Non più tardi di qualche anno fa, durante la Presidenza Trump, la principale pubblicazione italiana di politica internazionale dedicava ampio spazio –  un intero corposo volume –  ad un presunto  “duello Usa- Germania per l’Europa. Ed il più roboante tra i suoi collaboratori giungeva a dar per certo ed inevitabile, in un prossimo futuro, uno scontro tra l’impero marittimo e quello continentale, il tutto secondo il più classico ed ottocentesco determinismo della geopolitica, una pseudo-scienza inventata ed usata dalle potenze europee come foglia di fico per dare una parvenza di razionalità alle loro avventure coloniali.

Non c’è però voluto molto perché il vento della realtà spazzasse via ogni astrusa elucubrazione. Due settimane fa, infatti, Washington e Berlino hanno raggiunto un accordo di cui i media italiani hanno parlato pochissimo, sulla questione che ha  negli ultimi quattro anni reso più conflittuale la collocazione della Germania nel quadro occidentale, cioè sulla questione del gasdotto Nord Stream 2. Con l’accordo annunciato il 21 Luglio, invece, il governo degli Stati Uniti ha implicitamente fatto sapere di rinunciare, se non alla propria contrarietà di principio al completamento di questa audace pipeline sottomarina che congiungerà direttamente il territorio russo con quello tedesco, almeno alle tanto sbandierate sanzioni contro le imprese coinvolte nella sua realizzazione.

Washington ha infatti sottolineato che l’amministrazione Biden continua a considerare il Nord Stream 2 come  “un cattivo affare” che aumenterà la dipendenza dell’Europa dall’energia russa. Un’ostilità che era dovuta anche, e forse soprattutto, al fatto che, grazie ai grandi sviluppi delle tecnologie di fracking, gli Stati Uniti sono ormai diventati esportatori di gas naturale, e guardano anche all’Europa come mercato per vendere il proprio gas. Come ampiamente illustrato al Senato USA dal principale negoziatore americano, Victoria Nuland, “questa è una brutta situazione e un cattivo gasdotto”.

Quello appena stipulato tra Germania e USA è perciò un accordo la cui importanza va oltre i rapporti bilaterali tedesco-americani, che ne escono fortemente rinsaldati, ma che investe il nuovo conflitto Est-Ovest. Esso prevede infatti sanzioni contro la Russia nel caso in cui questa cercasse di utilizzare come strumento di pressione politica la propria posizione di principale fornitore di energia al mercato tedesco: sanzioni commerciali che Berlino si impegna a far imporre anche dai paesi suoi partners nella UE.

L’accordo vale per dieci anni, cioè il tempo che Berlino giudica necessario perché il suo programma di conversione alle energie alternative riduca sufficientemente l’importanza degli idrocarburi da togliere al fornitore russo ogni potere di mercato. Dopo di che la Russia e il suo gas verranno lasciati “out in the cold”.

Contrariamente a tutte le previsioni di geopolitici e improvvisati esperti di questioni internazionali, il fronte occidentale è dunque più compatto che mai, come indicato soprattutto dalla totale inesistenza della Francia in una trattativa che interessa, in definitiva l’intera Europa  continentale, nonché dal sostanziale silenzio-assenso del governo italiano a guida Mario Draghi, anche quando si ventilano sanzioni che costerebbero all’Italia ancora più care di quelle già in atto. La principale novità di rilievo sembra essere solo l’ampliato ruolo della Germania nel tandem Washington-Berlino. Anche senza spingersi a parlare di “piena germanizzazione della UE”, come fa il commentatore italo-britannico Luca Giulini, è infatti evidente che sarà il successore di Angela Merkel l’uomo cui toccherà, coinvolgendo gli altri membri dell’Unione, “ancorare” saldamente Kiev al campo occidentale in Europa.

L’accordo di fine luglio prevede infatti sanzioni alla Russia anche per il caso in cui Mosca manifestasse un “comportamento aggressivo nei confronti dell’Ucraina”. Di ciò si è fatta promotrice la diplomazia americana che, durante i negoziati con i rappresentanti del governo tedesco, ha mantenuto costanti e strette consultazioni con Kiev e col suo Presidente. A Washington, infatti, tanto da parte repubblicana che da parte democratica di teme che il fornitore russo, Gazprom, smetta di servirsi – come fa attualmente, pagando fortissimi diritti di transito – delle “geopoliticamente vecchie” pipelines di epoca sovietica che ancora oggi riforniscono la Germania riunificata attraversando l’Ucraina e la Polonia.

I relativi contratti tra Mosca e Kiev scadono nel 2024, ma il ministro degli Esteri tedesco Heiko Maas ne ha già annunciato una possibile proroga. lI nuovo accordo prevede perciò l’estensione di dieci anni del trasporto di gas russo attraverso l’Ucraina – parallelamente al Nord Stream 2, come affermato dalla Nuland –  e anche a questo proposito Berlino si è impegnata, qualora Gazprom non si adegui pienamente, a prendere misure contro Mosca e a “lavorare” per sanzioni a livello dell’UE.

Come ha detto la Nuland detto “dobbiamo aiutare a proteggere l’Ucraina e sento che con questo accordo abbiamo compiuto alcuni passi importanti in quella direzione”. E perciò “si lavorerà anche per ridurre la dipendenza dell’Ucraina dal gas russo e dai proventi del transito”. Si prevede che l’Ucraina riceverà un forte prestito per abbandonare l’uso delle proprie risorse carbonifere, per sviluppare “tecnologie verdi” e come compenso per la perdita del reddito di transito gas. Nulla toccherà invece alla Polonia, forse per il suo atteggiamento “indisciplinato” in sede UE sulle questioni di gender. Il che fa sorgere qualche interrogativo su quale sarà la fonte degli aiuti e dei prestiti di cui godrà l’Ucraina.

Ciò nonostante non sono cessate le rivendicazioni da parte dell’Ucraina, il cui Presidente Volodymyr Zelenskyi, ha fatto sapere che la decisione su Nord Stream 2 non può essere presa “alle spalle di tutti coloro per i quali il progetto costituisce in realtà una minaccia “. Le sue preoccupazioni saranno perciò fugate al massimo livello, con un incontro personale tra lui e Biden, già annunciato dalla Casa Bianca per la fine di agosto.

E la Russia in tutto questo? Il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha dapprima ovviamente definito “inaccettabile” qualsiasi minaccia di sanzioni.  Ma in definitiva, Mosca ha ritenuto inevitabile far buon viso a cattivo gioco; una decisione su cui ha certamente influito il bellicoso clima che, da quando è in carica la nuova Amministrazione regna a Washington non solo contro la Cina ma anche contro la Russia.

E così, un importante Membro del Consiglio della Federazione, la Camera alta del Parlamento russo, Vladimir Jabarow ha potuto dire ai media che “questo accordo ci dà l’opportunità di terminare la costruzione del Nord Stream 2 in pace e tranquillità e di metterlo pienamente in funzione”, e “allo stesso tempo, ha posto le condizioni per un possibile prolungamento nel tempo dell’accordo di transito attraverso l’Ucraina”. Kiev e il suo Presidente  però – ha aggiunto con una specie di sospiro – “dovrebbero dimostrarsi partners costruttivi”, perché “in condizioni normali” nessuno farebbe pressione sull’Ucraina.”

Giuseppe Sacco