Israele non si ferma e non si fermerà. Fino all’ ultimo mattone di Gaza. Fino all’ultima bomba. A meno che vi sia costretto. Ma non si capisce da chi. Il gioco lo conduce Netanyahu, non Trump, un incapace, una marionetta nel teatrino della storia, turlupinato, come un fesso, dal leader israeliano e non meno da Putin. Un Presidente di cui l’America, anziché osannarlo, dovrebbe vergognarsi.
È evidente come le operazioni militari e di sistematica distruzione fisica in corso a Gaza non abbiano più nulla a che vedere con la sicurezza di Israele che, se mai, semina attorno un tale cumulo di odio, di rabbia e di rancore da alimentarne da se la precarietà.
Israele non conosce pietà, non conosce limite. Non è in grado di riconoscerlo, meno ancora di imporselo e di fermarsi. E’ posseduto dall’ossessione di un demone distruttivo. Come se non avesse memoria delle immani sofferenze che le sono state inflitte, oppure a questa memoria lacerante fosse destinata a soccombere. Incapace di trarre dalle sue ferite, ancora crude e sanguinanti, un sentimento di umanità, un moto di compassione, la comprensione di un dolore insopportabile, di fronte all’ecatombe dei propri figli, che è pazzesco infliggere ad altri, con la freddezza, il cinismo, la determinazione assoluta di cui Israele mostra di essere capace.
La sua non è più una ritorsione ai fatti del 7 ottobre. E’ piuttosto una vendetta talmente cieca da chiedersi da dove derivi, da quale radice profonda nascosta nella storia e nel destino misterioso del “popolo eletto”. E’ difficile dire se valga anche per i popoli, la legge per cui molti violentati ed abusati non riescono a fare a meno di abusare a loro volta. Ma forse un’analogia c’è tra la persona nella sua singolarità e quella “persona collettiva” rappresentata da un popolo.
La violenza subita lascia una traccia indelebile. Ferisce talmente da vicino l’essenza della persona, compromette talmente la stessa percezione di sé del soggetto abusato, da non consentire l’elaborazione del dolore. Tutt’al più subentra una sorta di anestesia dell’anima, che attenua la sofferenza, ma non la vince e reca con sé un ottundimento della coscienza che impedisce di vedere e comprendere il dolore che si infligge ad altri. Quasi fosse una compensazione dovuta al proprio tormento.
Resta un nodo nella mente e nel cuore che in nessun modo può essere vinto, eppure è insopportabile. Non può essere in nessun modo sciolto e dissolto, assorbito in una nuova e ricomposta consapevolezza di sé. Si può solo tentare di svellere le sue radici, strapparle dal terreno ferito della propria intimità più riposta. E siccome, in ogni caso, questa lacerazione profonda resta, comunque, viva, perché non continui ad aleggiare minacciosa attorno, non c’è altro
da fare che trapiantarla altrove. Ad un tempo, come se, condividendola con altri, si potesse, un attimo, ricondurla nell’alveo di un vissuto urente, eppure ancora possibile.
Con tutto ciò nulla giustifica Israele e nulla attenua la responsabilità morale e politica della violenza devastante di cui, infine, è, a sua volta, vittima.
Due popoli e due Stati. Due popoli che, ambedue, anziché combattersi, dovrebbero insieme, di fronte al resto del mondo, attestare la drammaticità della storia ed insegnare quanto sia profondo, senza fine, l’abisso della violenza, subita ed inferta.
Domenico Galbiati