Nella sua relazione alla Commissione europea la Presidente Ursula Von der Leyen, parlando dello strumento del Recovery Fund o Recovery Instrument o ancora Next generation EU, ha proposto un piano di 750 miliardi di euro da raccogliere con l’emissione di titoli o bond.

I 750 miliardi di euro sono così suddivisi: 500 miliardi di trasferimenti a fondo perduto e 250 miliardi nella forma di erogazione di prestiti. Dei 750 miliardi all’Italia andrebbero (il condizionale è d’uopo) circa 172,5 miliardi così divisi: 81,8 a fondo perduto e 90,9 miliardi a titolo di prestito. Alla Spagna andrebbero 140,4 miliardi a fondo perduto e 63,1 di prestiti.

I fondi sono vincolati ad essere investiti “attraverso piani incentrati su transizione verde (green deal) e/o clima, digitale e sostegno ai lavoratori più colpiti dalla crisi” (Il fatto quotidiano del 27/05/ 2020 – zona euro…..).

I fondi sarebbero disponibili comunque dal 2021 con una soluzione “ponte” che assegnerebbe all’Italia, già nel 2020, una disponibilità dai 4 ai 11,5 miliardi di euro per investimenti resi necessari dall’urgenza e dagli effetti della crisi (aiuti ai lavoratori disoccupati e alle imprese in difficoltà finanziaria ecc…).

Il Recovery Fund è in ogni caso legato al bilancio europeo 2021 – 2027 e la raccolta fondi sarebbe effettuata attraverso l’emissione di titoli (bond con “garanzia indiretta degli Stati membri”); il rimborso di tali titoli sarebbe fatto congiuntamente dagli stessi Stati dell’UE a partire dal 2028 e fino al 2058.

Questa la proposta della Commissione su mandato dei Capi di Stato e di governo ai quali spetterà l’approvazione, sicuramente non definitiva, nella prossima riunione del 17, 18 giugno 2020. Sicuramente non si arriverà ad un accordo definitivo e si prevedono negoziati abbastanza lunghi a causa dell’opposizione dei paesi così detti “FRUGALI” (Olanda, Austria, Danimarca e Svezia).

Perché ci sia convergenza tra gli Stati servirà un accordo politico che viene caldeggiato dalla Commissione europea al fine di “dare un nuovo dinamismo alla ripresa e dare all’Europa uno strumento potente per rimettere in piedi la sua economia e costruire il futuro.” (Il fatto quotidiano del 27/05/ 2020 – zona euro….).

Con questa proposta le misure di aiuti europei per affrontare la crisi sarebbero le seguenti:

  • Recovery Fund 750 miliardi di euro;
  • MES o ESM (fondo salva Stati o meccainsmo europeo di stabilità), 240 miliardi di euro;
  • SURE “fondo di sostegno temporaneo per attenuare i rischi di disoccupazione in caso di un’emergenza”- (Il Sole 24 ore di lunedì 18 maggio 2020), 100 miliardi di euro;
  • BEI (Banca europea per gli investimenti), 200 miliardi di euro; per un totale di 1.290 miliardi di euro.

Le risorse del Recovery Fund, MES, SURE, sarebbero provenienti dall’innalzamento dall’1,2% al 2% di PIL della contribuzione europea, che passerebbe da 1.100,00 miliardi di euro a 1850,00 mld.

Tutte queste misure di natura finanziaria sono dirette a tamponare e a ridurre gli effetti della crisi economica provocata dalla crisi sanitaria. Dalla recessione provocata dalla pandemia da Covid-19 e dalla conseguente crisi economica si può uscire solo se gli interventi di natura finanziaria su riportati saranno rapidi e tempestivi.

E’ il Recovery Fund uno strumento che può essere utilizzato in tempi rapidi? Sicuramente no! Gli effetti, in ipotesi di accordo tempestivo tra gli Stati, si farebbero sentire dal 2021, mentre nel 2020 ci sarebbe solo un anticipo da 4 a 11,5 miliardi di euro, ben poca cosa in confronto alla massiccia necessità di liquidità di cui ha e avrà bisogno il nostro Paese per rimettere in moto l’economia attraverso il rilancio del sistema produttivo, dei servizi, della sanità, del lavoro e dell’utilizzo dello strumento della cassa integrazione per tutti i lavoratori disoccupati.

Nei prossimi mesi potremmo trovarci di fronte ad una grave crisi di recessione economica, molto più grave di quella che stiamo vivendo. Bisognerà quindi precedere tale evento e tentare di evitarlo o di attenuarne fortemente gli effetti adottando, quale misura di prevenzione, tutti gli strumenti finanziari a disposizione (Q.E, MES, SURE, BEI, RECOVERY FUND) al fine di immettere nel sistema la liquidità necessaria per far ripartire l’economia. E per far ciò occorrerà accettare le condizioni e le modalità per accedere ai fondi che l’Europa ci ha messo a disposizione.

I negoziati e gli incontri serviranno a migliorare i contenuti e le condizioni di accesso agli strumenti finanziari, che tuttavia dovranno, lo ripeto, essere utilizzati.

In questa fase la politica di parte e gli interessi di bottega dovranno cedere il passo ad un oculato trattamento delle risorse disponibili, al fine di gestire al meglio la crisi e fare uscire così il Paese e con esso l’intera Europa dalle secche di una recessione che si prospetta seria e molto grave.

