In questi mesi, ancora di più che in altri momenti della mia vita ho sentito molto vicino a me il prof. Giorgio La Pira e le sue riflessioni sulla sofferenza umana.
In occasione dell’Anno Santo indetto da Paolo VI nel 1973 (Il tema centrale era la riconciliazione: riconciliazione con Dio attraverso Gesù e riconciliazione tra gli esseri umani) Giorgio La Pira in un’intervista concessa a Giovanni Spinoso per il giornale “Avvenire” sottolineava l’idea centrale alla base del messaggio giubilare: «Chiamare a raccolta tutti i malati. Invitarli a mettere le loro sofferenze a disposizione dell’unità e della pace nel mondo. Un invito a tutti i sofferenti ad alzare la vela “a mettere sopravvento le vele al soffio dello Spirito Santo”. Una nuova navigazione, un movimento veramente “pneumatico”, cioè carismatico che spinga in un’unica direzione l’umanità credente verso le nuove mete della storia cristiana, verso il porto escatologico».
Da questa premessa nel corso dell’intervista La Pira individua alcune componenti essenziali presenti nel Giubileo, a servizio della conversione e della riconciliazione della Chiesa e del mondo:
-Ogni sofferenza si inserisce nel mistero della Croce di Cristo
-C’è un rapporto di casualità fra la sofferenza e la conversione (il figlio prodigo, la Maddalena, il centurione…): qui la sofferenza, l’infermità accettata, costituisce in certo senso una misteriosa apertura nel muro dell’animo, è capace di far penetrare in essa la grazia dello Spirito Santo.Che dire di S. Paolo, S. Agostino, di tutti i grandi convertiti dei primi secoli della Chiesa sino a pervenire ai più grandi dei secoli scorsi?
-La sofferenza e la malattia (di qualsiasi natura) pongono i sofferenti, i malati in posizioni di frontiera: alla frontiera, cioè, del tempo e dell’eternità. Essi vengono, più o meno consapevolmente, situati al cospetto della morte e dell’eternità. Viene accresciuta per grazia la loro accettata, dà all’anima capacità percettive più profonde, più analitiche della realtà invisibile.E’ come se i sofferenti fossero elevati su una terrazzadalla quale essi percepiscono il vasto panorama della realtà spirituale.
Anche in questa circostanza La Pira collega il segno profetico di questo Anno Santo all’età Augustea. Anno uno, per così dire dell’età messianica, analogo al tempo in cui fu chiuso il tempio di Giano, fu consacrata l’ara Pacis, fu censito il mondo e Dio diede al mondo come asse del mondo il suo figlio.
E così che – come auspicava Paolo VI- i malati e i sofferenti spianano la loro vela al soffio dello Spirito Santo, offrendo le loro sofferenze per l’unità del mondo.
Nel 1932, una grande tristezza porterà via nel giro di pochi anni la piccola Maddalena, figlia di sua sorella Peppina alla quale invia un’accorata lettera:
“Ricevo ora la lettera di Salvatore (il marito della sorella) che mi dà la triste notizia della morte della bambina. Non so che dirti perché comprendo il tuo immenso dolore: solo voglio indicarti il Cuore doloroso di Maria e invitarti a versare su questo cuore di madre le tue lacrime e le tue pene…Ho pensato ieri alla tua bambina in cielo: sola con Cristo, gioca accanto a Lui..
Il Cristo l’ascolta…la sua mano …sul capo della bambina. Cristo guarda lontano innanzi a sé, guarda l’orizzonte…il suo viso è triste.La bambina appoggiata sulle sue ginocchia- lo guarda con dolcezza…
Alla creatura della terra si è sostituito un Angelo del Cielo. Il Signore, nella sua divina bontà, saprà darti la forza necessaria per superare questo periodo di scoramento e di profonda prostrazione … Credilo, sorella mia, non c’è che Gesù che possa consolarci”.
Due anni prima: il 15 febbraio del ’30 era morto Alfonsino, il figlio degli zii Occhipinti.
Venuto a Messina per i funerali, diede la notizia anche a Salvatore Quasimodo(molto legato al professore e alla famiglia Occhipinti):
«Carissimo Totò, sono qui da ieri in occasione di un fatto che ti recherà dolore: la morte di Alfonsino. Lo raccomando al tuo ricordo innanzi al Signore: recherai così a quella piccola anima il contributo della tua preghiera. Quella scena dei “due soldi” sia una memoria viva nel tuo e nel mio cuore»
Salvatore Quasimodo (a La Pira):
«Triste una casa senza bimbi…Lo è ancora di più per Alfonsino, con quel suo toccante testamento: “Lascio tutto ai poveri. I libri alla mamma per mio ricordo ” Ora è un angelo che dorme su rose d’aria, candido con le belle mani in croce ».
La Pira (a Quasimodo): Tu sei il divino cantore della povera gente.. un fratello di umiltà e di preghiera…la tua parola è possente come la predicazione di un santo…Sento in te una comunione d’affetto con me e i miei cari ; con la tua poesia tu penetri le radici della vita, le rifai..
