Il Manifesto Zamagni (CLICCA QUI), che ha dato il la alla nascita di INSIEME, fu preparato da una lunga elaborazione di pensiero che finì per essere condensato in un documento di circa 30 cartelle e intitolato “Cristiani impegnati per una “nuova” Italia. Rigenerare il lavoro, sostenere la famiglia, salvaguardare l’ambiente e la salute, rinnovare  Scuola e cultura”. In vista delle elezioni del prossimo 25 settembre, dopo il capitolo dedicato al Lavoro (CLICCA QUI) pubblichiamo la parte relativa alla “questione morale” della politica e quella della vita dei partiti, oltre che alla Legge elettorale e alle autonomie

Crediamo che l’impegno nella politica debba ritrovare un senso in quanto “ servizio” e tornare, così, come auspicato da Papa Francesco, ad essere scritta con la “ P” maiuscola.

Quello cui ci riferiamo è un “ servizio” da svolgere a favore della propria comunità e, in generale, dell’essere umano cui deve essere data nuova voce, non solo un supponente e distratto ascolto.

L’apparato istituzionale e politico è giudicato negativamente da molti cittadini  e da consistenti settori della società civile ed economica, a volte però anche in maniera eccessiva e del tutto ingiustificata, giacché troppo spesso sembra  mostrarsi sordo verso la necessità di rivedere tutti i propri costi la gestione della spesa pubblica, da cui ci si attende interventi necessari ad attivare quegli investimenti infrastrutturali che anche i continui incidenti ed i ricorrenti disastri ambientali dimostrano essere non più dilazionabili. Esso, invece, drena  oltre misura  risorse che potrebbero essere destinate a migliorare i conti pubblici.

Ecco perché  la pubblica opinione segue con grande attenzione e spirito critico le questioni che riguardano gli attuali livelli di retribuzione dei parlamentari oltre che il numero, gli stipendi e i privilegi dei funzionari pubblici, a livello nazionale e regionale.

Devono essere, inoltre, riviste l’organizzazione e le spese che comporta la miriade di società cosiddette partecipate i cui possibili profitti vanno a vantaggio dei privati ed i loro costi a carico dei cittadini.

La questione morale della politica e quella della vita  dei partiti

E’ avvertita l’esistenza di uno specifico problema morale che investe la cosa pubblica. Questo problema morale deve essere affrontato con decisione ed urgenza perché il distacco dei cittadini da partiti ed istituzioni trova in esso una delle principali motivazioni.

L’astensionismo elettorale e il voto di protesta, che hanno di recente caratterizzato il comportamento di circa metà dell’elettorato, ne sono solo la dimostrazione più evidente. In realtà, ad essi si aggiungono altre espressioni di indifferenza, distacco e persino ostilità che ad una classe politica avveduta, al di là delle diverse collocazioni, non dovrebbero sfuggire, anche se poco si fa per porvi un effettivo rimedio.

E’ necessario che venga finalmente portato a compimento l’applicazione dell’art. 49 della Costituzione per una regolamentazione della vita e delle attività delle organizzazioni politiche sulla base della trasparenza e con l’obiettivo di assicurare una effettiva e sostanziale loro democrazia interna.

Ciò a maggior ragione è valido a seguito della progressiva mutazione dei partiti in “ padronali” e dall’ingresso sulla scena di entità più fluide, come i movimenti, e la trasformazione della partecipazione di iscritti e sostenitori attraverso “ forme digitali” sempre più marcate. Questo comporta la modifica della qualità delle aggregazioni politiche destinate ad incidere sulla scelta dei rappresentanti nelle assemblee elettive  e sulla formazione delle leggi e dei provvedimenti che valgono per tutti.

Sia i partiti tradizionali, sia quelli recentemente giunti in primo piano non assicurano pienamente la coerenza con quel principio di democrazia partecipata posto alla base della Carta costituzionale e dell’evoluzione del Paese.

E’ necessario ritrovare nel profondo il rispetto degli equilibri tra ruoli e funzioni previsti dall’ordinamento costituzionale per il corretto funzionamento della nostra che è, e deve restare, una repubblica parlamentare . Il nostro ordinamento, che pone al centro della vita politica ed istituzionale il Parlamento, si è dimostrato, in ogni caso, capace di interpretare la scelta compiuta dopo la caduta del Fascismo da parte del popolo italiano  a favore di una democrazia pluralista e solidale in grado  di dare compiutezza alla rappresentanza politica di voci, di interessi e di visioni ideali presenti nella società italiana.

Ecco perché si deve evitare di trovarci di fronte a un ulteriore svilimento della figura e del ruolo degli eletti in Parlamento. Talvolta, sembrano messe in discussione la trasparenza e le potenzialità insite nella necessaria dialettica da instaurare tra Governo, gruppi parlamentari e singoli parlamentari, i quali sono costituzionalmente chiamati a rappresentare, ciascuno, l’intero popolo italiano e a svolgere una essenziale ed inalienabile azione di controllo sull’attività dell’Esecutivo.

Questa funzione di controllo sugli atti di governo e di gestione della cosa pubblica, sviluppata per conto e a favore dei cittadini elettori, deve essere rafforzata e sviluppata a partire dalle direttive d’indirizzo ed applicative votate dal Parlamento e lasciate spesso in balia all’intervento di una burocrazia che  tende ad interpretarle e ad applicarle  in modo da svilirne, se non addirittura deviarne, lo spirito e la sostanza.

Troppo spesso, anche grazie ad un uso frequente del voto di fiducia, sono le intese di Governo a fissare le linee ed i contenuti dell’attività  dei singoli deputati e senatori, oltre che quelli dei gruppi in cui si organizzano.

