Un’inchiesta del Guardian di Londra rivela un passaggio politico molto delicato: la Commissione europea sta valutando di riscrivere la direttiva quadro sulle acque (WFD) – la legge cardine che tutela fiumi, falde e zone umide – per accelerare l’apertura di nuove miniere di minerali critici, indispensabili per batterie, tecnologie digitali, intelligenza artificiale e difesa.
Il problema è che più della metà delle 33 miniere considerate “progetti strategici” dall’UE si trovano in aree che si stanno prosciugando da vent’anni, secondo dati NASA. Quasi la metà ha vissuto condizioni di siccità negli ultimi tre mesi, e un quarto è in zone già classificate come stress idrico.
I casi più gravi sono in Spagna, Portogallo e Grecia, tra i paesi europei più colpiti dalla scarsità d’acqua. La Spagna, in particolare, ha vissuto nel 2024 la peggiore siccità della sua storia recente, con restrizioni idriche in Catalogna e Andalusia.
Non sorprende che i progetti stiano generando forte opposizione: gli ambientalisti accusano Bruxelles di ignorare rischi per acqua, biodiversità e aree protette. L’industria mineraria, invece, sostiene che le norme attuali siano troppo rigide e che servano procedure più rapide e certe.
La Commissione difende la propria linea: i progetti sono stati valutati da esperti indipendenti e dovranno comunque rispettare le norme ambientali. Ma molte voci critiche – dal European Environmental Bureau alle Nazioni Unite – parlano di una scelta “spericolata”, un vero azzardo in regioni già assetate, dove un singolo incidente potrebbe causare danni irreversibili a fiumi, falde e comunità locali.
Il quadro generale è quello di un’Europa che, per ridurre la dipendenza da Cina e altri fornitori, rischia di indebolire le proprie tutele ambientali proprio nel momento in cui la crisi climatica rende l’acqua una risorsa sempre più fragile.