Non è vero che “Fratelli tutti”, la grande enciclica sociale di Papa Francesco, contenga una contraddizione quando auspica una società aperta e, nello stesso tempo, critica la libertà di mercato senza regole. Sorprende che a sostenerlo, presumibilmente in una prima affrettata lettura siano persone attente come Claudio Cerasa, il brillante direttore de “Il Foglio”,  e come  Clement Fuest, uno dei maggiori economisti tedeschi.

Solo attribuendo al mercato un significato sommario, come luogo degli scambi dove si incontrano domanda e offerta di beni e servizi, si può cadere in questo equivoco. Non è infatti francamente possibile nel 2020 ignorare tutto quanto ha fatto irruzione, e in modo impetuoso, sul più grande settore dei mercati come è quello della finanza, con la corsa alla soppressione delle regole fino al conseguente stravolgimento della sua stessa natura.

Eppure, basta considerare che il valore del PIL mondiale, inteso come risultato della produzione di beni e servizi, è valutato in ottantamila di miliardi di dollari mentre la massa di finanza nel mondo è di almeno  un milione di miliardi di dollari. Una dimensione quindi che non è certo possibile non considerare, quando da tempo la finanza non ha più il ruolo di strumento per  intermediare l’economia reale, ma ha preso decisamente il sopravvento in modo preponderante. Né si può ignorare la natura di strumenti finanziari ben noti come i  “derivati”, ovvero titoli immateriali  acquistati e venduti più volte pur rappresentando sempre lo stesso bene.

Per non parlare della progressiva deregulation sempre nel sistema della finanza avviata prima in America negli anni novanta, quindi in tutto il mondo e tutt’ora in corso dopo il Financial Choise Act del presidente Trump che ha eliminato alcune regole poste dal presidente Obama. E’ proprio in nome della libertà del mercato che si è assistito a crescite mostruose di ricchezze solo nominali, in  grado di creare profitti speculativi nel breve periodo, ma che possono spegnersi rapidamente nel nulla, com’è accaduto con la devastante crisi sistemica del 2008: prima con il crollo del mercato dei mutui “subprime” e, quindi, con la grande depressione globale. Davanti alla distruzione di lavoro e di ricchezza reale che ne è seguita, alla quale i protagonisti della politica di mezzo mondo hanno solo assistito attoniti, come non evocare le immagini della inquietante favola di “Topolino e l’apprendista stregone” nel film “ Fantasia” di Walt Disney?

Ecco il senso del richiamo di Papa Francesco sulla sommaria e indiscriminata libertà di mercato. L’enciclica “Fratelli tutti” richiama, invece, concetti molto più rassicuranti, come quello di economia sociale di mercato, già ben noti ai cattolici a partire dalla “Rerum novarum”, la celebre enciclica di Leone XIII, fino alle successive di GiovanniXXIII, di Paolo VI e di Giovanni Paolo II. Nei modelli europei, è riconosciuto il ruolo dello Stato, non nel senso dei collettivismi, sui quali la storia ha già fatto giustizia, ma nel  rispetto della libertà economica e della concorrenza; nei limiti attraverso la legge allo strapotere di interessi particolari; nelle norme di giustizia distributiva, negli interventi a difesa delle fragilità dei popoli e delle persone.

Chi è meno giovane ricorderà certamente che, con questa definizione, i tedeschi definirono negli anni Cinquanta le idee e le pratiche fondative della loro ripresa economica sotto la guida di Adenauer e del bavarese Ludwig Erhard, per non parlare di De Gasperi e di Ezio Vanoni che, in Italia, pure praticarono questa visione.

Non solo, ma la nuova enciclica va oltre lo Stato sociale ormai affermatosi per riferirsi più esplicitamente alle buone pratiche delle istituzioni, alla difesa dei corpi intermedi dall’ingerenza del potere pubblico, ai principio della sussidiarietà.

E’ la forza riequilibratrice delle regole lo strumento per evitare gli eccessi della libertà del mercato senza regole, e ciò anche a tutela della libertà economica che è altra cosa e che Adamo Smith individuava alla base della libertà politica.

Non a caso il Trattato di Lisbona che istituisce la Comunità Europea pone a fondamento dello sviluppo sostenibile dell’Europa “un’economia sociale di mercato fortemente competitiva” (art.3).

Ecco perché appare sommario, oltre che ingeneroso vista l’ampiezza del grande disegno proiettato al futuro della enciclica, cercare una contraddizione che non c’è.

Guido Puccio