Trump non perde un’occasione per dirci con le sue maniere che o accettiamo di sottoporci con le buone alle sue condizioni, o dobbiamo comunque accettare quelle condizioni senza discutere. L’ultimo esempio, a difesa delle sue inqualificabili ed affaristiche rivendicazioni sulla Groenlandia, è la minaccia di imporre dazi ad alcuni paesi europei che hanno osato ricordare che quella terra è legata alla Danimarca, quindi all’Europa e prima ancora alla NATO.
Senza voler ulteriormente drammatizzare una situazione già fin troppo seria, siamo arrivati ad un passaggio che non può più essere sottovalutato e richiede una risposta fermissima. A pretese forti, risposta forte. Da parte di chi? Ma dell’Europa! Smettiamo – lo diciamo con grande dispiacere – di continuare a fare sempre riferimenti alla NATO, che per Trump oggi non potrebbe neanche organizzare un torneo di golf, e sappiamo cosa ne pensa Putin, e risvegliamo l’orgoglio europeo con una reazione forte. Le crisi attuali, non solo l’Ucraina, ma anche Gaza, la Groenlandia, il futuro dei rapporti con la Russia ed anche con la Cina sono priorità strategiche per l’Europa.
Visto che non riusciamo ad avere un dialogo serio, tra pari, con Trump, l’Europa, se esiste ancora un minimo di dignità europea, prenda in mano il proprio destino e risponda con gli stessi toni. Trump ci minaccia? Rispondiamo senza esitazioni con lo “strumento anti-coercizione”, con il “bazooka”, che è pure poco per chi spara cannonate! La nuova “Strategia di Sicurezza Nazionale” di Trump ha messo fine alla relazione speciale che per 80 anni ha caratterizzato i rapporti tra le due sponde dell’Atlantico. Che questa analisi convinca o non, l’Europa ora dovrà, come si dice con parole semplici, darsi una mossa.
Mario Draghi ha ricordato pochi giorni fa che l’Europa “ha molti nemici, forse più che mai, e dobbiamo diventare più forti militarmente, economicamente e politicamente.” Tutti concetti da sottoscrivere, ma cerchiamo di capire perché la strada è in salita. Dobbiamo purtroppo partire dalla narrativa corrente: dov’è l’Europa? Che fine ha fatto l’Europa? Lo si può declinare in vari modi, ma il problema drammaticamente è proprio quello.
Il mondo è cambiato, le regole che per secoli hanno governato le relazioni internazionali sono state riposte in soffitta, al posto del nuovo ordine globale c’è una situazione di dis-ordine globale, senza più Nord e Sud, o Est ed Ovest. Io da anni parlo di “mondo smontato” e di un sistema internazionale ed una comunità degli Stati a bordo di autobus senza autisti che, come nel noto gioco al quale giocavamo da ragazzi, sono ritornati alle caselle di partenza senza passare dal via. L’Europa non poteva sfuggire ad un simile rimescolamento delle carte. E’ chiaro che qualcosa non ha funzionato e non sta funzionando. Siamo diventati troppi? Sono troppe le velocità tra gli Stati membri?
Le regole che ci eravamo date – pensiamo all’unanimità – si sono rivelate strette? Certo, se pensiamo che all’inizio del processo di costruzione europea eravamo solo in sei, ed oggi siamo ventisette con una lunga lista di attesa, qualche domanda è legittima. I Padri Fondatori, usciti da una guerra che li aveva forgiati, erano partiti da presupposti etici, storici e politici elevatissimi, del tutto scomparsi dalle motivazioni che ispirano non solo le più recenti classi di governo europee, ma anche le varie opinioni pubbliche nazionali che sono poi all’origine di quelle classi di governo.
