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Rischio apocalittico o sfida epocale?
Di fronte a questo abissale degrado culturale e morale è proprio assurdo cominciare a porre in agenda il pericolo di una guerra mondiale o di una guerra europea non più “a pezzi” ma generale? Forse no. In un certo senso ha perfettamente ragione chi pensa che bisogna davvero prepararsi a fronteggiare il rischio di guerra.
Ma da che tipo di guerra dobbiamo difenderci? Non si tratta semplicisticamente di difendere le democrazie contro le autocrazie e i fondamentalismi, di proteggere l’Impero del Bene da quello del Male, come ci vogliono far credere gli imbonitori che hanno occupato media e giornali e che raccontano la storia come una novellina di buoni vittoriosi e di cattivi puniti .
In Europa non si tratta nemmeno soltanto di fronteggiare un pericolo Putin, che pure è un vicino aggressivo. Il vero rischio è quello di una situazione in cui di Putin potrebbero essercene parecchi, non solo uno. Un rischio che non sembra sfiorare neppure lontanamente i modesti “figuranti” collocati ai vertici UE e NATO e che credono di esorcizzare il problema con un programma di “RIARMO A GOGO”.
I Putin come gli Hitler non sono diavoli in carne ed ossa che hanno preso chissà come il potere, ma sono il risultato di circostanze complesse in cui la cecità, il dogmatismo. l’ignoranza e l’ipocrisia opportunistica permettono talvolta che nullità metafisiche o esseri moralmente indegni si trovino al potere supremo. Le condizioni che generano i mostri sono l’oggetto da combattere prima ancora delle persone che occupano il potere. Le persone passano rapidamente , i popoli e le loro relazioni restano molto più a lungo.
Da dove nasce oggi il rischio guerra generale per l’ Europa e per il mondo? Il rischio caos ed il rischio guerra sono oggi il risultato di quella “globalizzazione dimezzata” ( Aldo Schiavone), che è stata la globalizzazione antipolitica, a guida tecno economica realizzatasi sino ad oggi nel XXI secolo. Una globalizzazione superata, oggi sostenuta, di fatto, dalle Destre, ma all’inizio promossa persino dai “democratici” che avevano visto con entusiasmo una sorta di europeismo apolitico se non anti-politico, considerato quasi uno strumento finalmente trovato per completare l’integrazione continentale.
Il fallimento della integrazione politica dei primi anni cinquanta ( CPE e CED) era parsa addirittura provvidenziale. “L’ Italia e l’ Europa, di mezzo secolo fa non avevano ancora sperimentato, l’importanza dell’economia e la sua crescente predominanza sulla politica….Dovendo arrestare la marcia dell’integrazione politica e della difesa, e sviluppandosi, quasi per via subordinata, attorno alle politiche industriali e commerciali, essa ( l’ Europa) lasciò l’accelerato della politica, per prendere il pendolino dell’economia….La forza dell’ Europa….sta proprio nell’aver creato una specie di automatismo nella sua struttura primaria.” ( Enrico Letta Morire per Maastricht, Laterza, 1997, pp. 4 e 7 passim-).
Un meraviglioso “pilota automatico” dell’integrazione che purtroppo non ci ha salvato né dal Covid, né dalla guerra ai confini europei. L’economia ( con il supporto della tecnologia) una sorta di continuazione della politica con altre velocità” ha creato il problema più che risolverlo.
Ed è questo dominio della tecno economia che ha generato il contesto globale iper-competitivo e caotico in cui ci troviamo.
La risposta a tutto questo è la sfida cui ci troviamo di fronte. Se una de globalizzazione magari brandita come slogan strumentale dalle Destre interessate a tener saldo il consenso ma non a risolvere i problemi è improponibile, è possibile impostare una globalizzazione non più dimezzata in cui sia l’intelligenza umana e naturale della POLITICA a guidare e regolare i processi ed a ripristinare il senso del limite e cioè del “governo”?
Una triplice sfida culturale e politica
Abbiamo bisogno di un pensiero a dimensione europea, tanto più in quanto è ormai chiaro che obiettivo immediato di Trump è la lacerazione del contesto europeo. Un pensiero che dovrà con coraggio affrontare i problemi enormi dell’ UE di oggi e porre con forza mano ai trattati. Andando in tre direzioni diverse, ma tra loro complementari.
In primo luogo si tratta di rimettere al centro la dignità di ogni persona umana ( e quella del lavoro, sempre più spesso oggi lavoro senza senso, oltre che lavoro sfruttato) messa a rischio dal trans umanesimo e dagli usi spregiudicati della A.I. , oltre che dalla onnipotenza della tecno economia, una dignità essenziale, si è detto, per ridare forza alle ragioni della pace e per contestare le culture di guerra.
Dobbiamo domandarci chi guiderà e con quali scopi il salto tecnologico e come concretamente è possibile oggi, nei diversi contesti, costruire quella riserva di umanità che la giurisprudenza spagnola ha introdotto nel diritto amministrativo, per governare gli effetti della Intelligenza Artificiale.
In secondo luogo si tratta di intervenire sulla connessione tra crisi del pensiero umanistico e crisi della politica come democrazia. Politica, in senso alto, e democrazia sono nate insieme e si dicono in greco persino con lo stesso nome ( politeia), come ci ha ricordato Aldo Schiavone.
