C’è un tema della guerra tra Israele e i palestinesi molto ignorato, ma che svolge la parte del “convitato di pietra”. Il riferimento va ai giacimenti petroliferi e di gas antistanti la costa israeliana e di Gaza. Per i quali, tra l’altro, c’è il coinvolgimento dell’Eni.

E sempre in modo più evidente emerge come quella ricchezza impedisca il riconoscimento della Palestina come Stato. Perché ciò darebbe il diritto all’Autorità Nazionale Palestinese di sfruttarla in proprio.

The Guardian di Londra ricorda le stime di un esperto sulle risorse petrolifere, Michael Barron, secondo il quale il giacimento potrebbe generare almeno quattro miliardi di dollari  di entrate di cui l’ANP potrebbe ricevere 100 milioni di dollari all’anno per 15 anni.

Il giornale londinese ricorda anche che I piani per lo sviluppo del giacimento hanno avuto una storia lunga quasi 30 anni, durante i quali le controversie legali sulla proprietà hanno bloccato l’esplorazione.

The Guardian riporta la notizia che uno studio legale, che rappresenta gruppi palestinesi per i diritti umani, ha inviato una lettera di diffida all’ENI, intimandole di non sfruttare i giacimenti di gas in un’area nota come Zona G, dove sono state concesse sei licenze dal Ministero dell’Energia israeliano. Nella loro lettera, gli avvocati sostengono che circa il 62% della zona si trova in aree marittime rivendicate dalla Palestina e, pertanto, “Israele non può avervi validamente concesso alcun diritto di esplorazione e voi non potete aver acquisito validamente tali diritti”.

Dopo l’invio della lettera ufficiale, l’ENI ha dichiarato ai gruppi di pressione in Italia che “le licenze non sono ancora state rilasciate e non sono in corso attività esplorative”.

Un altro gruppo, Global Witness, sostiene che il gasdotto East Mediterranean Gas, che corre parallelo alla costa di Gaza, sia illegale poiché attraversa acque palestinesi e non genera entrate per l’Autorità Nazionale Palestinese.

Il gasdotto, lungo 90 km, trasporta gas da Ashkelon in Israele ad Arish in Egitto, dove viene poi trasformato in gas naturale liquefatto per l’esportazione, anche in Europa.

“Gli Accordi di Oslo, stipulati nel 1993, conferiscono chiaramente all’Autorità Nazionale Palestinese la giurisdizione sulle acque territoriali, sul sottosuolo, il potere di legiferare in materia di esplorazione di petrolio e gas e di concedere licenze in materia”, ha affermato Barron. “Il controllo delle risorse naturali era un elemento importante del programma di costruzione dello Stato del leader palestinese Yasser Arafat. Lo sfruttamento israeliano delle risorse palestinesi era e rimane una parte centrale del conflitto”.

The Guardian ricorda infine come “l’intera controversia sugli investimenti del settore privato nell’occupazione palestinese riconosciuta da Israele è salita alla ribalta con un rapporto pubblicato la scorsa settimana dalla relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla Palestina, Francesca Albanese, che ha messo in guardia le aziende dal sostenere quella che è stata dichiarata un’occupazione illegittima dalla Corte Internazionale di Giustizia (CIG).

Le decisioni della CIG attribuiscono alle aziende la responsabilità, prima facie, di “non impegnarsi e/o ritirarsi totalmente e incondizionatamente da qualsiasi rapporto associato con Israele, e di garantire che qualsiasi impegno con i palestinesi consenta la loro autodeterminazione”. La sua affermazione è stata respinta in blocco da Israele.

 

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