La recente assenza di Giorgia Meloni dal vertice europeo sui Balcani non può essere commentata limitandosi alla battuta “… mamma ho perso l’aereo”, il titolo del divertente film per bambini di Christopher Joseph Columbus. Questa vicenda, infatti, non è cosa da bambini. E l’aereo è stato perso di proposito.
Forse meritiamo una spiegazione. Perché i vari punti che riguardano questa vicenda si collegano direttamente agli sviluppi del percorso europeo. Da tutti ritenuto ineludibile, ma altrettanto da molti lasciato indeterminato, almeno ufficialmente. Con l’eccezione dei tedeschi che, oramai, parlano senza molte remore di un’Europa di cui sono pronti a prendere le redini. Anche approfittando del grande rilancio del cosiddetto “riarmo” che, guarda caso, è stato lasciato nelle piene responsabilità e disponibilità esclusive dei singoli paesi, piuttosto che costituire uno dei pilastri su cui edificare una Unione politicamente unita ed univoca. Un qualcosa che soprattutto – e lo dicono anche gli annunci sull’ammontare degli investimenti in campo militare – tende inequivocabilmente alla creazione di un soggetto fortemente trainante che, nel caso specifico, non può che essere la Germania.
Il modo di rispondere degli altri grandi europei è differenziato e, tutto sommato, si adegua ai comportamenti tenuti nel corso dei secoli passati. Con il Regno Unito impegnato ad impedire che sul Continente nascesse, e nasca, una forza egemone, e con la Francia che mai abbandona – nei tempi moderni anche grazie al proprio arsenale atomico di difesa – l’idea della propria “grandeur”, nonostante essa non sia più supportata dalla forte presenza coloniale e non sia aiutata dai tanti problemi domestici interni.
Il collante della convergenza sollecitata dalla guerra della Russia in Ucraina è certamente forte e, non a caso, Regno Unito, Francia e Germania hanno dato corpo al cosiddetto gruppo E3 cui sembrava essere interessata a far parte anche l’Italia, soprattutto dopo che Donald Trump pareva aver abbandonato Giorgia Meloni. Ma questo E3 non può certamente fare velo a quella parte di visioni e di interessi che distinguono le strategie della Germania dal resto d’Europa.
Il problema è come ci poniamo noi italiani in questo complesso rapporto, anche in relazione al nostro principale sistema economico nazionale, quello del tessuto produttivo del Nord, fortemente integrato – se non dipendente – con quello germanico. E lo stesso quesito riguarda pure la questione dell’ulteriore allargamento dell’Unione europea, il tema cioè dell’appuntamento disertato da Giorgia Meloni.
Tanti anni fa, era il 1972, Andreotti formava l’ultimo Governo del cosiddetto “centrismo” che prevedeva la presenza anche dei liberali. Il Ministro Carlo Donat Cattin – indicato al Dicastero del Lavoro – non si presentò al giuramento dinanzi al Capo dello Stato. Aveva preferito andare dal barbiere. Un gesto solo apparentemente rinunciatario, ma dal chiaro messaggio politico indirizzato ad un neonato Governo cui il “fumantino” ed abile ministro torinese diceva: non mi piace. Lo disse a modo suo, ma si assunse una responsabilità chiara. E pochi mesi dopo, dopo fu tra quelli che parteciparono alla stagione del “centro – sinistra”, avviata dai governi diretti da Mariano Rumor.
Nel caso di Giorgia Meloni sono oggi aperte, invece, tutte le ipotesi. Compresa la cautela nel muoversi nei confronti del potente alleato d’Oltralpe. E così la sua assenza è stata letta soprattutto in relazione al suo antieuropeismo che continuamente riaffiora, come è tipico dei fiumi carsici. Non è mancata la notazione che, dopo settimane in cui avevamo sentito proclamare da parte dei suoi la definitiva scelta pro Europa – dopo l’inopinato attacco personale portatele da Trump – assisteremmo ad un ripensamento sull’aggiungersi a pieno titolo all’E3 e, così, a cercare di tornare nelle grazie del Presidente americano.
Appariamo essere, come Europa, nel pieno di una fase delicatissima. Possiamo ritrovarci in guerra con Putin così come potremmo, al contrario, giocare un ruolo importante per ritrovare la pace o, almeno, a favorire lo stabilirsi di una lunga tregua ai nostri confini orientali. Qual è la nostra posizione? Lei non giunge ad una posizione definitiva concordata con gli altri tre leader più importanti d’Europa e, meno ancora, spiega agli italiani a cosa debbano prepararsi.
Non vorremmo, ma la cosa sarebbe davvero di bassa caratura, che tornassimo a risentire sul collo del nostro vaso di coccio il fiato di quelli di ferro: Netanyahu per la vicenda palestinese e Trump per quella ucraino – europea.
Un contesto di cui non è possibile negare la complessità e la necessità di muoversi, dunque, con circospezione. Perché nessuno degli attori in campo dice la verità e, soprattutto, proclama un vero intento per giungere alla fine degli scontri armati. Ma questo non autorizza la mancanza di chiarezza che – ma non sarebbe la prima volta – potrebbe essere interpretata come ambiguità e come pavidità.
Complesso anche il tema dell’incontro in sé messo sul tavolo in occasione del mancato appuntamento. L’Ucraina preme per entrare nell’Unione Europea. Come allo stesso tempo fanno i paesi balcanici rimasti fuori finora. E al di là di quanto detto da chi le cose le fa facili, non bisogna mai dimenticare che l’articolo 5 del Trattato europeo – almeno secondo alcuni, lo ha sostenuto recentemente anche il Presidente francese Macron – prevede norme persino più stringenti in materia di intervento a favore di un membro dell’Unione in caso di attacco esterno, più di quanto non sia concepito dall’articolo 4 della Nato. Scegliamo allora un allargamento generale? Solo l’Ucraina e niente Balcani? O, il contrario?
Perdere l’aereo ha aiutato molto a non sciogliere questi nodi da parte italiana. E soprattutto da parte di una maggioranza dove tre sono i partiti e altrettante diverse e distinte le posizioni in materia.
Tutto questo contesto richiede altre elaborazioni. A partire dal già tema principale rappresentato dal già citato riarmo. Ogni giorno che passa valutiamo malinconicamente l’errore fatto nel sostenere un riarmo non condiviso, non strategico in termini europei complessivi. Perché non aiuta a definire il progetto comune, a fare crescere una condivisa piattaforma di politica internazionale. Ed è per questo che, al dunque, appare in grado di rivelarsi funzionale solo al ritorno all’aspirazione di una “Großdeutschland” – grande Germania- e, così, a determinare già quale sarà, o potrebbe essere, l’Europa di domani.
Per quanto i sostenitori di Giorgia Meloni provino a spacciare questo modo di barcamenarsi come una grande strategia diplomatica, non ci convincono su un punto fondamentale e cruciale: Giorgia Meloni non è a Palazzo Chigi per giocare da sola al “Risiko” mondiale. E’ complicato trovare la rotta giusta. Ma gli italiani hanno diritto di sapere quali sono tutte le poste in gioco e, possibilmente, dire anche la loro.
Giancarlo Infante