Nelle geografie tormentate del Medio Oriente, dove la storia si deposita come sabbia e le alleanze cambiano con la rapidità di una tormenta nel deserto, il nome degli Houthi è divenuto negli ultimi anni sinonimo di una guerra che non si riesce a chiudere e di un equilibrio regionale sempre più fragile. Eppure, ridurre questo movimento a una semplice milizia “filo-iraniana” significa non cogliere la profondità di una vicenda che affonda le radici nella storia dello Yemen, nelle sue fratture religiose, nelle sue marginalità economiche e nelle sue rivoluzioni incompiute.
Gli Houthi — ufficialmente Ansar Allah — nascono come movimento politico-religioso nel nord dello Yemen, tra le montagne della regione di Sa’da, culla della minoranza sciita zaydita. Non si tratta di uno sciismo identico a quello iraniano: lo zaydismo è una corrente distinta, più vicina per certi versi al sunnismo rispetto ad altre tradizioni sciite. Tuttavia, nel corso degli ultimi decenni, proprio questa comunità ha vissuto una crescente percezione di marginalizzazione politica e culturale all’interno dello Stato yemenita, dominato da élite sunnite e segnato da profonde disuguaglianze territoriali.
Per comprendere la ribellione Houthi bisogna tornare agli anni successivi alla Guerra fredda, quando lo Yemen unificato — nato nel 1990 dalla fusione tra Nord e Sud — si ritrova fragile ed attraversato da tensioni tribali, economiche e religiose. Il potere del presidente Ali Abdullah Saleh si regge su un equilibrio precario, fatto di alleanze opportunistiche e repressione selettiva. In questo contesto, il movimento houthi emerge all’inizio degli anni Duemila come una forma di resistenza locale: inizialmente più culturale che militare, si oppone alla diffusione del salafismo sunnita sostenuto dall’Arabia Saudita e alla crescente influenza degli Stati Uniti nella regione, percepita come invasiva, destabilizzante ed aliena.
La trasformazione in forza armata non è cosa repentina ed avviene gradualmente. Tra il 2004 e il 2010, gli Houthi si trovano a combattere una serie di guerre contro il governo centrale. È una fase ancora circoscritta, ma decisiva nella quale vediamo il movimento strutturarsi, militarizzarsi e consolidare una narrativa di resistenza contro un potere considerato corrotto e subordinato ad interessi esterni. Poi arriva il 2011, l’anno delle rivoluzioni arabe, le cosiddette Primavere. Anche lo Yemen viene travolto dalle proteste popolari che chiedono la fine del regime di Saleh. Ma, come spesso accade nella regione, la caduta del vecchio ordine non apre la strada a una vera stabilità. Al contrario, crea un vuoto di potere che gli Houthi riescono a sfruttare con abilità. Nel 2014 entrano nella capitale Sana’a, rovesciando di fatto il governo riconosciuto a livello internazionale e assumendo il controllo delle principali istituzioni dello Stato. Da quel momento, la loro storia diventa inseparabile da quella di una guerra civile devastante e da un conflitto regionale combattuto per procura. L’intervento militare guidato dall’Arabia Saudita nel 2015 trasforma lo Yemen in uno dei teatri più drammatici del pianeta: migliaia di morti, milioni di sfollati, una crisi umanitaria tra le più gravi al mondo.
A poco più di un decennio dall’inizio del conflitto, il paese è precipitato in una drammatica crisi umanitaria la cui emergenza resta tra le più gravi del mondo. Mai del tutto terminato, questo conflitto iniziato nel 2014 ha costretto milioni di persone ad abbandonare le proprie case per rifugiarsi come sfollati in altre aree dello Yemen o, addirittura, a cercare rifugio fuori dai confini. Le necessità di soccorsi sono immense, tanto che dati recenti riportano 10,8 milioni di bambini in bisogno di assistenza immediata e quasi 20 milioni di persone vittime di violenze e schiacciati da crisi economica e povertà assoluta. Con innumerevoli famiglie prive di tutto, indispensabili anche cure mediche e supporto psicosociale. È qui che entra in gioco l’Iran. Il legame tra Teheran e gli Houthi è reale, ma spesso semplificato. Non si tratta di una relazione di totale subordinazione, né di una mera creazione iraniana. Piuttosto, è una convergenza di interessi.
