Da repubblicano convinto non posso che pagare un tributo d’omaggio alla Regina Elisabetta. Molti diranno che con lei finisce un’epoca. In realtà, la Sovrana britannica è stata bravissima nel sopravvivere, e lungamente, ad un’epoca svanita già tanti decenni fa. Lo ha fatto sempre svolgendo un ruolo di garanzia e salvaguardando gli equilibri istituzionali. E non solo per quello che riguardava il Regno che attraverso lei continuava, e continua a dilatarsi ben oltre le coste dell’arcipelago britannico.

A partire da quando giunse poco più che giovinetta sul trono che non regnava più sulla “perla” dell’Impero: l’India. Con ciò costretto ad archiviare quel colonialismo che aveva costituito uno dei fondamenti della ricchezza economica, della forza militare e della capacità di regolare i destini del mondo per tre secoli abbondanti. Con lei il  “Commonwealth”, che al momento della nascita riuniva oltre due miliardi di persone, perse per strada parti importanti e rimase più a testimoniare la forza pervasiva con cui i britannici erano stati in grado di far sedimentare in parti del mondo tanto lontano tra di loro un comune afflato culturale e simili visioni della democrazia. Ma si adeguò.

Quello che più conta per una valutazione sul suo lungo regnare, è da riferire all’epoca di profonda trasformazione che ha completamente modificato il Regno Unito. Una trasformazione via via più impetuosa dagli anni ’60 in avanti,  in grado di incidere, e fortemente, sulle caratteristiche del suo stesso popolo. Una trasformazione endogena, non violenta, ma non per questo meno dirompente. I Beatles possono essere considerati uno dei segni più evidenti di una società che, all’improvviso, scopre le tante nuove dimensioni della vita che, oggi, a noi appaiono tanto scontate, ma che allora scontate non erano.

E dall’isola britannica il “nuovo” si diffuse nel mondo e, poi, tornò con l’accento americano. Ma fu dalla “patria” del tradizionalismo, del perbenismo, del pudore, e delle  tante ipocrisie che spesso a tradizionalismo, a perbenismo e a pudore sono correlate, che tutto prese le mosse. Gli antefatti britannici, anche quelli musicali, così forti da divenire mutazioni antropologiche crearono le condizioni perché si giungesse a quella che chiamiamo “contestazione” giovanile o studentesca e cambiasse il mondo intero. Con il paradosso che, dove venne dato il là, non si assistette a quei fenomeni estremi, poi, registrati nell’Europa continentale e negli Stati Uniti. E questo perché non si può prescindere da quelle specificità che riguardano il popolo britannico verso cui la Regina Elisabetta ha sempre riposta la massima attenzione ed un estremo rispetto.

Lo stesso avverrà qualche anno dopo con le nuove dottrine economiche oramai destinate ad essere indissolubilmente legate a Margaret Thatcher e a Ronald Reagan. Così, Elisabetta II si trovò a regnare senza soluzione di continuità un Paese che, nel giro di pochi anni, e al prezzo di tante criticità, persino violenti scontri, passava dall’economia regolata dai paradigmi propri dell’industrialismo a quelli del post- industriale, della finanziarizzazione, della terziarizzazione e dei servizi. Cosa che ha fatto tornare Londra, e la sua City, allo splendore universale goduto nei secoli del mercantilismo. Sotto di lei si passò dallo statalismo al liberismo più sfrenato, ma senza che venisse completamente smantellato il welfare.

Inevitabile che mutasse la relazione con il resto del mondo, a partire dall’Europa. I cieli, resi più corti dalla nascita di compagnie aeree non di bandiera, quelle che chiamiamo oggi “low cost”, e che dettero la stura alla figura dei “miliardari ribelli” come Richard Branson, e la creazione del Tunnel sotto la Manica, portarono al superamento della separatezza fisica con il Vecchio continente. Oggi i giornali londinesi, nei giorni di nebbia che un tempo impedivano il traffico dei traghetti, non possono scrivere: il Continente isolato dall’Inghilterra. E così i suoi sudditi viaggiarono come mai fatto in precedenza in giro per il mondo e in Europa dando vita ad una forma più democratica al “Gran Tour” del ‘7/800 dei ricchi e nobili signori. Anche se i suoi partecipanti dei giorni nostri non sono sempre da prendere come simbolo dell’eleganza comunemente legata all’immagine dei britannici.

E questo ha significato un ulteriore mutamento degli usi e dei costumi per una gran parte di un popolo che con grande riluttanza, ed una consistente opposizione, ha poi deciso per la Brexit. Ma senza per questo rinunciare completamente a quei legami oramai considerati acquisiti con un mondo di cui si è imparato ad indossare abiti e scarpe, a consumare in maniera diffusa il cibo e, in fondo in fondo, anche il modo di godersi la vita.

Elisabetta II, da capo della Chiesa Anglicana, ha vissuto le grandi trasformazioni di una comunità di vescovi, pastori e fedeli sempre più costretta, anch’essa, a vivere un’accentuata secolarizzazione. Così, da un lato, una parte ha finito per rafforzare la vicinanza con i cattolici, dall’altro, ad immergersi in una deriva del tutto opposta che accentua i caratteri di una Chiesa che, secondo alcuni, insegue troppo i processi mondani.

Come la Sovrana ha vissuto questi ed altri fenomeni che oggi ci fanno trovare dinanzi ad un Regno Unito completamente diverso da quello che per secoli è stato raffigurato? Con il senso dell’equilibrio, del dovere e dello spirito totale di servizio verso il proprio popolo. Cercando, gradualmente, di sintonizzare la propria immagine con quella che si attendeva la maggior parte della sua gente. Questo ha richiesto anche un grosso sforzo e, in taluni casi, della sofferenza. Come nel caso in cui, ma i tempi ancora quelli erano, dovette negare alla sorella Margaret l’autorizzazione a sposare chi voleva liberamente fare e lo stesso ripetette con il figlio Carlo cui impedì il legame di gioventù con Camilla, con la quale il Principe si è potuto riunire solamente dopo la scomparsa di Lady Diana. Poi, con il mutare dei tempi, Elisabetta fu costretta ad accettare il divorzio da parte di tre dei suoi quattro figli e nel 1992 visse, come lei lo definì, l’anno “horribilis” per le vicende che videro protagoniste le due nuore, Diana e  Sarah Ferguson, oltre che per l’incendio della sua amata residenza del Castello di Windsor.

Per quanto riguarda il ruolo istituzionale, non si può non riflettere, in un momento in cui alle crisi della società e della politica si risponde con l’idea del cosiddetto presidenzialismo e l’arroccamento del gruppo dirigente, sul fatto che Elisabetta II non abbia mai mancato di svolgere un esclusivo servizio di garanzia e di equilibrio che in una società moderna è più che mai fondamentale. E lei questo ha sempre fatto, qualunque fossero i governi che si alternavano al cospetto suo e del Parlamento.

Il rispetto che si è saputa guadagnare nel corso di quello che è stato il più lungo regno della Britannia è proprio comprensibile se si guarda alle parole chiave che la riguardano: dovere, servizio, garanzia costituzionale, unità della nazione.

Giancarlo Infante