Quando non stava bene, La Pira era solito ritirarsi nella cella VI del convento dei frati Domenicani di S. Marco. Siamo verso la fine del 1942
Preoccupato per le condizioni della mamma, le invia questa lettera
“Cara Mamma,
la lettera di Peppina pervenuta ieri mi dice che tu vai a Messina. Per un verso mi dispiace che tu debba muoverti per ragioni di salute; per l’altro sono molto contento che tu vada in casa dello zio (la casa sempre aperta a tutto e a tutti): troverai così le cure necessarie per rimettere a posto la tua ferita. Mi dà molta sicurezza la tua presenza a Messina, perché in nessun altro posto avresti potuto avere quella assistenza che ti è necessaria. Così io mi sento più tranquillo non poteva esserci soluzione migliore”.
Mentre sta scrivendo, bussa alla porta un padre domenicano
Il padre domenicano: Professore come sta? come si sente oggi?
La Pira: Un po’ meglio. Sono alle prese con questa astenia che mi fa cattiva compagnia da alcuni giorni e poi sono preoccupato.
Il padre domenicano: per i suoi cari? ha avuto le notizie che aspettava?
La Pira: Sì… mi preoccupa soprattutto mia madre. Poco prima che lei entrasse, le ho scritto una lettera. Sono in ansia anche perché Messina, dove è stata ricoverata, è sotto i bombardamenti americani.
Il padre domenicano: Anche qui la situazione è drammatica: ogni giorno dobbiamo distribuire medicine e viveri …abbiamo bisogno di lei … anche solo con la sua presenza.
La Pira: In alcuni momenti mi sento fragile e stanco, ma presto tornerò “tra i vivi”.
Il padre domenicano: E’ sempre pronto a scherzare…lei lo sa che anche coloro che si rifugiano da noi o che vivono in clandestinità anche se non la conoscono personalmente chiedono sempre di lei.
La Pira: A proposito è venuto a cercarmi un professore di origine ebraica, di cui non ricordo il nome?
Il padre domenicano: Sì, è probabilmente quella persona che ha chiesto di lei e ci ha ricordato che lei è più che un fratello per gli ebrei.
La Pira: Appena mi rimetterò, riprenderò i miei contatti con i più poveri della popolazione…c’è tanto da fare per la ricostruzione: più per quella morale che per quella materiale… sarebbe bello vivere solo del Signore e nell’esercizio del bene!
Il padre domenicano: Intanto lo aspettiamo per il pranzo… oggi è venerdì…si ricordi che c’è un bene alimentare di suo gradimento…
La Pira: Grazie. Il baccalà -come lo preparate voi- mi farà riprendere presto…
Poi anche per il professore venne “la malattia”. Era molto stanco e malato quando l’amico Giorgio Giovannoni gli propose di accompagnarlo a Livorno per salutare una nave della Croce Rossa che partiva con un carico di medicine per i profughi palestinesi nel Libano. Dubitava. «Vedi, gli disse, questa che ho addosso non è una malattia qualsiasi, è la malattia». Ci ripensò sopra. «Però quella che si cerca in Palestina non è una pace qualsiasi è la pace. Andiamo dunque a salutare quella nave».
Giorgio La Pira in alcuni momenti ha sofferto la solitudine e la tristezza per non essere stato capito, ma non si è mai arreso. E’ questo il più alto messaggio che lui ci consegna: la sua forza e la sua fiducia nell’uomo ci invitano a ricostruire una comunità fatta di quotidiani atti di solidarietà.
La vita va sempre difesa, dal suo concepimento fino alla morte naturale. Ogni essere umano in ogni fase della vita è una pietra essenziale alla edificazione e alla solidità di un’unica volta. ”La società- scrive Seneca- si può rassomigliare ad una volta che certamente cadrebbe qualora le pietre, e questo ne fa la solidità, non si reggono a vicenda”.
Sono certo che a mons. Simoni in punto di morte abbia ribadito quanto aveva alcune volte confidato ai suoi più stretti collaboratori, Antinesca Tilli e a Fioretta Mazzei:
Caro Mons., oggi vedo tutto nero davanti a me, sempre più nero, ma spero che un giorno rimanga di me il ricordo di un sindaco che amò profondamente Firenze. Passano gli Imperi, passano gli Stati, ma le città rimangono. E rimane in eterno una città, paradigma di tutte le città, la Gerusalemme Celeste. “Ehi, quell’omino – mi dirà un giorno il Signore– venga qua. Mi pare di riconoscerlo. Io disposi le cose sulla terra in modo da farlo Sindaco di una città. Mi dica un po’: Quanta gente ha rivestito? A quante famiglie ha dato un tetto? A quanti vecchi ha dato un letto? Quanti malati ha curato? A quanti lavoratori ha trovato un lavoro? Quello sarà il vero e proprio bilancio della mia amministrazione”.
Nino Giordano