Constatiamo che anche altri convengono – lo fa anche Carlo Calenda – attorno alla necessità che vi siano forze che non accettino di farsi omologare né dalla destra, né dalla sinistra e ritengano, al contrario, che agli elettori vada offerta una chance perché possano – finché sono ancora in tempo, sempre che sia davvero così – sfilare il collo dal nodo scorsoio del bipolarismo.

Lo constatiamo con un briciolo di soddisfazione perché si tratta della tesi che sosteniamo da quasi dieci anni a questa parte ed, anzi, della ragione attorno a cui INSIEME è nato.

Allorquando dai più, se non nella generalità delle opinioni correnti, una postura del genere era ritenuta una corbelleria o, tutt’al più, un atto di testimonianza, sostanzialmente impolitico ed inerte. Per certi aspetti non a torto. Infatti, non è agevole remare controcorrente, senonché può succedere che, ad un tratto, cambi la direzione del vento.

In politica, peraltro, è importante vedere lontano perché se l’idea che assumi come guida è in linea con lo spirito del tempo, per quanto sostenerla costi tanto più quanto meno celermente questo si manifesti in tutta la sua evidenza, prima o poi – la politica è geometrica, ben più di quanto siamo disposti ad ammettere – finisce per emergere dal sottosuolo dove sembrava sepolta.

D’altra parte, si fa presto a dire “autonomia”, ma la cosa non è così scontata. In nessun modo vuol dire appartarsi nella propria autoreferenzialità, quasi cadendo in una sorta di contemplazione narcisistica di sé stessi. Significa piuttosto tenere il punto del proprio pensiero quale premessa necessaria ad intrattenere rapporti non meramente occasionali o tattici, bensì capaci di orientare una strategia comune, con soggetti che, infine, convengano su una posizione analoga o addirittura similare.

Detto altrimenti, una posizione autonoma non è mai un dato di solo schieramento. Si ridurrebbe a un tenersi le mani libere, ma pur dentro un percorso tematico dettato dalle forze prevalenti, con il sottinteso, più o meno consapevole e dichiarato, di soccorrere ora dall’una, ora dall’altra parte, ma pur sempre da cavalieri serventi e secondo ciò che al momento più conviene.

Vuol dire, al contrario, assoggettarsi alla severa fatica di ricercare un pensiero nuovo e forte che risponda a una visione generale, a un’ispirazione colta d’un balzo e capace di diventare progetto politico, che solo poi si declina nella particolarità delle singole e tante perle della collana programmatica.

Ma da dove inizia l’autonomia per essere realmente tale quando finalmente approda al momento politico? Viene da lontano.

Oggi, il luogo della “composizione del conflitto”, cioè lo spazio in cui riconciliarsi con sé stessi ed armonizzare, quanto più possibile, le mille contraddizioni, le suggestioni e la particolarità degli interessi che attraversano la vita quotidiana di ognuno di noi, non c’è da nessuna parte – non in una studiata architettura delle istituzioni, nemmeno in una coraggiosa dialettica politica, neppure in una felice sintonia dei rapporti sociali – se non nasce e non vive, in primo luogo, nell’interiorità della coscienza di ognuno.

Di quest’ultima è tempo di ristabilire il primato e così della responsabilità personale in cui prende corpo. Ne va della qualità della politica e della democrazia.

Verrebbe da dire, “autonomi” perfino da sé stessi, cioè capaci, in questo tempo di transizione, in mezzo a un guado di cui si è abbandonata una sponda senza avere certezza dell’altra, di coltivare quel po’ di autoironia che in politica è una virtù. Quello spirito critico anche delle proprie abitudini inveterate, di quel proprio abito mentale che, lasciato a sé, senza un costante vaglio, rischia di assopirsi nelle pieghe confortanti di un’ideologia.

Non c’è alternativa, né altro antidoto che possiamo immaginare come efficace contrasto al populismo oppure a una concezione arrogante del potere, a una proliferazione delle diseguaglianze, a una deriva aggressiva dei rapporti economici, a una progressiva entropia della coesione sociale e dei sentimenti di solidarietà, insomma a un’involuzione “autocratica” delle democrazie, se non la promozione di una comune e diffusa attitudine a vivere la politica, la partecipazione al discorso pubblico non come un’appendice della propria vita, qualcosa che la affianca “a latere”, bensì un suo elemento costitutivo ed essenziale, interiorizzato da non poterne fare a meno.

Le democrazie – detto altrimenti – sono in crisi eppure ci sfidano ed evocano la scoperta di una ragione che sia più profonda di qualunque convenzione sociale e tocchi il fondamento ultimo dell’essenza umana, lo spazio interiore in cui nasce e prende forma la consapevolezza di sé.

Viviamo turbati dall’impressione di una crisi e di una decadenza di equilibri consolidati, come fossimo abbandonati su una zattera ai marosi della storia, eppure una lettura differente è forse possibile. Se prestiamo attenzione ed “auscultiamo” il nostro tempo, si può sperare o ritenere che le trasformazioni che ci incalzano, le svolte epocali che compaiono sulla linea estrema del nostro orizzonte, siano piuttosto da considerare come se venissimo costretti a prendere la rincorsa per superare più in alto un’asticella che segna il passaggio a una fase più ricca e coinvolgente della vicenda umana.

Domenico Galbiati

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