Dalla mezzanotte prossima scatterà il silenzio elettorale. Antica tradizione. Dei tempi in cui davvero si credeva che il voto rappresentasse la più alta forma di responsabilità civile e politica. E si riconosceva la necessità che l’elettore potesse avere almeno 24 ore intere di tempo a disposizione per riflettere.

Poi, è arrivata l’epoca della comunicazione che ha concorso a richiedere ancora di più questa benedetta pausa di riflessione. Sappiamo tutti molto bene che non sarà rispettata. Soprattutto, dopo che con l’arrivo dei cosiddetti social saremo lo stesso un po’ tutti, chi più e chi meno, bombardati da email, post su facebook e messaggi whatsapp. Le faccione che un tempo ci promettevano cose mirabolanti su quegli osceni cartelli elettorali che aggravavano il degrado dell’arredo urbano di molte città, adesso, ci giungono in formato francobollo e la ridotta dimensione, in molti casi, è più confacente alla pochezza del messaggio.

Molta gente, tantissima, ha bisogno però di riflettere. Se c’è un elemento che colpisce di questa vigilia elettorale si tratta della disillusione generale, della diffidenza che accomuna e, salvo pochissimi casi, l’assoluta mancanza di passione. Del resto, ed è interessante che i coinvolti in questo non si fermino a riflettere, quale pensiero politico abbiamo ascoltato da meritare l’uso di questo sostantivo? Davvero tutti noi abbiamo sentito dire le cose che saremmo in grado di dire noi stessi. Siamo autorizzati a dire d’essere al cospetto di leader assolutamente inadatti a proiettarci oltre il domani e ad agitarci con un arricchimento e un moto di partecipazione. Avvertiamo, invece, che c’è un di più cui agognare e cui affidarsi, e da affidare alle generazioni più giovani.

Questo grande “Bar sport” in cui è stata trasformata l’Italia non è cosa che possa farci stare tranquilli. Anzi. Noi modesti partecipi di una vita quotidiana fatta soprattutto di problemi e difficoltà ci aspettiamo un “pensiero forte” un qualcosa che ci smuova e che vediamo smuovere pure chi ci sta vicino.

Anche il questa occasione il mondo cattolico non è saputo andare oltre gli appelli. Abbiamo cercato di pubblicare tutti quelli di cui siamo venuti a conoscenza. Perché, in ogni caso, dimostrano l’esistenza di una grande vitalità, sia pure in una dimensione di subalternità, di una voglia di essere partecipi, della consapevolezza che è necessario cominciare a porsi il problema della cosa pubblica nella sua più ampia accezione, economica, sociale ed antropologica. Ma siamo ancora alla pre – politica. Mentre altri, e male, fanno politica e decidono le cose per tutti gli altri.

Questo sistema politico – istituzionale ha confermato di non avere alcuna intenzione di autoriformarsi. Ha preferito andare alle urne con una legge elettorale del tutto insufficiente a fare l’unica cosa di cui oggi il Paese ha davvero bisogno: fare emergere quelle forze vere che operano nella società civile e che, per questo, inascoltate, si pongono il problema della rappresentanza. Solo la rappresentanza autentica e piena del corpo sociale può garantire quella governabilità di cui ha oggettivamente bisogno l’Italia. Non sono gli artifici verticistici ad assicurare un futuro fatto di piena consapevolezza, di partecipazione e di coesione. Artifici quali quello cui ci troveremo di fronte costituito dall’idea del presidenzialismo, o del semipresidenzialismo. Vedremo, perché neppure i componenti che oggi formano il listone della destra hanno le idee chiare ed univoche al riguardo.

Le urne ci diranno lunedì 26 quali le condizioni effettive con cui noi cittadini ci troveremo a doverci confrontare. Non basterà la pre – politica.

Giancarlo Infante