Ma c’è un ulteriore aspetto dal quale non è possibile prescindere. Quando si evoca l’assenza dell’Europa, perché lo diciamo? E la stessa osservazione vale per le altre organizzazioni internazionali, a cominciare dalle Nazioni Unite, o dalla NATO. In quei giudizi critici c’è il rimprovero, l’accusa a quelle istituzioni di non funzionare, come dovrebbero, o come si auspica, di non essere in grado di incidere, cioè di farsi rispettare e contare. Cosa è che non funziona? La ragione è molto più semplice di quanto si possa immaginare, anche se sono pochi coloro che lo ammettono apertamente. Pensate alla composizione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU decisa nel 1945 e come ancora oggi vengono prese le decisioni in quel consesso.
Chi conosce bene i meccanismi di funzionamento delle organizzazioni internazionali sa quale è il vero problema: le organizzazioni internazionali sono e fanno solo ciò che i paesi membri, ed in particolare quelli più importanti, vogliono che esse siano e facciano. Quindi non è giusto prendersela con l’Europa, o con le Nazioni Unite, o la NATO in quanto tali. Stiamo sparando sulla Croce Rossa. La responsabilità è solo ed esclusivamente degli Stati membri. E tornando all’Europa, la sua “volontà” non si manifesta nella o con la Commissione, ma nel Consiglio, dove a vari livelli – gli Ambasciatori, quindi i Ministri ed infine i Capi di Stato o di Governo – sono rappresentati i governi dei paesi membri.
Queste premesse, tutt’altro che secondarie e non meramente procedurali, offrono la sola chiave di lettura del ruolo che l’Europa da qualche anno a questa parte sta, o non sta svolgendo, nei conflitti in corso e nelle principali crisi internazionali. I più diversamente giovani tra di noi sono cresciuti in decenni attraversati dalla Guerra Fredda e da minacce alla pace ed alla stabilità, gestiti però da un’Europa che con gli anni si è consolidata ed affermata come un protagonista primario sugli scenari internazionali in una comunità, innanzitutto di valori, euro-atlantica con un solido partner.
Da decenni in Italia e negli altri paesi europei la scelta atlantica e quella europea hanno rappresentato i termini fondamentali di riferimento delle rispettive politiche estere nazionali, che a loro volta ispiravano le scelte europee. Termini che andavano ad aggiungersi all’altra precedente grande scelta, quella delle Nazioni Unite, cioè il multilateralismo ed il rispetto del diritto internazionale. Si dirà che è preistoria. Ebbene sì, e non solo dell’Italia, ma del mondo intero. Ma attenzione, non dobbiamo arrenderci e far prevalere il pessimismo (che altro non è che ciò che prova l’ottimista più informato). Neanche quando lo Zio Sam di turno, che nei decenni che ci hanno preceduto ha protetto e difeso con i suoi figli le nostre libertà, ci critica e ci offende.
E’ vero che oggi viviamo tempi volubili, ma, sinceramente, dobbiamo tollerare tutto ed il contrario da chi conosce solo il linguaggio delle minacce e subire che il principio/valore secolare della forza del diritto, del rispetto e del dialogo sia sostituito dal diritto della forza? Dobbiamo allora avere il coraggio di avere coraggio e fare di tutto per far vedere che “l’Europa c’è”: c’era ieri, c’è ancora oggi, malgrado tutto, e ci sarà, dovrà esserci, anche e soprattutto domani. L’Europa dove tutto è nato, con il dovuto rispetto per altre antichissime grandi civiltà, e da dove tutto deve ripartire. Ma ecco che ci troviamo confrontati con l’ultima domanda. Ma se l’Europa non è nelle sale di riunione di Bruxelles, dov’è? E’ tra la gente, nelle capitali, tra di noi.
Certamente oggi i nipoti o i figli dei Padri Fondatori si muovono, in tanti casi anche legittimamente, secondo scelte e visioni diverse che tengono conto di altri schieramenti e riferimenti valoriali, ideologici e culturali. E dovremmo aprire un discorso su una situazione, da non sottovalutare, di una crisi della governance mondiale di cui tanto si parla. Allora rimbocchiamoci le mani per mantenere accesa viva la fiammella europeista rivendicandone con forza ed orgoglio valori e principi perché il nostro futuro, che è nell’Europa, è nelle nostre mani.
Riccardo Sessa
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