La vera democrazia non è scelta di un premier- vediamo oggi nel mondo i guasti del “premierato” assoluto che ricordano sempre di più le autocrazie alla Putin- non è la scelta di un premier, cui va una delega sommaria, ingenua e fiduciosa, di masse impaurite in cerca di protezione contro le insidie del mondo globale. La vera democrazia è un ordinamento politico pluralistico che pone al suo centro un confronto, un conflitto fondato sulle parole, che conosce il dialogo e che si basa sul confronto della diversità, facendo sintesi delle diversità in modo dialettico. La vera democrazia è quella che conosce la “sacralità” della parola -oggi rimpiazzata da numeri e algoritmi- che è ponte tra il soggetto e l’altro, per costruire comunità e mai “arma” per colpire un “competitor”.
Vi è poi una connessione ineliminabile tra democrazia e costruzione della pace, Le “democrazie” che fanno la guerra sono in fondo una contraddizione in termini, dalla antica Atene ai moderni USA. La democrazia moderna deve valorizzare il logos, la parola, la ragionevolezza e può farlo solo attraverso la rappresentanza l’ accountability del potere, oggi di fatto negata da istituzioni pseudo democratiche prive di trasparenza, parlo del mondo delle democrazie liberali.
In Italia, il “premierato” sarebbe la fine definitiva di ogni accountability. L’operato del “premier”,una volta sacralizzato dalla scelta popolare e identificato impropriamente con la “volontà popolare” , sarebbe non più moderabile e neppure giudicabile in corso d’opera. Ciò che il premier fa corrisponderebbe a ciò che il popolo ha voluto, senza eccezioni. Se qualcosa non torna, a fine mandato, sarebbe sempre e soltanto colpa di altri. E il mandato potrebbe iniziare di nuovo. Come in una autocrazia a la Putin.
In terzo luogo, l’attacco al diritto internazionale ed all’ ONU da parte di USA ed Israele non è una iniziativa estemporanea ed istintiva, un capriccio trumpiano. E’ una cosa molto più seria. E’ l’ annuncio, non allietante,di un nuovo diritto internazionale, della nuova lex mercatoria elaborata dalle potentissime law firms sovranazionali dei “signori del diritto” che contrappongono al sapere degli stati e degli organismi internazionali, il sapere dei “tecnici” che sostengono una economia fondata sul superamento delle regole come limite. La deregulation come regola delle regole.
E’ il sapere degli esperti della tecno-economia delle multinazionali che danno da soli a se stesse le norme di azione. Regolatori e regolati sono qui un ‘unica cosa. E’ questo il motivo per cui il Rapporto Albanese ha sollevato le proteste ufficiali degli USA, oltre che ovviamente di Israele. Il diritto internazionale non è più fonte di legittimità, ma piuttosto barriera protettiva di protezione di un dato mercato contro altri. E’ strumento di conflitto, non più di accordo. Leggi dello Stato e degli organismi internazionali finiscono sotto la legge “assoluta” degli esperti della tecno economia.
Coloro che conoscono e gestiscono mezzi e strumenti ( economia e finanza) prevalgono sugli organismi politici che dettano i fini. L’ umanità così non è più guidata dai fini, ma condizionata e guidata da cause, che non dipendono più dalla sua capacità di programmare e prevedere. L’uomo non vive più nel “regno dei fini”, per esprimerci in termini laici, ma nel regno degli effetti, delle semplici “cose”, dove poteri astratti e incontrollabili decidono per lui. Ovviamente il primo dei fini, la pace, è solo un pio desiderio.
L’ Europa come soluzione?
Paradossalmente, se si identifica l’ Europa con l’attuale vertice UE, proprio l’ Europa attaccata da Trump può essere la soluzione. A patto che in Europa si affronti questa triplice sfida alla luce delle indicazioni che ci vengono dalla nostra tradizione migliore, intervenendo radicalmente i Trattati e tornando alle nostre vere radici.
A partire da quelle cristiane- che sono anche laiche in senso profondo- radici che dovrebbero essere riprese prima di tutto da chi vuol essere forza politica di ispirazione cristiana.
Gioverebbe ripartire dal grande messaggio che nel lontano ( lontano nel tempo ma vicinissimo culturalmente) 1962 ci lasciò Romano Guardini:
“ Io credo che il compito affidato all’ Europa ….sia la critica della potenza. Non critica negativa, né paurosa, né reazionaria ; tuttavia ad essa è affidata la cura per l’uomo, perché essa ne ha provato la potenza non come garanzia di sicuri trionfi, ma come destino che rimane indeciso dove condurrà….Il compito riservatole , io penso, non consiste nell’accrescere la potenza che viene dalla scienza e dalla tecnica- benché naturalmente farà anche questo ma nel domare questa potenza. L’Europa ha prodotto l’idea della libertà, dell’uomo, come della sua opera, ad essa soprattutto incomberà nella sollecitudine per l’umanità dell’uomo, pervenire alla libertà anche di fronte alla sua propria opera” (Romano Guardini, Discorso per il conferimento del Premium Erasmianum 28 aprile 1962 Bruxelles) . L’Europa e gli europei oggi dovrebbero battersi per questa libertà, l’unica che può costruire la pace.
Umberto Baldocchi