Gli Houthi trovano nell’Iran un alleato strategico capace di fornire supporto militare, tecnologico e politico; l’Iran, dal canto suo, vede nel movimento yemenita uno strumento per esercitare pressione sui suoi rivali regionali, Israeleed Arabia Saudita per primi ed espandere la propria influenza lungo una delle rotte marittime più cruciali del mondo, quella del Mar Rosso che passa per lo stretto di Bab el-Mandeb. Negli anni, questa relazione si è andata rafforzando fino a inserire gli Houthi in una più ampia costellazione di attori non statali sostenuti da Teheran, accanto a Hezbollah in Libano e ad altre milizie attive in Iraq e Siria. È il cosiddetto “asse della resistenza”, una rete fluida ma efficace che permette all’Iran di proiettare potere senza un coinvolgimento diretto su larga scala.
E tuttavia, sarebbe un errore leggere l’azione degli Houthi esclusivamente attraverso la lente iraniana. Il loro radicamento interno resta fondamentale. Essi governano oggi ampie porzioni dello Yemen, inclusa la capitale, attraverso una combinazione di controllo militare, strutture amministrative parallele e mobilitazione ideologica. In questo senso, sono al tempo stesso un attore locale e un protagonista della competizione geopolitica regionale. Negli ultimi anni, la loro azione ha assunto una dimensione globale. Gli attacchi alle rotte commerciali nel Mar Rosso e le minacce di bloccare lo stretto di Bab al-Mandeb hanno mostrato come un movimento nato nelle montagne dello Yemen possa influenzare gli equilibri del commercio mondiale e della sicurezza energetica. Allo stesso tempo, il loro sostegno politico e militare ad altri attori anti-israeliani, Hamas in primis, li ha inseriti nel quadro più ampio delle tensioni tra Iran, Israele, Stati Uniti e le monarchie del Golfo, rendendoli un tassello di una crisi che travalica i confini yemeniti.
Resta però una domanda cruciale: perché gli Houthi sono riusciti a resistere, e in parte a vincere, dove altri movimenti hanno fallito? La risposta sta nella loro capacità di incarnare, almeno per una parte della popolazione, una forma di riscatto contro l’emarginazione storica e l’ingerenza esterna. Ma sta anche nella fragilità strutturale dello Yemen, uno Stato che non è mai riuscito a diventare davvero tale, prigioniero delle sue divisioni interne.
Oggi, parlare degli Houthi significa parlare di molto più di una milizia. Significa interrogarsi su cosa accade quando uno Stato collassa, quando le identità religiose diventano strumenti politici, quando le potenze regionali trasformano i conflitti locali in scacchiere strategiche, dove trovano modo di inserirsi anche potenze esterne. In questo intreccio di cause e conseguenze, gli Houthi non sono né semplicemente ribelli né soltanto pedine: sono il prodotto, e al tempo stesso uno degli artefici, di un Medio Oriente in cui la guerra è diventata una condizione permanente e la pace, sempre più, un’ipotesi labile.
Se le trattative tra Stati Uniti ed Iran finiranno con l’assumere quella dimensione regionale necessaria, le cose potrebbero nel tempo cambiare in attesa di ciò che realmente servirebbe: una ricomposizione regionale che assegni ad ogni attore un suo ruolo ed un suo posto in un Medio Oriente finalmente stabilizzato e capace di ulteriori e significativi passi avanti. Dopo tante distruzioni saranno infine costretti a collaborare per ricostruire tutti insieme.
La guerra solitamente è un mezzo per arrivare ad una migliore realtà politica, non un fine a se stessa. Serve quindi avere una visione chiara del giorno seguente, dato che la forza militare non è in grado di fare tutto. Presto serviranno saggezza e diplomazia, in quanto la guerra, tutto sommato, i suoi scopi può dire di averli raggiunti. Le questioni irrisolte andranno affrontate diversamente. Ormai hanno tutti capito l’urgenza di cercare una via d’uscita.
La diplomazia funziona se ha scopi chiari.
Edoardo Almagià