E’ al limite dello scontato dire oggi che se la strategia di Trump era quella di staccare la Russia dalla Cina sembra che sia da rimandare, se non addirittura da considerare fallita.
Oggi a Pechino, con la parata militare che celebra la vittoria di otto decenni fa sui giapponesi, si concludono quattro, cinque giorni di piena occupazione della scena mondiale da parte di Xi Jinping. Ma anche di Putin che in Cina non ha certo fatto la parte del comprimario. Non solo sul piano delle foto ricordo si è rafforzata l’idea di dare vita e sostanza “all’altro mondo”. L’alter ego del cosiddetto Occidente.
Ricordando la Seconda guerra mondiale, Xi ha affermato che anche oggi l’umanità si trova nuovamente di fronte alla “scelta tra pace o guerra, tra dialogo o scontro, e tra risultati vantaggiosi per tutti o giochi a somma zero”. E intanto le sue forze armate hanno mostrato sulle strade di Pechino il nuovo missile nucleare strategico intercontinentale a propellente liquido DF-5C che con la possibilità di raggiungere 20 mila chilometri di distanza è in grado di volare lungo l’intero globo terrestre.
È c’è sì in tutto questo una valenza ideologica che non dev’essere sottovalutata, ma gli occidentali sbaglierebbero ad attaccarsi solo ad essa. Perché l’appuntamento cinese non può essere considerato solamente come un più deciso avvio di una contrapposizione tra un sistema democratico e quello di tanti altri paesi confluiti alla corte di Xi. Paesi tanto diversi tra di loro ed anche storicamente rivali per motivi religiosi. Assieme ai capi di oligarchie – tra cui quelle che sono quanto resta del socialismo del secolo scorso- vi erano quelli con tradizioni democratiche nella loro storia moderna come dobbiamo considerare soprattutto l’India e la Turchia.
E dunque vale la pena di guardare più al dato economico da valutare come un consolidamento del progetto dei BRICS, e cioè di una realtà in crescita produttiva e commerciale mossa in difesa di quella globalizzazione – marchio degli ultimi tre, quattro decenni- che Trump ha chiaramente mostrato voler sbilanciare nell’esclusivo interesse americano.
Ma non è escluso che chi vorrà provare a nascondere il fallimento di Trump finisca per rifugiarsi nel parlare d’altro. Del resto, sono gli stessi che hanno giustificato, nel bene e nel male, i comportamenti degli occidentali nel mondo come una necessaria ed ineludibile “esportazione della Democrazia”. Illusoria quanto fallimentare.
Xi e Putin si sono concentrati molto sul concreto. E così hanno annunciato la firma di importanti accordi di cooperazione tra i due loro paesi. In particolare, quelli per la costruzione di un nuovo gasdotto attraverso la Mongolia e l’ampliamento di quello già esistente. Entrambi destinati a non far sentire a Mosca il danno dei mancati ordinativi di petrolio da parte dell’Europa. E alla Cina ad essere meno preoccupata di quel che accade nel Mare cinese e nel Pacifico – e cioè quanto considera come un vero e proprio accerchiamento da parte americana – almeno per quel che riguarda l’approvvigionamento energetico estero che finora le era assicurato solo via mare, e prevalentemente proveniente dall’Iran.
I due, però, sono andati anche oltre. E così con la Mongolia – terza firma di un accordo tripartito- hanno di fatto dato vita ad un unico grande ambito produttivo, infrastrutturale e commerciale che copre undici fusi orari. Lo chiamano China-Mongolia-Russia Economic Corridor (Il Corridoio economico, ndr). Non siamo ovviamente di fronte, per quanto riguarda simmetria economica, peso e consistenza, all’Unione europea o all’accordo Usa, Canada e Messico, ma la cosa potrebbe avere importanti sviluppi e conseguenze. Quanto sono lontani gli scontri sull’Ussuri, il fiume che divide Russia e Cina e per decenni luogo di rivalità – anche a colpi di fucile- tra Mosca e Pechino, e motivo del definitivo distacco tra Mosca e Pechino e del lavorio di Kissinger che portò Nixon ad accordarsi con i cinesi in evidente competizione con Mosca. E questa è la cosa su cui dovrebbero meditare gli strateghi di Washington che hanno accompagnato Trump dentro ciò che appare in queste ore un vero e proprio cul de sac.
La sfida di Xi Jinping – che oggi si presenta come il vero vincitore – è quella di mostrarsi, al contrario del Presidente americano, in sintonia con quello che Pechino definisce ” le aspettative comuni della stragrande maggioranza dei paesi del mondo” in modo da dimostrare “vividamente il senso di responsabilità della Cina in quanto grande potenza”.
Non è una sfida da poco. Perché, appunto nella prospettiva cinese, è tutta misurata sulla conservazione degli equilibri economici e commerciali internazionali messi a dura prova nel corso degli ultimi tempi e che hanno avuto un effetto tanto devastante, forse più profonda di quel che pensiamo, sul resto del mondo da far mutare davvero gli equilibri degli ultimi 6o anni.
C’è in Europa una strategia? E’ la domanda che a noi più interessa, anche perché è la più ardua cui provare a rispondere. Un’Europa che ha subito la guerra d’Ucraina e che risponde alle conseguenze della crisi mondiale “militarizzando” la propria economia, come fa la Germania la quale da grande produttrice di automobili si accinge ad esserlo di carri armati e di altri sistemi d’arma. Un’Europa che subisce il cambio di passo di Israele nell’accelerazione verso l’assunzione di un ben più determinante peso come potenza regionale, ovviamente sulla pelle dei palestinesi. Chi non riesce che a fare che il vaso di coccio tra quelli d’acciaio …
Giancarlo Infante