Stefano Zamagni ha aperto i lavori del convegno organizzato da Insieme, Campo Base Trentino, Il Domani d’ Italia, Tempi Nuovi, Popolari Uniti, Movimento Europeo Italia, Stati generali delle Donne che si è tenuto ieri a Roma
Prendo le mosse da questa considerazione: l’Europa ha bisogno oggi di una Costituzione all’altezza delle sfide in atto. Cosa ampiamente nota a tutti. Quello che è meno noto, invece, e su cui non c’è convergenza di idee e di posizioni, è il come arrivare a questo. La domanda infatti che mi pongo e pongo alla comune riflessione è quale metodo – metodos in greco vuol dire via- quale la via che va perseguita.
La via che dobbiamo perseguire per giungere al modello ormai noto come democrazia federale che è il modello che sostituisce quello precedente elaborato all’inizio del secolo scorso da Max Weber – il grande sociologo tedesco – e, poi, successivamente da Joseph Schumpeter, il famoso economista di Vienna. Il loro modello lo denominarono modello “elitistico competitivo di democrazia”. È un modello che ha avuto i suoi meriti, dobbiamo riconoscerlo, però ha fatto il suo tempo ormai da diversi decenni. Quello verso cui tendere è quello della democrazia federale che presuppone l’applicazione di un metodo comunitario. E direi che, in questo senso, l’Europa, la nostra Europa, è sul piede giusto, anche se molta è la strada da percorrere.
Quali sono i tratti caratterizzanti del metodo comunitario come è stato applicato fino ad ora, con alterne fasi, nella nostra Unione Europea? Quattro. Il primo è che la sussidiarietà deve prendere il posto della sovranità. Ora, al di là delle parole, cosa ciò significa concretamente? Vuol dire accettare quel modello di ordine sociale di tipo tripolare basato sui tre poli: dello Stato, del mercato e della comunità.
Questo oggi molti lo invocano, però nessuno si rimbocca le maniche per attuarlo, perché è ancora dominante il modello di ordine sociale bipolare basato cioè su Stato e mercato. Sappiamo le ascendenze, come dire, filosofiche di questo modello che risalgono addirittura a Hobs e, poi, Hegel ci ha messo del suo. Mettere la sussidiarietà al posto della sovranità, ed uso il termine sovranità nel senso tecnico, e cioè far emergere e dare ali a quel terzo pilastro che è la comunità. Su questo qualcosa recentemente in Unione Europea è stato fatto, penso per tutti, ad esempio, all’atto e di indirizzo di due anni fa quando, per la prima volta, si è riconosciuta all’economia sociale un ruolo di co -protagonista della realtà economica; non soltanto un ruolo di di appoggio com’è tutt’oggi, ad esempio, negli Stati Uniti.
Il secondo pilastro è quello che riguarda la partecipazione al posto della verticalità. Il che vuol dire sostanzialmente “no” al pensiero unico, “no” alle omologazioni. Il bello del modello di democrazia federale è che ogni entità federata conserva la propria identità, frutto di tradizioni di pensiero, di pratiche sociali e così via. E questo vuol dire che occorre trovare il come rendere effettiva questa partecipazione popolare al processo decisionale.
Il terza pilastro, come sappiamo, è che la cooperazione deve prendere il posto della “rivalità mimetica” e questo ancora in Europa non ci siamo arrivati. Dobbiamo batterci, soprattutto a quelli che si ispirano, a quelle forze politiche che si ispirano, al popolarismo. Cosa vuol dire questo? Vuol dire che il “principio cooperativo” – che non vuol dire le imprese cooperative , giacché le imprese cooperative sono una forma di attività, in questo caso economica, imprenditoriale – deve prevalere su quello ho chiamato della “rivalità mimetica”. E se noi guardiamo anche certi episodi, se guardiamo anche alle incompletezze finora raggiunte su diversi fronti, è esattamente ancora la dominanza a livello politico culturale della “rivalità mimetica” ad impedire avanzamenti. Pensiamo soltanto al problema della difesa, della difesa comune. Cioè, ogni paese ha il suo modello di difesa.
Infine, il quarto pilastro è l’adozione del metodo deliberativo al posto del “proceduralismo eteriano”, cioè dogmatico, verticistico. Ecco, noi forse non ci riflettiamo abbastanza, ma nella prassi quello che si segue – anche se non sempre chi pratica ha il coraggio di dire l’origine di quel che pratica – è il “proceduralismo”, mentre il metodo deliberativo invece è tutt’altra cosa.
Mi piace ricordare che il cosiddetto modello di democrazia federale era ben presente ai padri fondatori. Poi, alcuni sono già stati attuati nell’area del commercio, agricoltura, della finanza e del sociale. Però ci manca la difesa, l’energia, la politica estera e, oggi, bisogna aggiungere anche l’atteggiamento da tenere sul fronte dell’Intelligenza artificiale, perché oggi il tema dell’intelligenza artificiale sta diventando veramente al centrale. Bisogna che l’Europa si svegli su questo. Gli americani sono più avanti sul fronte della realizzazione delle nuove tecnologie e le “sette sorelle” californiane le conosciamo, però vi posso assicurare che sotto il profilo del pensiero pensante sono molto indietro. Sono molto indietro.
Se c’è una vantaggio comparativo dell’Europa nei confronti degli Stati Uniti, e anche di altre aree geografiche del mondo, è proprio nella capacità di produrre pensiero. Noi oggi abbiamo un’opportunità straordinaria di come mettere in sintonia l’avanzamento che vogliamo sul fronte delle tecnologie del digitale con la specificazione di quella posizione etica che noi riteniamo di dover attuare. In altre parole, la questione della soggettività morale delle grandi imprese tecnologiche nell’epoca dell’Intelligenza artificiale deve diventare un tema politico. Tutti pensano a rafforzare, raffinare le abilità in senso tecnico. Però, si capisce, non possiamo accettare quello che qualcuno ha chiamato un “neotayorismo” , perché il rischio è proprio questo, che l’avanzamento tecnologico, in particolare l’Intelligenza artificiale agentica, non quella generativa, sta introducendo in maniera surrettizia nel mondo delle imprese una forma di “neotaylorismo” che non è meno pericolosa del “tayorismo” passato.
Mi complimento per aver scelto per questa occasione il tema della Costituzione europea. Noi dobbiamo puntare molto sul discorso europeo perché è quello che ci può contraddistinguere rispetto ad altre forze politiche. Alcune sono sovraniste – e non c’è bisogno che faccia nomi – altre credono ancora al modello neoliberista, che è la sciocchezza più grossa che può portare avanti chi proprio di scienza economica non capisce niente: perché il neoliberismo è finito per sempre e, quindi, è come un vuoto che va riempito.
Ho motivo di ritenere che se tutti gli amici che si raduneranno, poi, per andare verso una forma di quella di convergenza o meglio di “comunanza” – Aristotele la chiamava Koinotes – devo dire la comunanza sui valori, ci possa essere un momento in cui nasca una nuova stagione.
Chiudo con una frase che sempre mi è piaciuta di Tolstoy che dice: “Se senti il dolore vuol dire che sei vivo, ma se senti il dolore dell’altro allora sei umano.” Ecco, noi dobbiamo dimostrare che siamo capaci di sentire e di ascoltare il dolore dell’altro.