«Cosa accade quando la libertà resta sola?». Con questa domanda radicale, Rosapia Farese commenta su Politica Insieme (CLICCA QUI) il suicidio assistito delle gemelle Kessler. La loro scelta, osserva Farese, non è solo un fatto privato ma un sintomo di una solitudine strutturale che attraversa la nostra società. «La libertà, quando non è sostenuta da relazioni significative, rischia di trasformarsi in una forma di spaesamento».
La sua riflessione, centrata sul ruolo della comunità come antidoto alla disperazione, rappresenta un contributo fondamentale per comprendere le radici profonde del gesto delle due sorelle. Tuttavia, alla denuncia sociale deve seguire una risposta concreta delle istituzioni. È qui che la riflessione di Farese trova un necessario completamento sul piano giuridico, legislativo e filosofico.
Dalla solitudine alla legge: il compito della politica
Se Farese ci consegna una fotografia impietosa dell’individualismo contemporaneo, il compito della politica è tradurre questa consapevolezza in norme che proteggano i più fragili. Il dibattito in Parlamento, riacceso dalla sentenza n. 242/2019 della Corte Costituzionale, prova a farlo.
La Consulta ha depenalizzato l’aiuto al suicidio introducendo concetti – come “patologia irreversibile” e “sofferenze intollerabili” – tanto vaghi da rischiare di aprire scenari interpretativi illimitati. Limitare i poteri dei tribunali in questa materia diventa quindi un’urgenza democratica, per restituire al legislatore la sua piena sovranità in un campo che attiene ai fondamenti stessi della civiltà giuridica.
Al Senato è in discussione un disegno di legge che tenta di costruire un argine. Prevede l’esclusione dei minori, l’obbligo di un percorso di cure palliative – configurando il suicidio assistito come “extrema ratio” – e la valutazione dei requisiti aUidata a un Comitato nazionale. Sono disposizioni che, pur nelle loro criticità (come il rischio di abbandono del paziente se il Ssn viene escluso), vanno nella giusta direzione: subordinare ogni eventuale deroga al principio di tutela della vita a una rete stringente di garanzie.
È la traduzione normativa dell’invito di Farese a non lasciare solo nessuno: la legge deve essere il primo anello di quella rete che la società civile è chiamata a tessere.
La vita come bene indisponibile: la risposta filosofica
Ma perché una legge dovrebbe porsi come obiettivo la protezione della vita anche contro la volontà apparente del singolo? La risposta sta in un principio che Farese sfiora ma che merita un approfondimento specifico: l’indisponibilità della vita.
Questo principio, lungi dall’essere un retaggio confessionale, affonda le radici in un’antropologia condivisa e trova un solido fondamento nel pensiero di Antonio Rosmini. Il filosofo roveretano, infatti, insegnava che la persona è un “diritto sussistente”, un valore assoluto e inviolabile che non trae la sua dignità dalla volontà individuale o dalla sua utilità sociale, ma dalla sua intrinseca natura di essere dotato di ragione e di relazione costitutiva con il bene. La vita, in questa prospettiva, non è una proprietà di cui possiamo disporre a piacimento, ma un bene oggettivo e relazionale che ci è affidato e che impegna la responsabilità di tutti.
Questa visione, come abbiamo scritto, non ignora la sofferenza. Al contrario, impone alla collettività il dovere di farsene carico attraverso gli strumenti della medicina palliativa e della sedazione profonda, che alleviano il dolore senza sopprimere chi soffre. Accogliere la fragilità, come ricorda Farese, è il gesto più umano. E la legge deve essere lo strumento che traduce questo imperativo etico – così radicato anche nella nostra migliore tradizione filosofica – in una garanzia per tutti, specialmente per chi, nel buio della sofferenza, non intravede più alternative. La risposta alla solitudine non è il riconoscimento di un diritto a morire, ma l’affermazione di un dovere collettivo di accompagnare, che Rosmini riconoscerebbe come un’espressione di quella giustizia che rende a ciascuno il suo, e il primo “suo” di ogni persona è il diritto a esistere e a essere custodita nella sua inviolabile dignità.
Versare il cemento di una società che non lascia soli
La riflessione di Rosapia Farese e l’analisi giuridico-istituzionale convergono verso la stessa conclusione: il vero tema non è la morte, ma la vita spezzata dalla solitudine. Farese ci indica la meta: una società capace di nuova umanizzazione, dove la comunità è fondamento della libertà.
Il compito della politica e del diritto è versare il cemento di questa visione, costruendo un ordinamento in cui la tentazione dell’abbandono sia sconfitta dalla forza di una protezione collettiva. Le gemelle Kessler, con il loro ultimo gesto, ci hanno mostrato il vuoto. A noi il compito di riempirlo con una legge che dica a ogni persona, soprattutto quando soffre: la tua vita non è mai solo tua. È un bene di tutti, e per questo non ti lasceremo solo.
Rosario Di Stefano