Per l’Italia il pericolo di grave recessione è fortemente attuale. Ignazio Visco, Governatore della Banca d’Italia, nella sua relazione annuale prevede che il PIL nel 2020 crollerà dalla misura già molto negativa del 9% a quella del 13%. L’utilizzo del Recovery Fund – strumento finanziario innovativo e reale proposto dalla Commissione europea – da discutere e da approvare nella riunione degli Stati e governi dell’Eurogruppo nella prossima riunione del 17-18 giugno, potrebbe essere molto utile all’Italia, che però per accedervi dovrà fare “uno straordinario sforzo, tecnico e di progettazione, per sfruttare le opportunità offerte meglio di quanto non abbia fatto negli ultimi decenni con i programmi dell’Unione”

Ciò perché i fondi, come ho detto prima, sono vincolati a specifici progetti su transizione verde e/o clima, su digitale e su misure da prendere a sostegno dei lavoratori più colpiti dalla crisi.

L’accesso ai fondi del Recovery Fund o Next generation UE, una volta superata la fase della negoziazione e della sua definitiva approvazione, troverà un duplice ostacolo dato da una parte dalla “necessaria presentazione da parte del nostro governo di un solido e credibile piano di riforme per accedere alle risorse” (Il Corriere della sera – Economia del 31/05/2020) e dall’altra dal freno dovuto all’iter burocratico/giuridico che non permetterà di poter disporre in tempi rapidi delle somme disponibili. I tempi burocratici attuali, infatti, non consentirebbero di impegnare le risorse disponibili con quella urgenza necessaria per rimettere in piedi l’economia e farla uscire dalle secche della crisi. “Si dovrà evitare la palude della burocrazia che frena ogni provvedimento da prendere, in un momento in cui l’urgenza e la tempestività si rivelano fondamentali per affrontare e superare le conseguenze della crisi in atto e prodotta dalla pandemia da covid-19.”

Per utilizzare in tempi rapidi le risorse che saranno disponibili, bisognerà deburocratizzare il piano di riforme e pertanto togliere o attenuare l’iter burocratico che accompagna ogni investimento pubblico, iter che viene chiamato “nemico invisibile” da Domenico Delle Foglie nel suo articolo “Per carità, meno burocrazia!” del 29/05/2020 pubblicato su “Politica Insieme.com”.

Sarà utile e necessario quindi accedere allo strumento del Recovery Fund con progetti di riforme solide nei contenuti ma agili nella “prassi di attuazione” per poter dare lavoro e sviluppo al Paese in tempi rapidi nel campo delle “transizione verde e/o climatica, digitale e sostegno ai lavoratori più colpiti dalla crisi”.

In attesa che il Recovery Fund diventi pienamente operativo sarà necessario rivolgersi agli strumenti già disponibili e su indicati al fine di dare al Paese quella iniezione di liquidità indispensabile alla ripresa.

Tra gli strumenti disponibili di utilizzo immediato spiccano per importanza:

  1. Il programma Q E (Quantitative Easing) gestito dalla BCE e aumentato, su dichiarazione della Presidente Lagarde, di altri 600 miliardi in aggiunta ai 750 già deliberati. Il programma riguarda principalmente acquisti di titoli del debito pubblico contrassegnati con la sigla PSPP (Public Sector Purchase Program) e che si riferiscono al Q E (Quantitative Easing) del settore pubblico ed è cioè “un programma di acquisti di titoli di debito non condizionato a specifiche esigenze di un Paese membro” (Marcello Minenna – La moneta incompiuta) dell’UE.;
  2. Il MES o ESM (meccanismo europeo di stabilità o fondo salva Stati) i cui fondi per l’Italia nella misura di 36 o 37 miliardi saranno già disponibili dal 01/07/2020. Questo strumento tanto discusso e criticato ha due aspetti estremamente vantaggiosi: il tasso di interesse dello 0,1% e i tempi di restituzione (che sono passati da due a dieci anni), mentre ha una unica condizione per il suo accesso e cioè quella di finanziare costi diretti ed indiretti relativi alle spese sanitarie, circa la cura, la prevenzione e la sanità in generale. A tal uopo riporto l’appello fatto dalle imprese che, in un comunicato congiunto firmato da ABI, Alleanza delle cooperative, Ance (costruttori), Cia, Coldiretti, Confagricoltura e Copagri, Confindustria e Confapi, scongiurano il Governo, il Parlamento e le forze politiche a utilizzare fin da subito gli strumenti che l’Europa ha già messo a disposizione, a partire dai fondi per sostenere i costi diretti e indiretti dell’emergenza sanitaria” e cioè i 36 miliardi di euro di prestiti previsti dal MES”. L’appello così continua: “lo stato drammatico e le prospettive molto incerte della nostra economia …..richiedono interventi forti e immediati per sostenere la domanda di imprese e famiglie e rilanciare gli investimenti pubblici”.  (Il Corriere della Sera – Economia- 31/05/2020);
  3. i contributi che potranno venire dallo strumento del SURE di 100 miliardi e i fondi messi a disposizione dalla BEI (Banca europea per gli investimenti) di 200 miliardi di euro.

Obiettivo principale sarà “di far sì che il denaro sia utilizzato non solo per finanziare la ripresa, ma anche per modernizzare il tessuto economico secondo gli obiettivi comunitari per i prossimi decenni: il digitale e l’ambiente”. (Beda Romano – Il Sole 24 ore del 29/05/2020).

Antonio Mascolo