Giorgia Meloni c’ha messo la faccia, ma stavolta ce l’ha anche persa. La leggenda di una Meloni “democristiana” si incrina proprio nel momento in cui sembra essere caduta in un “trappolone” parlamentare: l’ultima occasione utile per tentare di far passare il Premierato in modo surrettizio, dopo i due schiaffi già incassati sull’Autonomia differenziata e sulla Separazione delle carriere dei magistrati.
Il voto sull’emendamento che reintroduceva — in modo parziale e pasticciato — le preferenze è stato un disastro. Nel segreto dell’urna la maggioranza si è liquefatta. Molti della Lega e di Forza Italia, pur avendo annunciato il loro sì, sono andati in “libera uscita” di andreottiana memoria, esercitando la forza antica dei franchi tiratori della Prima Repubblica.
Un deliberato “fuoco amico”. Ancora più grave perché l’emendamento non era un dettaglio tecnico, ma un impegno diretto della Presidente del Consiglio. Uno schiaffone politico che, in un Paese serio, non passerebbe senza conseguenze — e che invece rischia di essere rattoppato all’italiana, in nome della conservazione del potere e degli affari.
Le opposizioni chiedono le dimissioni, pur sapendo che non siamo in un Paese serio e che un Governo non cade per la bocciatura di un emendamento, per quanto rilevante.
Due riflessioni sono inevitabili.
La prima: il vizio d’origine. Un Governo non dovrebbe farsi promotore di una legge elettorale, tanto più alla vigilia della fine della Legislatura. La seconda: gli alleati temono che la nuova legge finisca per favorire i candidati di Fratelli d’Italia, relegando loro ai margini. Le conseguenze — ancora tutte da decifrare — dell’arrivo del generale Vannacci alimentano ulteriori sospetti.
Dopo il Referendum sulla Giustizia, la maggioranza non è più né tetragona né sicura. Ognuno pensa al proprio seggio. Senza quel risultato, forse nessuno avrebbe messo in discussione il Rosatellum, che garantisce ai partiti minori un certo potere di condizionamento.
E così Giorgia Meloni è costretta a invitare alla riflessione. Probabilmente la riflessione più impegnativa riguarderà proprio l’andamento del voto. La sua stessa assenza al momento del voto interroga: hanno sbagliato i conti, oppure — alla fine — non si può escludere che ci sia stato anche un po’ di gioco delle parti?
E quali sono i ruoli? Chi gioca a che cosa? Forse già nelle prossime ore l’ardua sentenza…
Giancarlo Infante