Finisce, così, per essere travisato e snaturato quello spirito costituzionale secondo il quale, come ha stabilito la sentenza della Corte Costituzionale del 1998, i gruppi parlamentari costituiscono  “il riflesso istituzionale del pluralismo politico”.

Come dimostrano taluni comportamenti concreti, già emersi nei primi mesi dell’attività nella nuova legislatura, si è creato un ulteriore velo di “ opacità” nei rapporti tra elettori, eletti e  partiti.

La rimozione di questa e delle altre opacità presenti nel mondo politico ed istituzionale diventa un presupposto ed una premessa per il richiamo anche di tutti i cittadini e i soggetti sociali verso una riassunzione di responsabilità pubblica, corale e condivisa, così come verso vincoli di solidarietà che rafforzino il senso della partecipazione a dei progetti di convivenza e di crescita comuni.

Invece, una classe politica screditata, le istituzioni che non rispondono alle domande della gente, una Giustizia non avvertita come giusta, portano inevitabilmente ad un calo generale di tensione etica e a un abbandono di quella coerenza tra i comportamenti richiesti agli altri, soprattutto a chi assume un ruolo ed una responsabilità istituzionale, e quelli che tutti noi siamo disposti a seguire.

La mancanza di senso civico, l’abusivismo edilizio, la ricerca delle scappatoie burocratiche per superare ostacoli e difficoltà, la tendenza esasperata ad ottenere un risultato senza alcun criterio meritocratico trovano spesso giustificazione, comunque inaccettabile, nei limiti e nei difetti percepiti nell’immagine che chi assume funzione di guida trasmette alla pubblica opinione rendendo del tutto normali quelle pratiche quotidiane che mettono in discussione il vivere comune.

Una legge elettorale per riavvicinare i cittadini a politica ed istituzioni

Un capitolo nuovo deve essere scritto per quanto riguarda la legge elettorale.

Nessuno degli esperimenti finora messi in atto ha ottenuto l’effetto di conciliare il criterio della rappresentatività con quello della governabilità. Neppure è stato risolto il problema della corruzione che sembra persino più esteso, soprattutto a livello regionale e locale.

In realtà, il fallimento degli ultimi sistemi introdotti, quasi tutti a colpi di maggioranza, cosa di per sé già esplicativa, è basato sul fatto che essi sono stati imposti senza la comprensione che ogni processo elettorale deve essere fortemente radicato nella storia e nell’evoluzione di un popolo e di una nazione e nella specificità della dialettica politica e del confronto tra gli interessi di vario genere che liberamente si determinano nel tessuto sociale ed economico.

Si è  rivelata senza sbocchi la pretesa di  guidare e condizionare il dibattito politico secondo finalità alla fine egemoniche, condivise dalle successive forze alternatesi al governo. Vana e dannosa appare l’introduzione di leggi elettorali che tentano di rispondere alle difficoltà della vita politica con l’illusorio tentativo di imbrigliare molte delle rappresentanze che, partendo dalla realtà del Paese, tendono inevitabilmente ad emergere nell’ambito parlamentare.

Questo spiega lo scontro continuo che ha finito per permeare fino alla sconfitta sia l’esperienza berlusconiana, sia quella del centro sinistra. Spiega anche l’ulteriore frazionamento in gruppuscoli parlamentari e l’estensione, invece che la riduzione, del fenomeno del trasformismo politico ed il continuo passaggio di deputati e senatori da un gruppo all’altro e, poi, se necessario, ad un altro ancora.

A nostro avviso, la questione centrale, pur essendo favorevoli al ritorno ad un sistema proporzionale, è quella di instaurare un meccanismo che ristabilisca e rafforzi il rapporto  tra eletti ed elettori, vincolando i primi ai secondi, prima che ai vertici  dei partiti di appartenenza, per quella forma di controllo implicito che un tale rapporto sottintende e che consente ai cittadini una più diretta verifica ed un possibile intervento effettivo, da non pensare concluso e soddisfatto con il pur importante momento dell’espressione del voto.

Si tratta, dunque, di ripensare la relazione dei cittadini e della società civile con la politica nel suo complesso perché la disaffezione e l’ostilità preconcetta, e quindi preoccupante, nei confronti dei partiti e degli uomini politici finisce per limitare la partecipazione alla più generale vita democratica del Paese e favorire un clima generale di sfiducia e di diffidenza  nei confronti delle istituzioni. Dobbiamo invece fare in modo che si riscopra il gusto di una partecipazione critica, ma costruttiva, ed attiva in grado di subentrare ai diffusi sentimenti di rancore.

Il ripensamento della vita democratica nei partiti e nelle organizzazioni politiche deve  essere accompagnato anche dall’attenzione verso ciò che riguarda i loro rapporti con la struttura dello Stato, delle Regioni e di tutte le altre amministrazioni locali.

Il Paese, infatti, è divenuto insofferente di fronte alla tendenza del ceto politico ad influenzare radicalmente la gestione della cosa pubblica e che tutto venga asservito agli interessi elettorali di quanti, solo momentaneamente, assumono la responsabilità di indirizzarla senza la dovuta considerazione per quel bene generale che supera gli interessi di parte e va persino oltre le contingenze legate ad un determinato periodo di legislatura.

Le autonomie

L’assetto delle autonomie, a partire dal Comune e dalla Regione, deve essere rivisto radicalmente, soprattutto perché non sono più tollerabili spese incontrollate e non omogenee tra un ambito territoriale ed un altro, così come non sono omogenei i risultati pratici ottenuti a giovamento dei cittadini. Soprattutto, si deve tornare ad una rigenerazione del sistema delle autonomie rappresentative che hanno il compito di assicurare la prima e immediata risposta alle esigenze della gente che cerca nel proprio Sindaco, nei propri rappresentati  e strutture amministrative locali quella “ prossimità” sentita sempre più come urgente e necessaria.