Di fronte al dibattito sempre più acceso su premierato, giustizia e legge elettorale, il richiamo sulla debolezza della politica e della classe dirigente, fatto dal Presidente della Repubblica, nel suo discorso di fine anno e da Giuliano Amato nella sua intervista pubblicata dalla Stampa il 3 gennaio scorso, appare quanto mai opportuno. Entrambi, con accenti diversi ma convergenti, hanno indicato una questione che precede ogni singola riforma istituzionale: senza un condiviso spirito repubblicano e soprattutto senza una politica credibile, coesa e responsabile, nessuna architettura costituzionale potrà reggere a lungo. In particolare, l’ex Presidente della Corte Costituzionale, a una domanda sulle Riforme istituzionali promosse da questo Governo, ha espresso tutto il suo scetticismo verso soluzioni che rischiano di indebolire l’equilibrio dei poteri.
Le riforme istituzionali non bastano se la politica resta debole
Il rischio che oggi corre il Paese è quello di concentrarsi esclusivamente sugli ingranaggi formali del sistema – la forma di governo, l’assetto della giustizia, i meccanismi elettorali – trascurando la qualità della classe politica chiamata a farli vivere. È una tentazione comprensibile, ma miope. Come ha ricordato più volte il Presidente Mattarella, le istituzioni non sono entità astratte: funzionano solo se animate da una cultura politica all’altezza dei valori costituzionali. Giuliano Amato, dal canto suo, ha fatto notare che la crisi che attraversiamo è anzitutto una crisi della politica, della sua capacità di rappresentare, mediare, costruire visioni di lungo periodo. I dati sull’astensionismo lo dimostrano con crudezza. Alle ultime elezioni politiche e amministrative quasi un cittadino su due ha scelto di non votare. Non si tratta di disinteresse episodico, ma del segnale di una frattura profonda tra società e istituzioni. Una parte crescente del Paese non si sentirà rappresentata, non riconosce nei partiti e nei parlamentari interlocutori credibili, non percepisce la politica come strumento efficace per incidere sul proprio futuro. In questo contesto, discutere di riforme senza affrontare il nodo della rappresentanza rischia di apparire, agli occhi di molti, un esercizio autoreferenziale.
Astensionismo e crisi della rappresentanza: il vero allarme democratico
Recuperare lo spirito originario della Costituzione significa riconsiderare la politica come servizio pubblico e come luogo di partecipazione, non come semplice competizione per il potere. La riforma della politica, prima ancora che delle Istituzioni, dovrebbe muoversi su alcuni assi fondamentali. Anzitutto la selezione della classe dirigente: partiti più trasparenti, democratici al loro interno, capaci di formare competenze e di valorizzare il merito, superando il ricorso sistematico a leadership improvvisate o populiste. In secondo luogo, il rafforzamento del legame tra eletti ed elettori, attraverso regole che rendano chiaro chi rappresenta chi e su quali programmi, riducendo la distanza e la sfiducia. Un altro elemento centrale riguarda il ruolo del Parlamento. In una democrazia parlamentare come la nostra, esso non può essere percepito come un ostacolo all’azione di governo, ma come il luogo principale del confronto e della sintesi politica. Restituirgli centralità significa anche investire sulla qualità del lavoro legislativo, sulla competenza delle commissioni, sul rispetto delle prerogative delle minoranze. Solo così le riforme – qualunque esse siano – potranno essere sentite come patrimonio comune e non come imposizioni di parte.
Riformare la politica per salvare i partiti e la democrazia parlamentare
La riforma della politica è inoltre indispensabile per il futuro degli stessi partiti, oggi frammentati e spesso litigiosi su quasi tutto. Senza un serio ripensamento delle loro funzioni e delle loro modalità di azione, il rischio è un progressivo svuotamento, che apre la strada a personalismi e a scorciatoie populiste. Partiti più solidi, radicati e responsabili sono invece una garanzia per la stabilità della democrazia e per la capacità del sistema di affrontare le sfide economiche, sociali e internazionali che attendono il Paese. Premierato, giustizia e legge elettorale sono temi importanti e legittimi. Ma, come suggeriscono i richiami autorevoli di Mattarella e Amato, a nulla serviranno se non si avvia subito una profonda riforma della politica. È da lì che passa la tenuta della nostra democrazia: dalla ricostruzione di un patto di fiducia tra cittadini e istituzioni, fondato su responsabilità, unità repubblicana e rispetto dello spirito della Costituzione. Solo così le riforme potranno avere un senso: non basta che il Parlamento le approvi. Per essere efficaci, dovranno essere condivise ed avere una visione alta per il futuro del nostro Paese.
Michele Rutigliano