compreso che, di fronte a un’amministrazione americana imprevedibile e a un asse sino-russo sempre più aggressivo, la sicurezza delle isole britanniche e delle rotte del Nord passa per una cooperazione inscindibile con l’UE. Starmer sta guidando il “reset” dei rapporti con Bruxelles proprio partendo dalla sicurezza. La proposta di una forza di intervento rapido europea, integrata ma distinta dalla NATO, trova oggi nei britannici i più convinti sostenitori. È un paradosso storico: il Paese che ha lasciato l’Unione è oggi il catalizzatore della sua integrazione militare. Questa iniziativa non serve solo a proteggere i confini, ma a ricostruire quell’identità politica europea che De Gasperi sognava. La difesa della Groenlandia, in definitiva, rappresenta la transizione definitiva dell’Europa da mercato comune a potenza geopolitica sovrana, capace di dire “no” anche all’alleato più ingombrante e sempre più imprevedibile.
Michele Rutigliano