Il voto referendario del prossimo mese di marzo va colto anche come occasione per mettere a punto, fin d’ ora, l’atteggiamento con cui affrontare la lunga campagna elettorale, di fatto già avviata, in vista delle prossime elezioni politiche. Soprattutto se dovessero venire anticipate, come qualcuno ventila, una volta che il governo avesse messo in cascina la vittoria del SI.
Le forze che non vogliono piegarsi al giogo della destra e neppure della sinistra – ferocemente avverse su tutto, ma del tutto consonanti nel blindare il sistema nella forma, per ambedue rassicurante, dell’attuale “duo-polio” – devono dimostrare fin d’ora la loro capacità di essere alternative.
In primo luogo, sul piano del costume politico, delle modalità di approccio al discorso pubblico e della comunicazione.
La forma è pur sempre sostanza e, mai come in questi momenti di transizione, è necessario “disarmare” il linguaggio e sottrarsi alla logica della “demonizzazione” incrociata, che conviene solo alla destra e non meno alla sinistra.
Le quali, non a caso, agitano, l’una contro l’altra, una sorta di anatema e di reciproca delegittimazione.
Secondo una logica pericolosa, in virtù
della quale ciascuno dei due poli trae alimento per la propria identità più dalla reciproca contrapposizione pregiudiziale, che non dall’attestazione, ognuno, del proprio profilo ideale.
Bisogna – ma è tutt’altro che facile – smontare il teatrino della polarizzazione estrema del sistema, adottato ad arte, a costo di lacerare il Paese, pur di attestare le due posizioni preminenti, dall’una e dall’altra parte.
Preoccupandosi, cioè, di fidelizzare i propri rispettivi elettorati, senza darsi pena della desertificazione delle urne e, cioè, della disaffezione crescente dei cittadini comuni dal governo della cosa pubblica.
Se continueremo a tenere la partita del confronto politico sul piano della contumelia e dell’invettiva, alla fine la vincono, giocando ambedue sul terreno preferito, l’uno o l’altro dei due schieramenti. Senonché, prevalga l’uno o piuttosto l’altro, a questo punto, non si spostano di un pollice i guasti che, alla vita democratica del nostro Paese, derivano dalla patologia intrinseca e strutturale dell’attuale sistema bipolare-maggioritario.
Dobbiamo fare ogni sforzo per spostare il gioco nello spazio del “pensare politicamente”, cioè sul piano della riflessione e dell’argomentazione. A tal fine abbiamo tutti bisogno di trattenere l’impeto delle emozioni che pur in politica ci vogliono e di far crescere una lucida capacità di analisi critica e la nostra autonomia di giudizio – premesse di una personale assunzione di personalità – se vogliamo evitare di essere risucchiati nelle sabbie mobili di un sistema politico esausto.
Quindi anche il NO al quesito referendario va argomentato, non utilizzato come un oggetto contundente, che, scagliato in modo iroso, contro la destra finirebbe per rafforzarla.
Analogamente, c’è da augurarsi che i voti del SI provenienti dalla sinistra non si prestino ad essere intesi – come purtroppo lasciano temere, non da oggi, certi segnali – come una sorta di compiacenza che fin d’ora lambisce anche il teatro della prossima riforma costituzionale, orientata al “Premierato”.
Il quale se come sostiene la Meloni – con una onestà intellettuale che le va riconosciuta – è la “madre di tutte le riforme” per noi è, necessariamente la “madre di tutte le battaglie”.
Domenico Galbiati