La pace in Ucraina è lontana, molto lontana.

Sul piano dei rapporti di forza, militari e non solo, non se ne esce ed, anzi, si scivola sempre più – come a Gaza – verso un sterminio di civili che rappresenta una forma degenerata perfino della guerra. E l’Europa dev’essere consapevole che a Kiev è in gioco anche il suo destino. Deve attrezzarsi di conseguenza e blindare un’unità strategica che impedisca, sia a Putin, sia a Trump, di lucrare su divergenze, gelosie di ruolo, umori, protagonismi gratuiti o rivalità personali che siano funzionali all’immagine nazionale di questo o quel leader, ma esiziali sul piano della credibilità collettiva dell’Unione.

L’Europa libera e democratica, erede e custode di una grande tradizione umanistica, è pur sempre l’oggetto del desiderio dei due autocrati e, ad un tempo, potenziale merce di scambio funzionale alla possibile convivenza tra due differenti forme di imperialismo che immaginano – ovviamente con la compiaciuta partecipazione cinese – di ripartirsi il mondo, arretrando ad un assetto tripolare delle relazioni internazionali del tutto superato ed irrealistico, dato che la sua fisionomia “multipolare” è, a questo punto, acclarata e del tutto incontrovertible.

È su questo piano che l’Europa deve giocare il suo ruolo. Senza la tentazione di iscriversi al club delle “grandi potenze”, cui si accede solo in virtù della forza militare che si è in grado di schierare in campo. Al “principio di forza” che, tuttora, presiede all’ordine delle relazioni internazionali o di quel che ne resta, l’Europa deve contrapporre un “principio superiore” di valore umano e di civiltà, che sia sovraordinato alle mere ragioni di potenza. Vuol dire che è necessario distinguere tra la legittima e doverosa capacità di difesa comune ed una politica di generalizzato riarmo.

La sfida ardua – utopica? – dell’Europa si gioca sulla capacità o meno di proporre ed affermare un nuovo paradigma di sviluppo misurato su valori di equità, di giustizia e di solidarietà, sul piano interno dei Paesi dell’Unione e sul piano internazionale.

Non servirebbe un’Europa tentata – se pur ne fosse capace – di competere per la pura e semplice restaurazione di un assetto internazionale di ferro e di fuoco.
In altri termini, l’ Europa deve tornare alla fonte della sua ispirazione originaria.

È nata per frapporre un insuperabile ostacolo strutturale – garantito da un ordinamento istituzionale unitario, capace di dare progressivamente vita ad una piena “sovranità’ europea” – alle ricorrenti tentazioni belliche che hanno devastato la sua storia. Insomma, un disegno di pace vera, cioè non retoricamente declamata dai vari movimenti pacifisti, bensì costruita su un severo e consolidato insieme di rapporti politico-istituzionale.

Un disegno di pace effettivo, per sua natura, non può essere circoscritto ad un certo, pur vasto, ambito territoriale. Deve necessariamente essere animato da una tensione universalistica. La pace, cioè , non può essere confinata in una dimensione tale per cui se ne possa godere anche a prescindere o, addirittura, a discapito altrui. È necessariamente un “bene comune”
e solo in quanto tale puo’ dirsi “giusta”.

L’Europa, in ultima analisi, ha bisogno di fare memoria di sé stessa e, dunque, di “riarmarsi” culturalmente e spiritualmente.

Dalla consapevolezza del patrimonio di pensiero filosofico e teologico, di arte e di poesia, di storia e di civiltà, di coscienza civile e di cultura, secondo la pluralità delle sue forme e le articolazioni locali in cui si declina, l’Europa deve trarre un’attitudine politica e diplomatica diretta a costruire rapporti paritari e di reciproca affidabilità tra Paesi sviluppati ed emergenti, che rispondano alla consapevolezza di appartenere ad un comune destino.

Domenico Galbiati 

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